Analizzando le grandi epidemie del presente e del passato, appare quasi straordinario quante siano innumerevoli le similitudini nei comportamenti sociali e negli atteggiamenti scientifici utilizzati nell’affrontare i luttuosi eventi. Nelle stesse cause di insorgenza di pandemia, soprattutto quando le sue basi scientifiche non sono note, si generano due tipi di eventi sociali: l’individuazione di un colpevole “esterno”, nel passato identificati nell’ira divina, oppure nei soldati stranieri, nelle navi o merci importate, oppure la colpevolizzazione di un elemento “interno”, come accaduto con gli untori, gli ebrei, gli eretici, i rivoluzionari. Il riconoscere una causa esterna all’epidemia rafforza i legami di gruppo, potenzia le dinamiche sociali interne e fa ritrovare la popolazione in una unione corale che esprime il proprio desiderio di cura attraverso pellegrinaggi, culti e riti collettivi. Un chiaro esempio di questo fenomeno è stata l’edificazione dell’eremo di sant’Orsola durante la peste di Napoli del 1656. Nell’attuale pandemia di Coronavirus si sono citati i pipistrelli o altri piccoli mammiferi presenti nei mercati asiatici, ma ci sono anche teorie più radicali sulla periodica necessità di Madre Terra di riequilibrare le sempre più pressanti richieste di risorse degli uomini che la abitano con le effettive disponibilità di cui la natura dispone.
La colpevolizzazione di un elemento interno si traduce in una serie di comportamenti socialmente disaggreganti, in cui le fazioni, le famiglie, i gruppi sociali di una stessa comunità si fronteggiano e lottano l’uno contro l’altro: l’esito finale è in una profonda lacerazione della comunità stessa. Nel caso del Coronavirus questa modalità, almeno in Italia, è stata meno sentita, ma non sono mancati esempio di isolamento sociale, almeno temporaneo, di soggetti o gruppi di persone considerati comunque portatori e quindi non solo da evitare, ma da bandire. In ogni caso durante tutti i grandi flagelli sono presenti e si intrecciano entrambe le evenienze. Le lacerazioni interne alla città assediata dall’epidemia, la riorganizzazione del potere (politico, sociale, religioso, medico) e le forme di controllo imposte dalla segregazione, oggi diremmo lock-down, e della fuga – come tante scene viste di vere e proprie migrazioni-transumanze tra le regioni italiane – rispecchiano più che i meccanismi protettivi del culto, lo svolgersi della dinamica storica. 1G. Calvi, L’oro, il fuoco. le forche: la peste napoletana del 1656.
Non sembri strano ancora come l’accesa dialettica tra il mondo politico e la comunità scientifica non sia poi tanto cambiata in 400 anni. L’utilizzo della parola “contagio” più che della parola “infezione” sposta la ricerca scientifica e sociale dalla causa alla diffusione e diventa ambigua nell’intrecciarsi del dibattito medico e del discorso politico. L’oscurità e l’ignoranza delle cause e del possibile andamento dell’epidemia rendono il binomio difficilmente separabile, e nell’impossibilità di identificare un responsabile esterno, l’attenzione si sposta sul colpevole, sul diffusore interno al gruppo. Un modo di pilotare l’attenzione del popolo che è oggi svolto da giornali e social, mentre prima era solo svolto da Editti e leggi. 
Se, poi, è consequenziale pensare ad un confronto politico con posizioni spesso diverse e contrastanti fra loro, ripensare ai contrasti scientifici resi pubblici in televisione dei vari virologi, nazionali ed internazionali, che a volte hanno avuto la capacità di contraddire se stessi, è cosa ben preoccupante soprattutto pensando che accadeva anche durante le epidemie europee del 1500 e 1600. 


L’impotenza di fronte al dilagare del morbo acuisce parallelamente il conflitto fra la corporazione dei medici e la Deputazione di sanità, costretta a minacciare con la pena di morte chi non si presenti alle riunioni indette dai magistrati e non riveli al capitano della strada alla cui tutela è preposto «dove habbitano gli ammalati che sapessero essere infetti di male contaggioso» per farli trasportare al lazzaretto, dato che i dottori «ricusavano d’andare a quelli ch’erano infetti». Anche il terrore del contagio contribuisce ad incrementare la mortalità, accelerando il ricovero di tutti i casi sospetti”.2Ib. Pag 440.

