Nel 1957 apparve sulla rivista: “La Strenna dei Romanisti” un originale articolo dal titolo: “La Roma di Cola di Rienzo esiste ancora a Sepino”. L’autore era un romano eccellente, Silvio Negro, uno dei primi giornalisti a poter essere definito vaticanista. La Strenna è, ancor’oggi, una prestigiosa rivista che raccoglie studi ed articoli di un ristretto e prestigioso club di amanti della città eterna. L’autore inizia con una premessa: «C’è ancora la possibilità di vedere com’era la Roma di Cola di Rienzo, con le case degli uomini costruite esclusivamente con pezzi di monumenti antichi, e talvolta inserite o addossate a quanto resta dei medesimi, con le fontane di duemila anni che servono da abbeveratoio alle mucche, con statue che fanno da sostegno ai pollai, con lapidi di maestosi e nobilissimi caratteri augustei che, per farsi leggere o fotografare, obbligano il visitatore a saltar da un sasso all’altro, attraverso a maleodoranti scoli di porcili».
Sepino è ancora sepolta, ed in quegli anni iniziano quelli che saranno i più intensi lavori di recupero della Pompei Sannita. Ma forte è il grido di preoccupazione di questo ‘romano’ che si interessa degli scavi. «Esiste sempre questa città inimmaginabile, ma chi vuol vederla s’affretti, perché un archeologo nato a Roma sta attuando, estate su estate, il piano diligentemente predisposto per la sua distruzione, che è poi esattamente il piano di scavo di una città antica. Egli ha già liberato quasi completamente il Foro, ha rialzato diverse tombe monumentali collocate fuori delle mura, e che sono piccole tombe di Cecilia Metella tali e quali, ha restaurato una delle porte, ha messo allo scoperto il giro esterno del teatro». Ma qui iniziano le dolenti note perché: “ha ottenuto recentemente che la Cassa del Mezzogiorno costruisca nuove case per gli ultimi abitatori di questa città unica. E appena queste case saranno pronte, la fine di questa Roma medievale e agreste, rimasta ancora ai tempi di Cola di Rienzo, sarà segnata”. Ma mentre da un lato si preoccupa della dispersione di un così prezioso patrimonio dall’altro ammette che: “Occorre dire, per la verità, che il barbaro che perpetra questa distruzione assolve il suo compito col cuore a pezzi”. Il ‘barbaro’ competente era il Sovraintendente Cianfrani che proprio in quegli anni compì la più considerevole e competente opera di restauro dell’area. Ma seguiamo ancora il cronista: “Questa città può ancora dare l’impressione di quel ch’era Roma ai tempi di Cola di Rienzo, perché si trova dietro a quel massiccio montuoso ricchissimo d’acque che è il verde Matese, è sulle strade della preistoria, più che su quelle degli uomini d’oggi, non la si può trovare quindi sul proprio cammino, bisogna andare a cercarla di proposito. È rimasta, a suo modo, una delle più conservate ed una delle più sconosciute città antiche proprio per questo.” Questa conservazione è anche il frutto della localizzazione, da un punto più pianeggiante ad uno più collinare per posizionarsi meglio sulle vie della transumanza. “Il nome borbonico di «regi tratturi» non tragga in inganno, le verdi strade delle pecore transumanti durano in realtà dai tempi preistorici. Esse sono sopravvissute a tutti i rivolgimenti, e non sono mutate per niente nei millenni, perché non era mutata per niente, fino a ieri, la transumanza.” E dopo un rapido riferimento tra il preoccupato ed il nostalgico: “Adesso però che anche le pecore si motorizzano, anche i tratturi hanno gli anni contati. Se i paleontologi pensano realmente…che nei modi di vita, nei termini che usano, nelle nenie che cantano i pastori migranti, riuniti la sera intorno al fuoco della sosta, vivano ancora inattese eredità di altre epoche, non perdano neanch’essi tempo… Si