È noto che il culto della dea Iside è conosciuto in Italia già dal II secolo a.C., introdotto dai mercanti alessandrini che avevano interessi commerciali con la città di Pozzuoli.1Cfr.: R. Pirelli, Il culto di Iside a Benevento, in De Caro S., Egittomania. Iside e il Mistero, ed. Electa, Napoli, 2007, pp. 129-36.
Alla battaglia di Pirro nel 275 a.C. a Maleventum, dopo una sanguinosa sconfitta dei Sanniti, i Romani accentuano la loro politica economica e militare nel distretto principale del centro Italia, tale da ribattezzare la città stessa Beneventum, in segno di buon auspicio.2Cfr.: M. Nuzzolo, Misteri a Benevento, «Archeo», Timeline Publishing s.r.l., Roma, 2012, 326, pag. 95.
In epoca imperiale, gli imperatori Flavi si appropriano del culto prestigioso ed antico dedicato alla dea Iside, ne innalzano costruzioni rituali detti Isei -che si trovano ovunque nel bacino del Mare Nostrum – e legano il proprio nome alla città – con la costruzione dell’Iseo Campense, dedicato alla dea da Domiziano (89 d.C., Benevento), al ritorno dal suo viaggio in Egitto-. In realtà Domiziano, che aveva fatto di se stesso un ‘dominus et deus’, aveva dedicato il tempio ad Iside Pelagia, la dea della maternità e della fertilità.3«E Iside compare a partire dal 71 d.C. sulle monete e sulle medaglie coniate dagli imperatori. Con Caracalla, la religione della grande dea raggiunse il suo apogeo. In onore di Iside a Roma si celebravano due grandi cerimonie pubbliche: il 5 marzo si festeggiava il Navigium Isidis, la seconda era la festività dell’Inventio, celebrata tra il 29 ottobre e i primi di novembre» Cfr.: M.L. Nava, L’eredità egizia del mito di Iside in Aa.Vv., Catalogo della mostra Mater, Ed. Arbor Sapientiae, Roma, 2015, pp.65ss.
È interessante sottolineare che, nel 436, il Concilio di Efeso decretò di attribuire a Maria il titolo di theotokos e di trasformare la ‘grande Iside’ e i vari templi isiaci in soggetto di culto mariano. La presenza dei Longobardi –popolazione di stirpe germanica – nel territorio sannita, portò con sé gli antichi riti di origine celtica: cerimonie funebri con falò; banchetti allietati da danze e sacrifici di animali; auspici, compiuti nella notte intorno ad un albero sacro o ‘noce’, su cui si fonda il mito delle janare
Queste liturgie pagane – istruite da numerose sacerdotesse o streghe, in estasi all’albero degli dei e alla luce del fuoco – legano il culto di Iside all’arbor sacra longobarda. Il nome dato alle streghe beneventane (janare) riporta il ricercatore indietro nel tempo, al termine ‘ianara’ ed al dio Giano, custode delle porte (janua), o ancora alla dea Diana, che i Sanniti, adoravano come dea Mefite ed Ecate, identificata a sua volta con Iside.4Cfr.: P. Caruso, Santi, Spiriti, Streghe, Ed. Realtà Sannita, Benevento, 2001, pp.40ss.
Le janare, conoscitrici delle proprietà lenitive delle erbe medicinali -quali discendenti dirette della dea Iside-, presiedevano alla gestazione e al parto; di qui, la tradizionale attribuì ad esse poteri magici utili al sesso femminile.
