Nel 2011, in concomitanza con il 150° anniversario dell’unificazione della Penisola, l’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inra) presentò i dati di una complessa indagine sull’evoluzione dei consumi registrata a partire dal 1861. La lente era puntata su alcuni prodotti alimentari che oggi costituiscono le componenti fondamentali della dieta italiana. Dall’indagine emergeva una frattura profonda tra due periodi, contrassegnati da dinamiche che possiamo definire quasi opposte: il primo periodo comprende il novantennio che scorre tra l’unificazione e la fine della seconda guerra mondiale; il secondo interessa gli ultimi sessant’anni. Due epoche segnate da dati inequivocabili: nel corso del primo periodo i consumi di questi cibi erano aumentati molto poco e molto lentamente, confermando l’immagine di un Paese povero e arretrato, condannato a una dieta pressoché vegetariana, povera di grassi e di proteine; nella seconda fase si registra una brusca impennata che inverte la tendenza e apre, con il 1950, un’epoca nuova e senza precedenti, di crescita costante e intensa, nella quale l’alimentazione italiana raggiunge i livelli e gli standard dei Paesi avanzati del mondo occidentale.

Per il mondo del vino la ripresa dopo la seconda guerra mondiale fu alquanto lenta a causa di più difficoltà, aumentate nel Sannio che si trovava a fare i conti anche con i danni causati da un imprevisto e doloroso passaggio del conflitto bellico. Nel corso del convegno agrario italo-americano che si svolse a Firenze, dal 25 al 29 gennaio 1946, si sviscerarono le negatività legate alla ricostruzione viticola post fillosserica che aveva subito un evidente rallentamento, con le criticità che furono acuite dalla mancanza di manodopera e dalla distruzione di quella che era l’industria vivaistica. A tutto ciò si andavano a sommare, nelle regioni interessate anche dalla guerra di liberazione della Penisola, i rilevanti danni causati dalle offese belliche e dalle occupazioni da parte dei reparti militari. Fenomeno che interessò anche la Campania, in particolare le province di Benevento, Avellino e Salerno, in cui circa il 30% del patrimonio dei vigneti aveva subito danni.

Nel 1948 la produzione di uva nel Sannio toccò la cifra di 697.430 quintali, mentre furono prodotti 424.080 ettolitri di vino. Numeri che erano ben lontani da quelli delle vendemmie antecedenti alla guerra: nel 1938 la produzione di uva in provincia fu di 1.081.000 quintali. Le cose andarono meglio con la vendemmia 1949, quando si raccolsero 1.023.490 quintali di uva e si produssero 611.990 ettolitri di vino. Ma già l’anno successivo si registrò una nuova contrazione (813.310 quintali di uva, 481.900 ettolitri di vino), che diventò ancora più marcata nel 1951 (728.210 quintali di uva, 432.520 ettolitri di vino). In questo frangente a causare le difficoltà fu soprattutto la progressiva crisi dei prezzi agricoli rispetto a quelli industriali. Il prezzo dell’uva, nel periodo considerato, diminuì del 40-50%, mentre i costi di produzione lievitarono sensibilmente, se si considera che solo il prezzo del solfato di rame aumentò del 150%.

Nonostante queste difficoltà fu proprio il vino a “soccorrere” in quel periodo le casse comunali. Il Consiglio comunale, guidato dal sindaco Cosimo Moccia, nell’impossibilità di pareggiare il bilancio 1947, il 24 ottobre di quell’anno deliberò «di istituire un diritto in ragione del 0,50% sul valore del vino esportato, in considerazione che il comune produce diverse migliaia di quintali di vino all’anno». Richiesta che fu inviata, tramite la Prefettura di Benevento, al Ministero delle Finanze, al fine di ottenere la relativa autorizzazione. Il 30 gennaio 1948 arrivò la risposta da parte della Direzione generale dei servizi per la finanza locale, che riportava il parere espresso dal Ministro delle finanze di concerto con quello per l’interno. I dicasteri autorizzavano il Comune ad istituire tale diritto, ampliandolo anche al mosto e all’uva, in considerazione del fatto che «la produzione locale dei detti generi è tale da rendere apprezzabile il provento dell’accennato diritto ai fini del miglioramento della situazione finanziaria del Comune». 

