Prima di tutto ringrazio, per la indispensabile e la preziosa collaborazione tecnica nello svolgimento del tema, Maria Cristina e Paola Manzelli.
Rammento, quindi, che in un mio precedente, lontano articolo trattai dell’argomento medicina dedotto da pietre in Alife.1Cfr. R. Di Lello, Le pietre di Alife parlano anche di medicina antica, in “Il Matese”, Piedimonte Matese, Comunità Montana, VII, 6 (1994) pp. 10-11. Di Pietraroia nessuna componente è, forse, più rappresentativa della pietra: da essa, tanto per citare qualche esempio, deriva il medievale se non antico toponimo più volte modificato e pietre ci parlano di scienza, quelle del parco geo paleontologico, di architettura e di arte, quelle colorate che hanno impreziosito lo scalone d’ingresso nella Reggia di Caserta. 
Pietre ci parlano anche di storia e qui di seguito, appunto, riporto in sintesi quanto ho appreso da una indagine sull’argomento in oggetto suggeritomi da alcune; le notai nel 1975 in paese, sul prospetto della chiesa parrocchiale e di una abitazione privata, le registrai con altre, in un quaderno e sono state riprese in immagini fotografiche ancora una volta nel settembre del 2020. 
Ebbene, Pietraroia (BN) in regione Campania, dalla sola frequentazione del territorio, alle rifondazioni dei nuovi centri abitati, ai giorni nostri, è stata protagonista di una interessante storia più che millenaria nella quale il detto edificio sacro, costruito nell’alto Medioevo,2Cfr. Archivio Parrocchia di Pietraroia, Memorie, 1688-1908, ms. a c.d. D. Varrone, pp. 105-106, 115-116, 125. fu riutilizzato come parrocchiale dopo il terremoto del 1688, uno degli avvenimenti più tragici che, in quel secolo, funestarono il paese; ma procediamo con ordine.
Sopra la base lapidea dello stipite destro di una delle due porte laterali d’ingresso, quella del medesimo lato, risulta inciso, agevole alla lettura per chi entra nel tempio: “FVLACAR:1648”, Fu la car(estia nell’anno) 1648.

(Foto MCEPM)

La mancanza di prodotti alimentari sarà stato un fatto drammatico, oltretutto perché venne consegnato in quel modo indelebile alla memoria e perché verificatosi in un paese di montagna, con una popolazione in crescita costante e ad economia agro-pastorale3Cfr. Memorie, cit., pp. 109-110. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli,Napoli, Manfredi, VII, 1804, pp. 200-201. non sempre florida e abbondante, ma di sopravvivenza per la maggior parte degli abitanti; comunque, la collocazione della frase sull’ultimo stipite induce a ipotizzare che, quasi a scongiuro, si sia voluto segnare e per di più incancellabile sopra una pietra di luogo di culto, il limite all’annotare altri flagelli in quello e nei secoli a venire. Senonché, qualche tempo dopo e sulla base lapidea dello stipite controlaterale, venne inciso: “FULAPESTAE 1656”, a ricordo della terribile epidemia di quell’anno.

(Foto MCEPM)

Insorta a Napoli in primavera-estate, la funesta malattia infettiva a rapida diffusione desolò, tranne la provincia di Lecce, tutte le altre del Regno. In Terra di Lavoro maltrattò, con particolare accanimento, il Cerretano. La gente si votava ai santi e a terapie empiriche e magiche; ricorreva alla così detta pillola del tribus ovvero alla prevenzione: “Cede cito longique abi serusque reverte”, cioè: parti subito e vai lontano e ritorna tardi”.4Cfr. S. De Renzi, Napoli nell’anno 1656, Napoli, 1867-1968, pp. 82.83. D. Franco, Cerreto Sannita ai margini della rivolta di Masaniello, in “Samnium”, Benevento, XLII, (1969) 1-2, p. 11.  Anche a Pietraroia, la gente usò la detta pillola ma, di solito, come scongiuro contro il morbo5Cfr. R. Di Lello, Coronavirus, epidemie e singolari analogie in “Storia della medicina”, Istituto Storico Sannio Telesino, 05-5-2020. e non con gli effetti sperati; il numero delle famiglie risultò dimezzato, se si considerano le 119 registrate nel 1648 e le 69 del 1669.6Cfr. Memorie, cit., pp. 109-110 e Raccolta fotog. R D L, Piedimonte Matese, Nuova situatione de pagamenti fiscali[…] dal primo di Gennaro 1669, Napoli, Regia Stampa di Egidio Longo, 1670, p. 21. Cfr. pure L. Giustiniani, cit.
Evento catastrofico che coinvolse Pietraroia, sempre in quel secolo, fu anche il sisma del 5 giugno 1688. A differenza dei due precedenti, memorie se ne trovano in fonti e letteratura e si conoscono i danni ingenti e il numero elevato delle vittime;7Cfr. R. Di Lello …E la montagna di Pietraroia tremòAspetti di una catastrofe annunciata, in “Rivista storica del Sannio”, Napoli, Arte Tipografica, I, 2009, pp. 59-84. tuttavia, al riguardo non risulta nessuna specifica incisione che, su pietra, dati il terremoto.
Nell’indagine ho invece rinvenuto sempre sulla facciata della chiesa e preso in considerazione tre altre iscrizioni di non poca importanza in merito. Procedendo dall’alto verso il basso e cronologicamente, una, incisa sulla soglietta, spaccata, dell’artistica finestra al di sopra di quanto rimane del rosone, dice, volta dal latino: «IL NOME DEL SIGNORE INVOCATE.  D(ON) (G)IO(VANN)I (G)IAC(OM)O / BELLO, ARCIPR(ETE), DI COSTRUIRE OR / DINO’ NELL’ANNO DEL SIGNORE 1625».

