Sono partito, al solito, dall’Evo Antico, ma non da troppo lontano nello spazio, per conoscere, riguardo al tema, eventuali rapporti culturali col Medio e col Moderno e, semmai, rendere più chiaro quanto avrei scritto in merito. Fino ad ora ho appreso che i Romani  salutavano,  comunemente,  dicendo:  “Ave” o “Vale” , cioè, all’arrivo, “Salute a te” e, alla partenza, “Ti saluto”, “Stammi bene”, “Addio”; al plurale: “Avéte” o “Valète”.1F. Calonghi, Dizionario latino-italiano, Torino, Rosemberg & Sellier, 1987, alle voci. E. e  R. Bianchi – O. Lelli,   Dizionario illustrato della lingua latina, Firenze, Le Monnier, 1981, a. v.
Per quanto attiene a gesti che, eventualmente, accompagnavano i modi di dire, salutavano anche con la stretta di mano o con il braccio teso2P. Scotti, Saluto, in  “Grande Dizionario Enciclopedico”, Torino, UTET, XVI, 1971, p. 573. in avanti, l’avambraccio alquanto flesso e la mano aperta.3Se ne ha  esempio in statue di imperatori. 

E così l’abituale darsi la mano è giunto, attraverso il Medioevo,4Indicativo in merito si rivela una immagine d’epoca la quale illustra l’incontro dell’imperatore Federico II di Svevia con il sultano al-Malik al-Kamil. fino al secolo scorso quando il fascismo si rifece al saluto a braccio teso, in alto,5L. Rossi, Novecento senza libertà, in “I temi di Codice storia”, Paravia-Mondadori, 2000, p. 24. plagiando il comune saluto romano. A fine conflitto mondiale il darsi la mano èridiventato sempre più attuale. L’insegnamento che a riguardo ricevetti sul finire dei lontani anni Quaranta, e come me, rammento, altri coetanei, fu:” Stringi, dico: stringi forte con la mano destra, la destra di chi te la porge per salutarti, ma non essere mai tu il primo a porgerla a chi ti supera in età o in condizione sociale”.
Tanto nella vita di tutti i giorni.
Per quanto concerne la cultura medica, ho appreso che nell’Evo Antico i Romani riconobbero, nel corso della repubblica e durante l’impero, il valore del contactus, contagio, nella diffusione della epidemia a medici e a malati;6Tito Livio e Galeno in G. Penso, La medicina romana, Paris, Ciba-Geigy, 1989, p. 505 e 506. anche per questo, ritennero opportuno, sempre, avere manus bene lavato e dare aquam manibus , specialmente prima dei pasti.7Catone, Plauto e Virgilio, in Id, ibid., p. 520.  Nell’Alto Medioevo, il concetto di malattia contagiosa si presentò ben significato nella definizione, volta dal latino: “contagio, dal venire al contatto che infetta quel che si tocca8Isidoro di Siviglia (550-663) in G. Penso, La medicina medioevale, Ciba-Geigy, 1991, p. 501. Nel Basso Medioevo, si fece uso, più volte, di un popolare ammonimento che, presente fra 3520 versi di un’opera, Fiore della medicina, della celeberrima Scuola Medica Salernitana, rammentava in latino: “Si fore vis sanus ablue saepe manus”. Se vuoi dirti sano lava spesso le mani.9Flos medicinae Scholae Salerni, in S. De Renzi, Collectio Salernitana, Napoli, Filiatre-Sebezio, 1852-1859- Bologna Forni, 1967, 5 vol., I, cap. III, v. 125, p. 449; V, §3, v. 215, p. 7. Cfr. pure R. Di Lello, Coronavirus Epidemie e singolari analogie, in “Storia della medicina”, Istitutostoricosanniotelesino.it (05-5-2020).
Nel 1478-’79 il perdurare d’una moria epidemica consigliò di non toccare gli occhi per non nuoce ad essi10Autore ignoto, in G. Penso, 1991, p. 512. e di non prendere a mani nude cose infette, perché il farlo era dannoso e il contagio per bocca e naso offendeva presto.11Marsilio Ficino, Consilio contro la pestilenzia, a c. d. E. Musacchio, Bologna, Cappelli, 1983, capp. V, pp. 63-66, XXII, pp. 105-106, XXIII, p. 108. Cfr. altresì G. Penso,1991, p. 518 e R. Di Lello, cit.
E veniamo all’Evo Moderno. Negli anni Trenta del ‘600, i medici si proteggevano con un abito che, di vecchia invenzione – data la fine, è chiaro, di precedenti colleghi – e di stoffe particolari, era costituito da camicia, pantaloni legati alle tomaie di scarpe polacchine, camice fino alle caviglie e con maniche lunghe; facevano uso anche di cappuccio e maschera con lenti di cristallo per gli occhi, e con naso a becco, con narici, contenente sostanze per la disinfezione dell’aria inspirata, cappello a falda larga, guanti e bastone con cui poter toccare l’infermo,12Cfr. J. Manget, in K. Cattaneo, Le grandi epidemie nella storia, Milano, Bracco, s.d. e s. p., ma pp. 2 e 12. tenendovisi  a distanza di sicurezza.13Cfr. M. Ficino, cit., cap. XXIII, p. 108. 
Ai giorni nostri, dopo secoli, non poco di quanto detto è ritornato in certo modo attuale, al fine di evitare il contagio da Coronavirus.14Cfr. R. Di Lello, cit. A prescindere dalla dotazione del personale dedito all’assistenza sanitaria, risultano, tra gli altri, pubblicizzati d’ordinario e a giusta ragione, la distanza di sicurezza, la mascherina e i guanti, gli avvertimenti a non toccarsi gli occhi, il naso e la bocca,  il motto, tale e quale: «lavati spesso le mani»; le mani, infatti, possono accogliere l’agente patogeno, nel caso specifico il virus, e quale mezzo di contagio trasmetterlo a parti dell’organismo e a cose. 
È stato usato il termine “contagio” e, circa l’etimologia e il significato, non pare superfluo precisare che una mano infetta può contaminare, per mezzo del palmo o del dorso, qualsiasi parte del corpo, coperta o nuda, del medesimo individuo o altrui e diffondere la malattia all’intero organismo. Insomma, il palmo corrotto di una mano, può contagiare il dorso dell’altra mano o il gomito del medesimo individuo o di altro; viceversa può fare il gomito.
Più nel dettaglio nel caso del Coronavirus, se un individuo infetto tossisce o starnutisce senza maschera nel palmo della mano o nella piega del gomito, infetta mano o gomito e se tocca un altro individuo, con mano o gomito, gli trasmette l’agente patogeno; sicché oggi, in tempo di pandemia, non ci si saluta più, a giusta ragione, stringendosi la mano, ma, caso strano, toccandosi con la mano chiusa a pugno o col gomito, nudo o coperto.   Dunque? Non di rado, qualcuno, incontrandomi, mi ha porto il pugno o il gomito, per indurmi a toccarlo col medesimo gesto in segno di saluto. Non ho risposto allo stesso modo, ragion per cui quando ho spiegato, nei particolari, che con la pandemia in corso io, se infetto, avrei potuto contagiarlo, egli, dapprima risentito a cagione del rifiuto, ha poi condiviso il concetto e mi ha ringraziato. Non solo, spesso ho visto, in luoghi chiusi o all’aperto, altre persone, quasi sempre sorridendo è verosimile per la nuova forma di esprimere affetto e rispetto, toccarsi, mi si passi i termini, a pugno o a gomito; inoltre, trasmissioni televisive hanno mostrato personalità, in possesso di considerevole cultura, ossequiarsi, in pubblico, a pugno o a gomito, esempio per i presenti e per i telespettatori. 
A questo punto, gradirei, tanto, che qualche esperto mi dicesse, sinceramente, se il mio comportamento, nel non rispondere al saluto anzidetto, è stato adeguato o insulso; mi informasse su chi, dove e quando ha inventato questo nuovo salutare che, ormai di moda, pare, passerà alla storia della medicina; mi rendesse edotto se esso è indispensabile, insostituibile e, per giunta, innocuo, e con quali altri termini è possibile qualificato. 