Si trattava di una misura di non poco conto se consideriamo che solo qualche mese prima, il 1° maggio, erano entrate in vigore le nuove tariffe relative all’imposta comunale sulle bevande vinose. La tariffa sui ‘Vini comuni’ (quelli confezionati in fusti o altri recipienti, di gradazione alcolica superiore od uguale ai cinque gradi dell’alcoolometrico di Gaj Lussac e non superiore a ventuno) passò dalle 500 alle 800 lire ad ettolitro; quella sui ‘Vini fini’ (vini speciali: vini liquorosi, passiti e non passiti; vini aromatici e  aperitivi a base di vino), passò dalle 1.000 lire alle 3.000 lire ad ettolitro: l’imposta per i vini in bottiglia, di qualsiasi qualità, venne aumentata da 10 lire a 40 lire a bottiglia; quella degli spumanti salì da 50 lire a 100 lire alla bottiglia. Restò invariata, invece, la tariffa prevista per l’uva fresca destinata alla vinificazione, quantificata in 520 lire al quintale. Esente le uve da tavola di qualità pizzutella, pane, panse, precoce, zibibbo, moscato nero e bianco, luglienga bianca.

Lo scenario ebbe il bis l’anno successivo, con un atto adottato il 13 dicembre 1948 da un’assise consiliare striminzita (oltre al sindaco Moccia c’erano i consiglieri Giuseppe Moccia, Antonio Di Santo, Vincenzo Venditti, Matteo Simone, Angelo Matarazzo e Luigi D’Onofrio). In quella occasione il Consiglio comunale ripropose la richiesta di usufruire del diritto speciale sul vino, uva e mosto. Misura che si imponeva «in quanto si renderebbe impossibile il pareggio del Bilancio dell’Esercizio 1949, in corso di compilazione, avendo applicato in esso tutti i normali tributi di carattere locale, con le aliquote massime consentite». Nell’atto consiliare si evidenziava anche l’inutilità «di estendere l’imposta di consumo a nuove voci per il loro irrilevante rendimento, in quanto l’unica maggiore produzione locale è il vino». Così come si sottolineava l’equità della tassazione, considerato «che tale imposizione colpisce la maggior parte dei cittadini, essendo questo Comune eminentemente agricolo, specializzato in particolar modo nella coltivazione dei vigneti» e «che data l’esigua percentuale 0,50%, l’imposta non è tanto risentita dai contribuenti». 
Partiva, dunque, una nuova richiesta al Ministero delle Finanze «affinché anche per l’Esercizio 1949, siano applicati i diritti di esportazione sul vino, mosto ed uva prodotto in questo tenimento e destinate al trasporto in altri Comuni, in misura del 0,50% sul valore». L’atto venne approvato all’unanimità dai sette componenti presenti: numero minimo necessario per garantire la validità della seduta. In aula erano presenti i rappresentanti di entrambe le espressioni consiliari che da oltre due anni si andavano duramente combattendo in aula e a suon di ricorsi. Si trattò dell’ultima seduta consiliare presieduta dal sindaco Moccia che, sul finire dell’anno, presentò le dimissioni. L’episodio del voto congiunto non deve stupire più di tanto se consideriamo che anche la nuova amministrazione comunale, guidata da Vincenzo Venditti, chiederà l’applicazione di questo diritto speciale per pareggiare i bilanci comunali dei successivi tre anni.

Il vino, dunque, “salvagente” delle finanze comunali. Nonostante l’aliquota venisse considerata «esigua» dagli amministratori, essa produsse entrate tali da garantire il pareggio di bilancio. Per l’esercizio finanziario 1951 l’amministrazione prevedeva, all’atto della richiesta inviata al Ministero, un’entrata, grazie a questo diritto speciale, quantificata in 400.000 lire: voce consistente se si considera che il totale del bilancio superava di poco i sei milioni di lire. 