L’arbor sacra longobarda, come pure il serpente e gli auspici, propri della cultura longobarda, divengono, nel racconto De nuce maga beneventana (del protomedico Pietro Piperno del 1639)5Il Piperno indica la localizzazione del “noce, ‘in Ripa Ianara’ non lontano dalla riva del fiume Sabato”, cioè sulla ‘riva della strega’, secondo un’antica tradizione che risalirebbe al 1273. Cfr.: P. Piperno, Della superstiziosa Noce di Benevento [De Nuce Maga Beneventana], Pier Giacomo Gattaro, Napoli, 1640, pp. 13-28., veri e propri riti del sabba legati alle streghe.[/mfn] 
Secondo la tradizione, a cui si rifà la Vita sancti Barbati episcopi Beneventani, la conversione dei Longobardi fu opera di Barbato6Barbato è il custode del sacro, che nato da una famiglia di origine sassone in ‘contrada foresta’ intorno al 602 a Castelvenere in Benevento, invita anche al lavoro della terra fertile. La sua stirpe, in cerca di fortuna nel profondo centro Italia e proveniente dal Wien – affluente del Danubio- fu nominata dai longobardi stessi ‘wiener volk’ (oggi ‘immigrati del Wien’ o viennesi). Castelvenere deriverebbe il proprio titolo onomastico da tali immigrazioni. “Dopo la conversione operata dal santo, il Longobardi beneventani divennero abbastanza munifici verso le istituzioni religiose e eressero chiese, specie in onore di San Michele Arcangelo, da essi molto venerato”. Cfr.: N. Vigliotti, Telesia… Telese Terme, due millenni, Arti Grafiche Don Bosco, Telese Terme, Bn, 1993, pag. 96, vescovo di Benevento. Uomo di grande cultura e custode della disciplina morale e teologica, guidò personalmente le chiese sannite prive di pastori, come pure quella dell’antica Telesia
Secondo la tradizione, Romualdo, duca della città e portavoce dei Longobardi, temendo l’avanzata e l’assedio della città da parte dell’imperatore Costante II, alle parole del santo7La tradizione vuole che Barbato, fermatosi a pregare, abbia avuto una visione della Madre di Dio. Nel condurre “Romualdo alle mura di cinta della città, anche il duca vede la Madre di Dio, tutta smagliante di luce, terribile come un oste schierato in campo contro il nemico”. Cfr.: A. De Blasio. Il nostro paese, Tip. Opera ‘Ragazzi di San Filippo’, Cava dei Tirreni, 1957, pag. 106., si convertì al Cristianesimo e fece abbattere l’antico noce pagano.8“Il patrizio beneventano Ottavio Bilotta fece porre un’iscrizione sul luogo dell’evento, che ricordasse l’opera di San Barbato”. Cfr.: P. Caruso, op. cit., pag. 115).

P. Piperno, De Nuce Maga Beneventana, 1640

Ad oggi, il culto del santo non è stato intaccato dalla modernizzazione dei tempi. Dopo la sua morte (19 febbraio 683), le sue reliquie – divise e custodite in parte dai benedettini nel santuario di Montevergine (sui monti dell’entroterra avellinese), in parte sotto l’altare maggiore del duomo di Benevento ed in parte in un’urna in Castelvenere – sono meta di migliaia di pellegrini che arrivano da ogni dove, in ogni momento dell’anno, e alla ‘festa del Tuono’, il 19 febbraio. Al santo si addebitano numerose guarigioni e inspiegabili apparizioni, come pure la protezione contro i lacci del maligno. 
Il culto delle reliquie resta un’eredità del cristianesimo, ma anche una connessione tra l’uomo ed il ‘supremo’, l’incognito e il ‘mistico’. E. Taylor ebbe a dire che tali oggetti benché inanimati, incidono direttamente sulla vita dei fedeli e sono essenziali per la loro sopravvivenza9Per saperne di più vedi Joseph Campbell, Mitologia primitiva, ed. Mondadori, Milano 1999. – spesso funzionali alla riuscita delle azioni quotidiane del vivere –.
