Secondo un’antica tradizione popolare, che affonda le sue radici in epoca medievale, un trauma improvviso e violento (un forte spavento o un’emozione inaspettata) poteva provocare la verminara, vale a dire la formazione di vermi nell’intestino.1Dal latino vermina = colica o dolore di ventre.
Mai nessuno ha spiegato precisamente come questi vermi comparirebbero nell’apparato digerente; sta di fatto che essi – a seguito di un forte turbamento dell’organismo – si renderebbero responsabili di disturbi intestinali più o meno gravi.
Questa convinzione ha attraversato i secoli fino a perdurare, soprattutto nei ceti sociali meno abbienti, fino ai giorni nostri.
In passato la teoria maggiormente in voga, utilizzata per giustificare la presenza e l’attività di questi animaletti era la seguente: i vermi risiedono normalmente nell’organismo umano e sono contenuti all’interno di una sacca a forma di ciambella o meglio di gomitolo. La loro presenza sarebbe importantissima per le funzioni dell’organismo ospite dove eserciterebbero una funzione preminentemente metabolica.2In gergo napoletano il gomitolo viene detto gliòmmero. Il termine è usato anche per indicare un intricato componimento letterario composto da allusioni, battute e doppi sensi. Avrebbero cioè effetti benefici in quanto migliorerebbero i processi digestivi. Tuttavia, la loro “normale” e benemerita attività, potrebbe essere improvvisamente sconvolta a seguito di un evento scatenante. In tal caso questi stessi parassiti, anziché esercitare il loro lavoro quotidiano si metterebbero in agitazione fuoriuscendo dal loro alveo naturale. Ciò provocherebbe la verminara.
I sintomi derivanti da tale condizione clinica non sono sempre gli stessi ma variano da persona a persona, sia per intensità che per durata: si può andare da un mal di pancia passeggero ad una sintomatologia particolarmente imponente e di gravità tale da scatenare perfino la morte. 
Tra i disturbi lievi vanno annoverate le vertigini e/o una fastidiosa sensazione di stordimento e di fiacchezza che, col passar del tempo, sfocia in un tipico pallore cutaneo e in una vera e propria sindrome psico-astenica.
I disturbi più importanti, invece, rappresentano la conseguenza di un interessamento generalizzato dell’apparato gastroenterico e si manifestano generalmente con vomito profuso, ripetute scariche di diarrea e dolori crampiformi interessanti tutti i quadranti dell’addome. 
Il quadro clinico, in alcuni casi, potrebbe complicarsi con la comparsa della febbre e, in tal caso, la prognosi può diventare infausta.
Sempre secondo la credulità popolare, la presenza di vermi potrebbe essere responsabile di una sindrome acuta realizzantesi con un quadro clinico angosciante e drammatico: quella dei riscenzielli.
Il termine, di chiara derivazione popolare, indica un fenomeno allarmante della malattia, caratterizzato da spasmi e contratture del corpo e un corredo di sintomi critici.
Il vocabolo “riscenziello”, benché usato quasi esclusivamente dal volgo, ha probabilmente origini colte e deriva dal latino “descensus” e indica lo svenimento, la caduta a terra del malato.3Il termine viene utilizzato in medicina col significato di prolasso, discesa.
Da un punto di vista nosologico il riscenziello rappresenta l’analogo di ciò che la medicina ufficiale definisce “convulsione” e sta ad indicare un quadro clinico corrispondente a quello delle crisi epilettiche.4Etimologicamente il termine epilessia è di derivazione ippocratica e significa letteralmente “essere colto di sorpresa”. Indicava così l’imprevedibilità della comparsa dei sintomi. Cfr. D.F. Scott, La storia della terapia dell’epilessia, Momento Medico, Salerno, 1994.
riscenzielli erano molto frequenti nei bambini in cui provocavano delle vere e proprie crisi convulsive attribuite ai vermi ma in realtà legate al repentino innalzamento della temperatura corporea.5Rappresenta l’analogo del termine scientifico di Eclampsia infantile.
Ma come potevano essere curati questi malanni? I vecchi guaritori del popolo lo facevano attraverso alcuni rituali consolidati tra loro, molto simili nelle diverse culture popolari – sebbene suscettibili di alcune variazioni regionali – ma in ogni caso finalizzati alla risoluzione del problema che si riteneva possibile solo mediante l’espulsione dei vermi dall’organismo.
Per poter ottenere questo risultato era necessario, in via preliminare, procedere ad “inciarmare” i vermi, cioè riuscire a immobilizzarli per renderli inoffensivi e per poi poterne assumere il controllo. 
A questa finalità era legata la prima parte del rituale. 