affrettino, perché può darsi che tra poche stagioni delle vie d’erba e della loro vita ancestrale non rimanga più che il ricordo”. L’autore, amico del Cianfrani, si spinge ad un piccolo resoconto storico: “Ora quella che chiamano Altilia, e che fu un tempo Sepinum, è collocata proprio sul tratturo che da Pescasseroli porta a Candela, quando le pecore vi transitano passano ancora sulle pietre dell’antico Foro appena rimesse in luce, e il primo centro abitato è sorto qui come luogo di sosta dei greggi transumanti. E luogo di sosta, che fa il paio subito a nord con Boiano, ovviamente è rimasto sempre; ma a un certo punto la maggior parte degli abitanti si è trasferita sopra un vicino monte, vi ha fondata una città fortissima, l’ha circondata di mura pelasgiche, ed è stata la Sepino sannita”. Si fa riferimento a Terravecchia, l’insediamento sannitico oggetto di un lungo e parzialmente fruttuoso assedio da parte di Papirio Cursore, nel 293 a. C., cioè durante la seconda guerra sannitica. Continua poi descrivendo l’epoca d’oro di Altilia e la successiva fondazione del nuovo abitato (quello odierno) di Sepino. “Capita così che l’archeologo… sospìra perché si rende conto che la moritura Altilia, i cui monumenti antichi sono oggi abitati da contadini molisani ancora in costume, è una cosa unica, lamenta che non sia passato da quelle parti nessun Goethe a perpetuarne il ricordo, piange, ma sono lagrime di coccodrillo. Mentre infatti parla a quel modo, l’occhio gli corre inavvertitamente al non lontano Monte Selvoso, dove volpi e serpi sono oggi le uniche abitatrici di. Quanto resta della città dei Sanniti”. Prosegue con una originale osservazione: “Anche le colonne del Foro di Altilia sono uniche, nel loro genere, infatti, rocchio su rocchio, son state rimesse in gran parte in piedi, ma ce ne sono che, da una certa altezza in su, appaiono stranamente chiazzate di verde…sono così perché quei tratti emergevano dal terreno di riparto anche prima, si trovavano perciò in mezzo a un campo, l’agricoltore ne ha approfittato per farne sostegni alle sue viti, e irrorando a primavera i filari per difenderli dalla peronospera, ha spruzzato di verderame anche le colonne”. La descrizione di ciò che l’archeologo si trovava in quell’anno, di fronte, prosegue: “A pochi metri di distanza l’aratore prepara il terreno per le semine e incita con voce gutturale i suoi buoi. Tra ruderi emergenti e alberi da frutto, cumuli di detriti gettati fuori dai campi e liquame di stalle, andiamo a vedere il teatro. Fabius Maximus si vede scritto, in grandi e stupendi caratteri, sopra un masso che fa da stipite a una casa, e il visitatore si illumina come chi ritrova una vecchia cara conoscenza, lontanissimo dal pensare che questo Fabio Massimo non ha niente a che fare con il Cunctator, è vissuto ben sei secoli dopo di lui.”. Il Molise rurale, ma ricchissimo di vestigia di un lontanissimo passato, viene sapientemente e sentimentalmente descritto dal prestigioso giornalista: “Una vecchietta grinzosa e gentile, in mantile e nappa scarlatta, siede presso una fontana che è ancora di quelle antiche, e un logoro smilzo leone di pietra le fa compagnia accovacciato a lato. Anche la fontana butta acqua da una bocca di leone, e si nota subito che il re del deserto è di casa in questa città romana del Molise. Leoni corrosi e mutili, e groppe, giubbe e teste dei medesimi, ritornano di continuo e abbondano in particolare presso le tombe. È un dato insolito per una città antica, ma c’è di più, questi leoni, più che di un loro fratello che si possa trovare al Museo delle Terme, sono parenti strettissimi di quelli che si vedono in coppia alle porte delle cattedrali, i leoni della romana Sepino sono insomma romanici”. Ma subito