Il termine reliquiae (dal verbo lat. relinquo, –ere, ovvero abbandonare o allontanarsi da), indicò, nell’uso comune, ‘ciò che ne restava di un oggetto dopo la conclusione di una vicenda’ o di un processo ma anche ‘i resti, gli avanzi di ciò che si lasciava dietro di sé’. Il cristianesimo della prima ora prese a prestito il termine per indicare i resti corporei di alcuni morti ‘speciali’, i santi – cui i cristiani, sin dai primi tempi, attribuirono una venerazione per le opere e segni che fecero sia in vita, sia dal momento della morte.10“Nel Medioevo i pignora -i segni tangibili della vita di Gesù, di un apostolo o di un santo- erano ciò di cui i fedeli illetterati avevano bisogno per capire e per credere. Tale manifestazione cultuale non è rappresentata esclusivamente dagli oggetti in sé, ma anche dalla gente che li venera, li inventa, li fabbrica, li vende o li ruba. Ecco allora perché le reliquie acquistano un indubbio valore storiografico. Mentre il loro prestigio cambiava da luogo a luogo e variava da persona a persona, nel Medioevo non c’era classe di individui – fossero essi teologi, re o contadini- per cui le reliquie non avessero un ruolo preminente. Nelle chiese esse richiedevano altari finemente addobbati e teche preziose; nelle aule di giustizia si giurava su di loro di dire la verità; sui campi di battaglia venivano esibite come segni propiziatori e simboli della fede individuale”. Cfr.: Lombatti A., Il culto delle reliquie, ed. Sugarco, Milano, 2007, pp. 70-1.
Una reliquia diventa una dote da custodire o ciò che un santo lascia sulla terra dopo la sua morte -o il suo corpo diviso o integro, o degli oggetti utilizzati in vita o al momento della morte-.
Ma la fine stessa della vita non fu condizione sufficiente per ammettere l’autenticità di una reliquia. Essa ha bisogno di una comunità che ne riconosca il valore e l’integrità. Se la santità è il luogo privilegiato di intercessione presso Dio delle preghiere dei cristiani, allora il riconoscimento della reliquia (visibile e accessibile, ponte tra due realtà dell’umano e del divino) è garanzia dell’azione di intercessione di Dio presso l’umano che lo invoca. 
Questi culti, apparentemente irrazionali, sarebbero stati alla base, secondo Tylor, di una ‘evoluzione’ del pensiero religioso che avrebbe condotto, di pari passo con la civilizzazione, ad un cristianesimo strutturato e mai lontano dalla figura di un Pater ed Essere creatore.

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[1] Cfr.: R. Pirelli, Il culto di Iside a Benevento, in De Caro S., Egittomania. Iside e il Mistero, ed. Electa, Napoli, 2007, pp. 129-36.
[2] Cfr.: M. Nuzzolo, Misteri a Benevento, «Archeo», Timeline Publishing s.r.l., Roma, 2012, 326, pag. 95.
[3] «E Iside compare a partire dal 71 d.C. sulle monete e sulle medaglie coniate dagli imperatori. Con Caracalla, la religione della grande dea raggiunse il suo apogeo. In onore di Iside a Roma si celebravano due grandi cerimonie pubbliche: il 5 marzo si festeggiava il Navigium Isidis, la seconda era la festività dell’Inventio, celebrata tra il 29 ottobre e i primi di novembre». Cfr.: M. L. Nava, L’eredità egizia del mito di Iside in Aa.Vv., Catalogo della mostra Mater, ed. Arbor Sapientiae, Roma 2015, pp. 65ss.[4]Cfr.: P. Caruso, Santi, spiriti, streghe, ed. Realtà Sannita, Benevento, 2001, pp. 40ss.
[5] Il Piperno indica la localizzazione del “noce, ‘in Ripa Ianara’ non lontano dalla riva del fiume Sabato”, cioè sulla ‘riva della strega’, secondo un’antica tradizione che risalirebbe al 1273. Cfr.: P. Piperno, Della superstiziosa Noce di Benevento [De Nuce Maga Beneventana], Pier Giacomo Gattaro, Napoli, 1640, pp. 13-28.