Una inciarmatrice di vermi

La pratica di “inciarmare” i vermi era comune a tutte le culture. Nel napoletano il termine inciarmare viene probabilmente adottato a seguito della dominazione francese e deriva dalla voce «Charme» nata inizialmente per significare l’incantesimo magico e successivamente utilizzata in senso lato per indicare il potere di fascinazione femminile. La sua etimologia è comunque più antica: dal latino –in intensivo e cantare, ossia recitare formule magiche o, più in generale, ammaliare. È la stessa radice latina da cui deriva «Carmen»: canto, poesia, profezia. Essa trova particolari analogie con l’attività svolta dagli incantatori di serpenti (particolarmente diffusi nelle culture orientali) i quali, con il loro lento movimento e la musica dolce e melodiosa del flauto, ottengono un effetto ipnotico sui rettili.

Incantatore di serpenti

Nella tradizione popolare del meridione d’Italia solitamente la persona addetta a “inciarmare la verminara” era femminile e l’intervento veniva praticato quasi esclusivamente su bambini o giovani in età adolescenziale. A queste patologie, infatti, erano particolarmente esposti persone considerate per natura più deboli (e quindi le donne e specialmente i bambini).
Nella maggior parte dei casi i pazienti sottoposti a tale pratica appartenevano alle classi meno abbienti dove la scarsa possibilità di adottare regole igieniche personali e familiari, la povertà sociale e il basso livello di scolarizzazione, favorivano l’adesione a queste credenze popolari e il conseguente ricorso a pratiche al limite dell’esoterismo.
L’inciarmatrice (detta anche “incarmatrice”)6Sinonimo di «incantatrice», «maliarda», «donna capace di sedurre». Cfr.: Vocabolario Treccani.era una guaritrice – più raramente si trattava di uomini – depositaria di un antichissimo sapere tradizionale, in grado di agire efficacemente e in modo alternativo rispetto alle cure della medicina ufficiale.
Solitamente essa, a differenza del medico, operava in maniera gratuita o in cambio di qualche genere di prima necessità (raramente veniva ricompensata con il denaro). Il rituale a cui si affidava era in genere molto semplice: cospargeva la pancia del bambino con olio e aglio e con il palmo aperto della mano praticava dei leggeri massaggi su tutto l’addome. Poi appoggiava delicatamente la fredda lama di un coltello sulla pancia e intorno all’ombelico recitando contemporaneamente una serie di formule incomprensibili (le parole venivano pronunciate sottovoce e a labbra strette per evitare che i presenti potessero comprenderne il significato). Poi “segnava” con la punta del coltello delle piccole croci sulla pancia del paziente e continuava a pronunciare litanie. Le croci mimavano l’atto di tagliare idealmente i vermi presenti nell’intestino in modo tale che potessero essere successivamente espulsi.
Una variante meno diffusa di tale procedura consisteva nell’utilizzo di una tazzina di caffè capovolta che veniva attaccata allo stomaco del paziente a mo’ di ventosa quasi a voler risucchiare i vermi fuori dall’organismo infetto; la tecnica è conosciuta in medicina alternativa come “coppettazione”.7La coppettazione, particolarmente diffusa nella medicina orientale, era già conosciuta alla medicina ippocratica secondo la quale serviva a riattivare i liquidi nel corpo e ad evitare ristagni. Rappresenta una tecnica controversa e scarsamente supportata da prove scientifiche ed è basata sul presupposto di un beneficio ottenuto mediante risucchio pressorio. In qualche caso i due rituali (quello delle croci e quello della tazzina) si alternavano.
Non è che la medicina ufficiale, quella colta, facesse molto di più. Il principale strumento terapeutico a disposizione dei medici era la purga, solitamente costituita da un intruglio di erbe irritanti per la mucosa gastro-intestinale, e che quindi provocavano una evacuazione forzata, utile per l’eliminazione dei parassiti intestinali. Tale pratica non era indenne da rischi.
La spiegazione che la medicina “ufficiale” dava per giustificare questa terapia era contenuta nell’antico adagio in voga presso l’antica Scuola Medica Salernitana secondo cui l’evacuazione liberava l’organismo da ogni agente patogeno e ripristinava nell’ammalato il pregresso stato di salute. Tuttavia, per poter essere efficace, l’evacuazione doveva avvenire di primo mattino. In questo caso rappresentava sollievo e disintossicazione dell’organismo. 