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[1] F. Calonghi, Dizionario latino-italiano, Torino, Rosemberg & Sellier, 1987, alle voci. E. e  R. Bianchi – O. Lelli,   Dizionario illustrato della lingua latina, Firenze, Le Monnier, 1981, a. v. 
[2] P. Scotti, Saluto, in  “Grande Dizionario Enciclopedico”, Torino, UTET, XVI, 1971, p. 573. 
[3] Se ne ha  esempio in statue di imperatori. 
[4] Indicativo in merito si rivela una immagine d’epoca la quale illustra l’incontro dell’imperatore Federico II di Svevia con il sultano al-Malik al-Kamil. 
[5] L. Rossi, Novecento senza libertà, in “I temi di Codice storia”, Paravia-Mondadori, 2000, p. 24. 
[6] Tito Livio e Galeno in G. Penso, La medicina romana, Paris, Ciba-Geigy, 1989, p. 505 e 506. 
[7] Catone, Plauto e Virgilio, in Id, ibid., p. 520. 
[8] Isidoro di Siviglia (550-663) in G. Penso, La medicina medioevale, Ciba-Geigy, 1991, p. 501. 
[9] Flos medicinae Scholae Salerni, in S. De Renzi, Collectio Salernitana, Napoli, Filiatre-Sebezio, 1852-1859- Bologna Forni, 1967, 5 vol., I, cap. III, v. 125, p. 449; V, §3, v. 215, p. 7. Cfr. pure R. Di Lello, Coronavirus Epidemie e singolari analogie, in “Storia della medicina”, Istitutostoricosanniotelesino.it (05-5-2020). 
[10] Autore ignoto, in G. Penso, 1991, p. 512. 
[11] Marsilio Ficino, Consilio contro la pestilenzia, a c. d. E. Musacchio, Bologna, Cappelli, 1983, capp. V, pp. 63-66, XXII, pp. 105-106, XXIII, p. 108. Cfr. altresì G. Penso,1991, p. 518 e R. Di Lello, cit. 
[12] Cfr. J. Manget, in K. Cattaneo, Le grandi epidemie nella storia, Milano, Bracco, s.d. e s. p., ma pp. 2 e 12. 
[13] Cfr. M. Ficino, cit., cap. XXIII, p. 108. 
[14] Cfr. R. Di Lello, cit.    



Rosario Di Lello

Rosario Di Lello è nato a Napoli il 9 dicembre 1936 ed è residente in Piedimonte Matese. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli e successiva specializzazione in Chirurgia generale all’Università di Modena è stato aiuto chirurgo presso l’ospedale civile di Piedimonte Matese e, dal maggio 1990, primario del reparto di Pronto Soccorso. Attualmente è pensionato. Dal 1° giugno 1978 è socio corrispondente dell’Associazione Culturale Italo Ispanica “C. Colombo – Madrid”. Negli anni 1972-73, in collaborazione con altri, ha pubblicato alcuni articoli specialistici su riviste mediche. Cultore di storia e tradizioni locali ha pubblicato studi su vari Annuari e collane dell’Associazione Storica del Medio Volturno (sodalizio del quale oltre che socio è stato in passato anche componente del consiglio direttivo) ed in altre riviste e quotidiani regionali.