Nei momenti in cui anche la scienza vacilla, mostrando disgregazione operativa e improvvisazione, la politica nuovamente mostra tutti i sui limiti culturali non offendo prospettive più rassicuranti, nel 2020 come nel 1600.  Benché le misure adottate siano teoricamente corrette, anche durante le epidemie di peste il loro livello di applicazione è molto scarso e restano largamente inevase. Sono ben noti tutti gli episodi e le manifestazioni sempre più frequenti di intolleranza alle restrizioni del lock-down. «In quanto ad ordinazioni per defendersi – scrive Vincenzo Medici3Agente toscano a Napoli durante la pestilenza del 1636 a Firenze – «se ‘ne sono fatte moltissime, ma nisuna se ne osserva (…) perché le case dove si muore del male poche se ne serrano, et chi resta in vita prattica liberamente».4Ib. Pag 442 
Anche durante la pestilenza Napoletana – in realtà durante tutte le pestilenze che hanno colpito nei secoli il vecchio continente – le inadempienze nel rispetto delle regole di chiusura e di segregazione vengono attribuite a motivazioni prevalentemente economiche ed anche allora furono individuate forme assistenziali di tipo economico risarcitorio a chi doveva chiudere le botteghe. Intervengono sia la carità privata (di laici e religiosi) che quella fornita dall’autorità (il viceré). L’amministrazione cittadina tenta di coordinare una politica assistenziale sotto forma di sussidi ai più indigenti e agli infermi poveri: «…Rieti la città mandò 250 scudi all’eletto del popolo perché li facesse distribuire alle case degl’infermi poveri…».5Ib. Pag 442 Vigeva l’obbligo di consegnare e bruciare materassi e letterecci degli ammorbati e veniva loro concesso un materasso nuovo. Nel 2020 non sono mancate simili forme di solidarietà con provvedimenti assistenziali sia da privati (aziende che hanno continuato a pagare gli stipendi ai loro dipendenti), sia a livello di amministrazioni locali con “buoni spesa comunali”, ristori alle singole categorie di lavoratori e incentivi alla ripartenza economica da parte del Governo.
Anche la ripresa delle attività quotidiane “normali” in coda all’epidemia presenta punti in comune tra passato e presente: Napoli, ad esempio, al termine della pestilenza del 1636, con una popolazione ridotta di oltre il 75%, riscopre l’economia e perde, almeno temporaneamente, gli equilibri sociali consolidati. Quasi in una riscoperta del valore intrinseco della vita, anche chi svolge mansioni umili e poco pagate, al termine della pestilenza rivendica il suo ruolo nel contesto sociale, imponendo prezzi e triplicando la richiesta economica, soprattutto nei servi essenziali. Facchini, scarpinelli e cocchieri rischiano di diventare i nuovi “ricchi”, ma l’euforia dura poco e dopo pochi anni l’economia napoletana torna ad essere di consumismo effimero piuttosto che legata ad un vero e proprio stimolo produttivo. Per il momento osserviamo solo alcuni dei comportamenti già descritti nel passato, con alcune categorie notevolmente “arricchite” ed altre uscite decisamente penalizzate dai 18 mesi di chiusure, così come il piano di ristoro e resilienza del governo Italiano ha consentito un notevole afflusso monetario nelle casse dello Stato, il futuro ci dirà se saremo nuovamente incapaci di trasformare la moneta in economia.
Non poteva mancare, in questo rapido excursus sui parallelismi tra la pandemia da Covid-19 e le grandi epidemie del passato, il greenpass, la bolletta, avrebbero detto nell’Italia del 1500 e del 1600 dove la Peste si spostava da Roma verso Campania, Calabria e Basilicata. “Finita la quarantena, avranno «un vestito nuovo a spese pubbliche» di modo che, ‘smesso l’abito che «avevano tenuto a tempo del male» possano ricevere la bolletta della salute e circolare liberamente per la città».6Ib. Pag. 446
Il bollettino non era uguale in tutte le città della penisola e molte furono le richieste di renderlo unico onde evitare falsificazioni e brogli. Nel 1522, gli Eletti di Napoli chiedevano ad ogni città di fornire il modello del loro bollettino per gli opportuni raffronti comunicando contestualmente di aver chiuso le porte della Città a coloro che ne erano sprovvisti. “Noi Eletti del inclita et fedelissima cita de Napoli et Regno, havendo da provveder circa la guardia de lo porto de questa cita de Napoli, tanto per causa de la grassa, che non habia da uscir da questa cita sencza ordine et expressa licentia nostra, quanto ancora per cautela et guardia che nisciuno vascello, quale venesse da loco sospetto de peste, havisse da intrare in lo porto de questa cita sencza nostra expressa licentia”. Questo il testo della lettera inviata alle città di Capua, Sessa, Teano, Aversa, Pozzuoli.7Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol. 75 retro, 8Arch. Di Stat. Di Nap., Atti del Collat. Cur., vol VIII, pag. 4 retro 
Alle navi che tornavano da Roma, autorizzate dal Viceré, veniva imposta una vigilanza di quaranta giorni da scontarsi nelle acque di Procida, a Nisida. 
Risultando comunque vani tutti gli sforzi per contenere la peste, essendo essa giunta anche a Ortona, Lanciano, Lucera, Castel di Sangro, si giunse anche alla determinazione di istituire una zona di protezione attorno la capitale, evitando ogni commercio, anche con bollettino, al di qua di Salerno, Capua9Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.100 e Benevento. La similitudine immediata è con l’istituzione delle fasce di colore con le varie restrizioni adoperate durante l’attuale pandemia.