Defecatio matutina bona tam quam medicina.
Defecatio meridiana neque bona neque sana.
Defecatio vespertina ducit hominem ad ruinam.8In realtà questo detto non è mai stato riportato nel “Flos Medicinae Salerni”ed è probabile che il primo verso fosse attendibile mentre gli altri due possono considerarsi un’aggiunta successiva, probabilmente di origine goliardica.

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[1] Dal latino vermina = colica o dolore di ventre.
[2]In gergo napoletano il gomitolo viene detto gliòmmero. Il termine è usato anche per indicare un intricato componimento letterario composto da allusioni, battute e doppi sensi. 
[3] Il termine viene utilizzato in medicina col significato di prolasso, discesa.
[4] Etimologicamente il termine epilessia è di derivazione ippocratica e significa letteralmente “essere colto di sorpresa”. Indicava così l’imprevedibilità della comparsa dei sintomi. Cfr. D.F. Scott, La storia della terapia dell’epilessia, Momento Medico, Salerno, 1994.
[5] Rappresenta l’analogo del termine scientifico di Eclampsia infantile.
[6] Sinonimo di «incantatrice», «maliarda», «donna capace di sedurre». Cfr.: Vocabolario Treccani.
[7]La coppettazione, particolarmente diffusa nella medicina orientale, era già conosciuta alla medicina ippocratica secondo la quale serviva a riattivare i liquidi nel corpo e ad evitare ristagni. Rappresenta una tecnica controversa e scarsamente supportata da prove scientifiche ed è basata sul presupposto di un beneficio ottenuto mediante risucchio pressorio.
[8] In realtà questo detto non è mai stato riportato nel “Flos Medicinae Salerni”ed è probabile che il primo verso fosse attendibile mentre gli altri due possono considerarsi un’aggiunta successiva, probabilmente di origine goliardica.



Emilio Bove

Emilio Bove

Medico e scrittore. Ha all’attivo numerose pubblicazioni tra cui una Vita di San Leucio, dal titolo «Il lungo viaggio del beato Leucio», edito nel 2000. Ha pubblicato nel 1990 «San Salvatore Telesino: da Casale a Comune» in cui ripercorre l’evoluzione del suo paese dalla nascita fino alla istituzione del Comune. Ha scritto il romanzo-storico «L’Ultima notte di Bedò», vincitore del Premio Nazionale Olmo 2009 che narra la storia di un eccidio nazista perpetrato nell’ottobre 1943. Nel 2014 ha dato alle stampe la storia della Parrocchiale di Santa Maria Assunta con la cronotassi dei parroci.È autore di un saggio sulla storia della depressione dal titolo: «Il potere misterioso della bile nera, breve storia della depressione da Ippocrate a Charlie Brown». Ha partecipato all'antologia "Dieci Medici Raccontano", vincitore del Premio Letterario Lucio Rufolo 2019. Ha collaborato con numerose riviste di storia. Socio fondatore dell’Istituto Storico Sannio Telesino è Direttore Editoriale della Casa editrice Fioridizucca.