[6] “Il grosso noce si ergeva al centro, rinsecchito, ed i rami, simili a lunghe braccia ischeletrite, si protendevano verso il cielo […]. La radura intorno era spoglia e mille orme di zoccoli disegnavano una sorta di cerchio, come se una mandria di bestie impazzite avesse scalpitato per tutta la notte. Arrivavano a gruppi le streghe, cavalcando anche maiali e montoni”. Cfr.:  N. Pacelli, Streghe, ed. FRI, Roma, 1991, pag. 45.
[7] Barbato è il custode del sacro, che nato da una famiglia di origine sassone in ‘contrada foresta’ intorno al 602 a Castelvenere in Benevento, invita anche al lavoro della terra fertile. La sua stirpe, in cerca di fortuna nel profondo centro Italia e proveniente dal Wien – affluente del Danubio- fu nominata dai longobardi stessi ‘wiener volk’ (oggi ‘immigrati del Wien’ o viennesi). Castelvenere deriverebbe il proprio titolo onomastico da tali immigrazioni. “Dopo la conversione operata dal santo, il Longobardi beneventani divennero abbastanza munifici verso le istituzioni religiose e eressero chiese, specie in onore di San Michele Arcangelo, da essi molto venerato”. Cfr.: N. Vigliotti, Telesia.. Telese Terme, due millenni, Arti Grafiche ‘Don Bosco’, Telese Terme -BN-, 1993 pag. 96.
[8] La tradizione vuole che Barbato, fermatosi a pregare, abbia avuto una visione della Madre di Dio. Nel condurre «Romualdo alle mura di cinta della città, anche il duca vede la Madre di Dio, tutta smagliante di luce, terribile come un oste schierato in campo contro il nemico». Cfr.: De Blasio, A., Il nostro paese, Tip. Opera ‘Ragazzi di San Filippo’, Cava dei Tirreni, 1957, pag. 106).
[9] “Il patrizio beneventano Ottavio Bilotta fece porre un’iscrizione sul luogo dell’evento, che ricordasse l’opera di San Barbato” (cf.  P. Caruso,op. cit., pag. 115).
[10] Per saperne di più vedi Joseph Campbell, Mitologia primitiva, ed. Mondadori, Milano 1999.
[11] «Nel Medioevo i pignora – i segni tangibili della vita di Gesù, di un apostolo o di un santo – erano ciò di cui i fedeli illetterati avevano bisogno per capire e per credere. Tale manifestazione cultuale non è rappresentata esclusivamente dagli oggetti in sé, ma anche dalla gente che li venera, li inventa, li fabbrica, li vende o li ruba. Ecco allora perché le reliquie acquistano un indubbio valore storiografico. Mentre il loro prestigio cambiava da luogo a luogo e variava da persona a persona, nel Medioevo non c’era classe di individui – fossero essi teologi, re o contadini – per cui le reliquie non avessero un ruolo preminente. Nelle chiese esse richiedevano altari finemente addobbati e teche preziose; nelle aule di giustizia si giurava su di loro di dire la verità; sui campi di battaglia venivano esibite come segni propiziatori e simboli della fede individuale». Cfr.: Lombatti A., Il culto delle reliquie, ed. Sugarco, Milano, 2007, pp. 70-1.



Giovanni Giletta

Giovanni Giletta

Nasce a Telese Terme nel 1970. Allievo del filosofo Massimo Achille Bonfantini, si laurea in Semiotica e Filosofia del Linguaggio presso l'Università degli Studi l'Orientale di Napoli. Ha poi conseguito la Scuola di Specializzazione post laurea in Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione presso il Consorzio For.Com. La Sapienza. Dedica le sue ricerche allo studio della filosofia e della psicologia dell'inconscio. Ha pubblicato "Cento petali e una rosa" (Natan, 2016), "Filosofia hegeliana e religione. Osservazioni su Sebastiano Maturi" (Natan, 2017) e "Nel gioco di un'incerta reciprocità: Gregory Bateson e la teoria del doppio legame" (Ed. del Faro, 2020).