(Foto MCEPM)

È probabile che autore delle prime due sia stato, così come della terza, il detto don Giovanni Giacomo Bello, parroco di Pietraroia dal 1609 al 16568Memorie, cit., p. 115. e non più quando il movimento tellurico interessò il paese. Altra, la data 1691 o ’95, incisa sembra sopra un 1569, rimane sull’architrave del portale.

(Foto MCEPM)

 La data 1769 sta intagliata sull’ultimo gradino d’accesso all’edificio di culto.                                    

                                  

(Foto RDL)

Ma v’è dell’altro: sempre in paese e sul frontespizio di casa Pastore, in via Torino, n. 11, si notano uno stemma araldico e più in basso un complesso scultoreo voluti, è probabile, da un qualche abitante autorevole, forse un ecclesiastico. Lo stemma, in pietra, è segnato BELLUS, cognome in latino del committente. La lastra lapidea, oltremodo singolare, presenta in alto un rigo inciso con sei segni punteggiati in parte e la data 1608, una sottostante maschera scolpita e, alla base, un rigo di 13 segni, il tutto a finalità apotropaica.9E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Torino, Einaudi, 1983, p. 144. Cfr. AA.VV., Sannio Pentri e Frentani dal VI al I sec a. C., Roma, De Luca, 1980, fig. pp. 157-158, 164, 207, 283?

(Foto MCEPM)

E qui, pare non superfluo rammentare che Maschere e segni di scongiuro sono stati abituali, già dal III millennio a. C., presso Sumeri, Assiri, Babilonesi, Greci  e Romani; per quanto ci riguarda più da vicino, anche i Sanniti tracciarono segni grafici su pietra e utilizzarono teste impressionanti di Gorgoni apotropaiche; la tradizione è stata attuale ancora nell’Evo Moderno  come dimostrano, ad esempio, la lastra lapidea alla quale s’è fatto riferimento e il mostruoso volto in legno, ma da ritenere elemento decorativo, posto sul portale d’un edificio diocesano costruito, in Cerreto, dopo il terremoto del 1688. 
Per concludere, ritornando al tema, gli elementi citati nel testo rimandano a quel sisma, seppure in modo indiretto e in tempi successivi, perché? I primi tre, così come gli ultimi due e altri registrati e fotografati, ma non esposti, provengono dal paese distrutto; non solo: i primi tre, insieme al quarto e al quinto, confermano che la chiesa, “diruta” nel 1596,10Memorie, cit., pp. 109 e 111. venne restaurata e adibita a parrocchiale dal 1688, ampliata11Cfr. R. Pescitelli, Chiesa Telesina, Benevento, Auxiliatrix, 1977, p. 178 e nt. 28. nel 1691-‘95 e completata nel 1761, per la nuova Pietraroia, rinata a cagione del terremoto.

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[1] Cfr. R. Di Lello, Le pietre di Alife parlano anche di medicina antica, in “Il Matese”, Piedimonte Matese, Comunità Montana, VII, 6 (1994) pp. 10-11. 
[2] Cfr. Archivio Parrocchia di Pietraroia, Memorie, 1688-1908, ms. a c.d. D. Varrone, pp. 105-106, 115-116, 125. 
[3] Cfr. Memorie, cit., pp. 109-110. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Manfredi, VII, 1804, pp. 200-201. 
[4] Cfr. S. De Renzi, Napoli nell’anno 1656, Napoli, 1867-1968, pp. 82.83. D. Franco, Cerreto Sannita ai margini della rivolta di Masaniello, in “Samnium”, Benevento, XLII, (1969) 1-2, p. 11. 
[5] Cfr. R. Di Lello, Coronavirus, epidemie e singolari analogie in “Storia della medicina”, Istituto Storico Sannio Telesino, 05-5-2020. 
[6] Cfr. Memorie, cit., pp. 109-110 e Raccolta fotog. R D L, Piedimonte Matese, Nuova situatione de pagamenti fiscali[…] dal primo di Gennaro 1669, Napoli, Regia Stampa di Egidio Longo, 1670, p. 21. Cfr. pure L. Giustiniani, cit. 
[7] Cfr. R. Di Lello …E la montagna di Pietraroia tremòAspetti di una catastrofe annunciata, in “Rivista storica del Sannio”, Napoli, Arte Tipografica, I, 2009, pp. 59-84. 
[8] Memorie, cit., p. 115.
[9] E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Torino, Einaudi, 1983, p. 144. Cfr. AA.VV., Sannio Pentri e Frentani dal VI al I sec a. C., Roma, De Luca, 1980, fig. pp. 157-158, 164, 207, 283? 
[10] Memorie, cit., pp. 109 e 111. 
[11] Cfr. R. Pescitelli, Chiesa Telesina, Benevento, Auxiliatrix, 1977, p. 178 e nt. 28.



Rosario Di Lello

Rosario Di Lello

Rosario Di Lello è nato a Napoli il 9 dicembre 1936 ed è residente in Piedimonte Matese. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli e successiva specializzazione in Chirurgia generale all’Università di Modena è stato aiuto chirurgo presso l’ospedale civile di Piedimonte Matese e, dal maggio 1990, primario del reparto di Pronto Soccorso. Attualmente è pensionato. Dal 1° giugno 1978 è socio corrispondente dell’Associazione Culturale Italo Ispanica “C. Colombo – Madrid”. Negli anni 1972-73, in collaborazione con altri, ha pubblicato alcuni articoli specialistici su riviste mediche. Cultore di storia e tradizioni locali ha pubblicato studi su vari Annuari e collane dell’Associazione Storica del Medio Volturno (sodalizio del quale oltre che socio è stato in passato anche componente del consiglio direttivo) ed in altre riviste e quotidiani regionali.