dopo ritorna la rabbia per le condizioni di sì tanto preziosi reperti: «Il giro esterno del teatro, liberato ora fino alla base, dà l’impressione inattesa e sgradita di cosa nuova, ma non si può dire altrettanto dell’interno, perché nella cavea c’è un letamaio, su quella che era la scena è sorta una fattoria, e diverse casette hanno trovato il modo di assestarsi nella parte più alta delle gradinate e, come quelle che si vedono nei presepi napoletani, le rustiche case del teatro sono festonate di mazzi di pannocchie messe a seccare. Spira aria di idillio rusticano, ma si dissolve di colpo quando i visitatori s’accorgono che, giù nella cavea, tra i mucchi di paglia e quelli di letame, c’è un toro, sdraiato sia pure ma assolutamente libero. Così la visita, che si annunciava dottamente ragionata su ogni singola parte, si arresta a mezzo». L’articolo termina con un simpatico siparietto che lo vede protagonista insieme ai suoi amici: «Così si va alla porta settentrionale che dà sul tratturo, ora rimessa in piedi fino alle statue del fastigio, ma nota agli studiosi di diritto romano anche quando era in rovina, per via di una iscrizione <de grege ovarico> la quale è sempre stata visibile, è stata pubblicata fin dal Cinquecento, e stabilisce pene per coloro che derubavano i pastori al tempo del passaggio delle greggi… Ma c’è una parola che illumina di colpo il viso del decifratore ed è <abactia>. Quelli di Sepino tiravano cioè agli agnellini teneri. Con il pretesto che i transumanti uscivano dal tratturo, si impadronivano talvolta di pecore e perfino di giumente, ma li solleticavano in particolare gli abbacchi. È l’esattore delle imposte che denuncia il fatto a chi di dovere; la pratica dopo diversi passamano finisce alla suprema magistratura di Roma, e questa ordina, in nome di Antonino Pio, che ai pastori non sia fatto danno, e stabilisce che la sentenza, con tutti gli allegati inclusi, sia incisa sulla porta dalla quale le greggi entrano a Sepino». Ma mentre riferisce che ormai da quella porta settentrionale non passano più pecore ecco che: «La sorte, benigna per il visitatore occasionale, le raddoppia seduta stante perché, mentre si discute ancora su quel latino, belati si annunciano alle spalle, diventano alto coro, si avvicinano, e presto una prima ondata di groppe villose scavalca il cumulo di detriti di cui gli scavatori hanno coperto il tratturo da questa parte, sommerge i binari della decauville, cala verso la porta, si infila con uno scalpiccio precipitoso sul basolato antico. Poiché qui non c’è erba da brucare vanno veloci, e a una prima morra, condotta da un guidarello in giubba di pelle senza maniche, ne seguono una seconda e una terza. Davanti al sordo fragore di quella alluvione, una donna in costume tira da parte il suo asino, e la città morta si riempie del lamentoso richiamo delle pecore e delle grida dei pastori che portano a tracolla il grande ombrello verde. Vengono dal Matese e vanno a Troia, sono in viaggio da due giorni e ne cammineranno altri dieci».

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Bibliografia:

Valerio Cianfrani, Guida alle Antichità di Sepino, Milano, 1958
Oreste Muccilli, La viabilità romana nel tardo impero tra Bojano e Sepino, Campobasso, 1987
Gabriella D’Henry, La riorganizzazione del Sannio nell’Italia romanizzata, Roma, 1991.



Michele Selvaggio

Michele Selvaggio

Presidente dell'Istituto Storico Sannio Telesino. Medico di Pronto Soccorso ed Emergenza, cultore di Storia locale. Autore di "Telesia 1349. Peste e Terremoto", "Cartoline da Telese", "Castelvenere Valdese", "Officine Massoniche e Vendite Carbonare in Area Sannita". Ha partecipato all'Antologia su Michele Ungaro edita dalla Società di Mutuo Soccorso di Cerreto.