Oltre a richiamare attenzione alle vie del mare, molti erano anche i richiami e le sollecitazioni a chiudere e monitorare le vie di terra: Capua, Venafro10Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.239, Teano, finanche i Frati di Montecassino furono sollecitati a non andare vagando e non “dare ricetto a frati di fuori regno e di Roma”.11Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.226
Ulteriore preoccupazione venne dalla chiusura, anzi “muratura”, dell’Ospedale degli Incurabili e di Castel Novo nel settembre 1526 “non tanto perché fosse stato infetto, ma più presto per cautela, data la vicinanza di Aversa, et anche per lo loco da se corrupto, atteso tanti sono ammorbati de mal franzese, cancari et altri morbi incurabilicome fu risposto ai consoli di Benevento che chiedevano spiegazioni in quanto preoccupati dal possibile blocco delle forniture di granaglie che quotidianamente partivano da Benevento verso Napoli  e dal crescente senso di insofferenza verso i cittadini di Napoli che iniziavano ad essere maltrattati quando si presentavano alle porte della città. 

Ultima, ma non per importanza, citazione, va fatta riguardo le USCA, le unità di assistenza domiciliare e gli ospedali dedicati, in realtà già istituiti efficientemente proprio durante la peste del 1523. Gli appestati venivano inviati all’Ospedale di S. Gennaro e le case sospette sbarrate. Gli Eletti avevano assunto il medico del Cardinale Colonna, cui avevano aggregato quattro barbieri per “sagnare ret medicare li morbati”, due confessori, un ministro di giustizia e “doi alguzzini” per coloro che avessero osato celare il morbo o ardito di parlare coi sani. Essi dovevano stare appartati in apposita casa e, girando per la città per l’esercizio del loro ministero, “dovevano andare con lo modo debito e non praticare con alcuno”.12Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.262 Alle spese necessarie per gli appestati si era provveduto per mezzo di un tesoriere che cavalcava per la città tenendo conto delle case sbarrate e delle persone sospette secondo le informazioni di parenti e amici e faceva ottenere loro il vitto necessario per sostenersi per quattro giorni e non bastava in totale la spesa giornaliera di 200 ducati.13Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.265 retro e 279 retro
Ora come allora, innumerevoli sono le similitudini tra pestilenze del passato e Covid-19, forse troppe, considerando che sono trascorsi 500 anni di cultura, progresso sociale e scientifico.

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[1] G. Calvi L’oro, il fuoco. le forche: la peste napoletana del 1656.
[2] Ib. Pag 440
[3] Agente toscano a Napoli durante la pestilenza del 1636
[4] Ib. Pag 442
[5] Ib. Pag 442
[6] Ib. Pag. 446
[7] Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol. 75 retro
[8] Arch. Di Stat. Di Nap., Atti del Collat. Cur., vol VIII, pag. 4 retro
[9] Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.100
[10] Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.239
[11] Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.226
[12] Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.262
[13] Gr. Arch. Munic. Nap., Lett., vol. 1, n. 1496 rosso, fol.265 retro e 279 retro



Rodolfo Cangiano

Originario di S. Maria Capua Vetere è specialista in Oncologia e Cure Palliative. Dirigente medico di Oncologia nel P. O. di Piedimonte Matese, svolge l’attività anche nel reparto di Senologia dell’Ospedale di Marcianise. Ha lavorato per molti anni presso l’IRCCS Centro rif. Oncologico di Basilicata di Rionero in Vulture prima di ritornare nella sua terra. Autore di pubblicazioni in ambito scientifico oncologico.