Negli anni di cui stiamo parlando il consumo del vino registrò forti incrementi. Nel 1951 il consumo medio di vino pro capite in Italia toccò la cifra di 83,8 litri. Questa cifra salirà anno dopo anno, fino a toccare i 116 litri pro capite nel 1968. La successiva inversione della curva portò la discesa sotto i 100 litri pro capite nell’anno 1975. Seguì un declino costante: nel 1986, l’anno dello scandalo del metanolo, il consumo medio pro capite di vino si attestò alla cifra di 68 litri. Oggi siamo a circa 37 litri di vino a persona, minimo storico dall’Unità d’Italia, rappresentando poco più della metà dei consumi di bevande alcoliche (vini, birre, liquori e acquaviti) che si attestano a circa 70 litri per persona all’anno.  
Questi numeri sono ben lontani da quelli che fanno segnare le bevande gassate che, nonostante i cali degli ultimissimi anni, registrano un consumo medio annuo pro-capite di circa 50 litri. La bibita diventata icona di questo mercato, la Coca Cola, negli anni in cui si vedevano aumentare i consumi del vino era costretta a fare i conti con un difficile ingresso sul mercato italiano ed europeo. In piena seconda guerra mondiale, la Germania di Hitler ne vietò l’importazione sul suolo tedesco. In Italia questa guerra alla bibita americana proseguì anche dopo la fine del conflitto, condotta soprattutto dalle forze di sinistra. Nel mondo comunista quel «liquido oscuro», che tra il 1948 e il 1952 i compagni francesi avevano sparso per le vie di Parigi, rimase a lungo un’entità innominabile, tanto da chiamarla «la bibita Zeta-Zeta». Una forte ostilità che non veniva nascosta dallo stesso leader di allora del Pci, l’onorevole Palmiro Togliatti, il quale, nel corso di un dibattito in aula sul Patto Atlantico (correva l’anno 1949), in risposta alle continue interruzioni del deputato democristiano Tonengo, di cui erano note a Montecitorio le debolezze etiliche, con crudele sarcasmo affermò: «Onorevole Tonengo si auguri che assieme alla Nato non venga approvata qualche clausola segreta con cui s’imponga persino a lei di bere Coca-Cola anziché il vino dei colli dell’Astigiano».
In alternativa, venne favorita l’attività imprenditoriale di un giovane laziale, Pietro Neri, che nel 1949 lanciò in Italia una bibita innovativa che subito incontrò il favore del pubblico, il Chinotto. Una bottiglia senza etichetta, che mostrava interamente un liquido scuro, simile a quello della Coca Cola, che era sbarcata qualche anno prima con l’esercito americano ad Anzio.

Al tempo stesso la Coca Cola fu oggetto di un serrato scontro politico, con i comunisti che profusero grande impegno affinché l’imposta di consumo per la bibita proveniente dall’America fosse determinata nella misura del 25%, rispetto al 10% di tutte le altre bevande gassate, che venivano tutte prodotte utilizzando una parte di succo di frutta. Nell’ambito del dibattito che si registrò nelle aule parlamentari il senatore comunista Paolo Fortunati pronunciò contro la bibita una vera e propria dichiarazione di guerra: «Addirittura si dice ormai pubblicamente, a Bologna e fuori Bologna, che anche la Coca Cola sarà considerata a base di succhi naturali di frutta. Io non vorrei che gli italiani fossero costretti a fare quello che fanno gli egiziani ad Alessandria e al Cairo: cioè a rovesciare e a bruciare per le strade gli autocarri che trasportano la Coca Cola!». Contro la diffusione della bibita erano anche le frange più conservatrici della Democrazia Cristiana, influenzate soprattutto dalla gerarchia ecclesiastica, che diffidava non solo sul liquido esotico e frizzante ma sulla stessa forma della bottiglietta, che sembrava ricalcare i fianchi femminili. 

In questo clima, l’amministrazione castelvenerese guidata dal sindaco Venditti, nella seduta del 29 ottobre 1950 non perse tempo a deliberare l’atto con cui stabiliva «l’aliquota d’imposta sul Coca Cola al 25%, vale a dire a lire 12,50 alla bottiglia», atto che ben presto dovette essere annullato. L’assise cittadina, nella seduta del 27 maggio dell’anno successivo, adottò una nuova delibera che faceva seguito ad un invito espresso il 7 aprile precedente dalla Prefettura di Benevento. Con la nuova delibera venne ridotta dal 25% al 10 l’aliquota di imposta sulla bibita, con la tariffa che passò da 12,5 a 5 lire alla bottiglia. 

L’ultimo attacco alla bibita arrivata da Atlanta fu sferzato nel 1953 dal Governo democristiano, guidato da Alcide De Gasperi che, sollecitato dal presidente della Coldiretti Paolo Bonomi, decise di tassare pesantemente la Coca Cola, con l’accusa di ledere gli interessi dei viticoltori. Fu il classico colpo di coda, considerato che anche i democratici cristiani ben presto si sarebbero adattati alle tendenze del mercato. Nel dicembre di quello stesso anno anche in Francia, dove più forte era stata la campagna contro la «coca-colonizzazione», la Coca Cola divenne una bibita, libera di essere commercializzata. Si stava ormai entrando nella società dei consumi.



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Pasquale Carlo

Giornalista pubblicista. Esperto di Enologia, collabora con diversi siti web del settore. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni tra cui una biografia di San Barbato e "Castelvenere Valdese".