Alle prime luci dell’alba del 14 aprile 1957, Domenica delle Palme, nella parte più orientale dell’entroterra campano, alcune centinaia di disoccupati, braccianti e contadini del Fortore, stanchi della loro miseria, decisero di attuare una clamorosa forma di protesta e tentare di raggiungere a piedi Roma ad urlare il proprio dolore e la propria disperazione sotto le finestre di Montecitorio.
I dimostranti non arrivarono mai a destinazione. Partiti a piccoli gruppi da diversi centri dell’Alto Fortore, furono fermati dalle forze dell’ordine a 30 km dalla partenza, nei pressi di San Marco dei Cavoti.  Bloccati e malmenati, i “rivoltosi” furono arrestati e schedati come delinquenti comuni.
Ma cosa indusse un drappello di braccianti poveri del sud Italia ad inscenare una tale protesta? Le cause che portarono a tale evento furono molteplici. 
Nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale la sofferenza da parte della popolazione del Fortore si era ulteriormente acuita a causa, soprattutto, di problematiche legate alle disagiate condizioni delle strade e delle vie di comunicazione per raggiungere agevolmente i paesi limitrofi. Ad aggravare il malcontento da parte della popolazione era soprattutto la scarsa produttività di un terreno, arido ed argilloso, non particolarmente adatto a coltivazioni intensive che rendevano poco incline allo sviluppo un vasto territorio, nonostante la notevole pressione demografica. Altro fattore determinate nel corso di questa indagine storica è rappresentata dall’inefficacia spinta propositiva delle misure di sviluppo e di finanziamento stabilite attraverso una serie di riforme da parte dello Stato. La Riforma agraria promulgata dal governo De Gasperi nel 1950 nel Fortore non riuscì ad imprimere un impulso efficace finalizzato a risollevare la povera economia della zona. Infine la mala gestione della politica e i forti sprechi dei finanziamenti nazionali ebbero un ruolo determinante nell’accrescere la difficoltà di creare uno sviluppo civile contribuendo in maniera decisiva a determinare il dissesto idro-geologico, a dilatare il processo di disgregazione sociale e a creare una distanza sempre maggiore tra le zone costiere e le aree interne della Campania. 
Gran parte della popolazione fu spinta, inoltre, a lasciare il proprio paese per sfuggire alla povertà.
Questo silenzioso e costante flusso migratorio nel tempo decimò il numero degli abitanti del territorio mostrandosi particolarmente imponente nel ventennio dal 1951 al 1971 con un calo della popolazione pari al 28%.
Ad abbandonare la zona furono per lo più giovani, i più validi e forti, coloro che costituivano energie di riserva per le vecchie generazioni. Restavano invece i vecchi, i deboli, i malati e le donne, vale a dire categorie sociali improduttive da un punto di vista economico, rassegnate a un destino inesorabile. 
Tale difficoltà fu avvertita anche da parte dei partiti politici della zona in cui la popolazione trovava un unico barlume di speranza, in particolar modo le nascenti associazioni sindacati si mostrarono maggiormente interessati accogliere il grido di speranza del popolo fortorino. 
In questo scenario aumentò considerevolmente il tasso di sindacalizzazione e molti dei lavoratori e contadini aderirono alle organizzazioni sindacali e già a partire dalla metà degli anni ‘50 sembrarono convinti ad attuare una serie di manifestazioni volte a far valere i diritti dei braccianti e contadini.
La prima di queste iniziative fu avviata già nel ’56 quando alcuni disoccupati – parte a piedi, parte servendosi di mezzi di fortuna – raggiunsero Benevento dando pacifiche dimostrazioni sotto la sede degli uffici direttamente interessati. 
Nonostante le promesse e le rassicurazioni da parte degli organi provinciali, i lavoratori del Fortore non ottennero, però, i risultati sperati provocando una nuova presa di posizione da parte dei sindacati decisi ad organizzare una nuova marcia, questa volta con aspettative ben più alte: l’obiettivo era Roma. La marcia vera e propria si sviluppò nel corso del 1957. 

Alle prime luci dell’alba di domenica 14 aprile, nella piazza centrale di San Bartolomeo in Galdo cominciarono a confluire i primi “marcianti” costituiti da braccianti disoccupati, contadini, esponenti dei sindacati, donne con bambini al seguito, anziani e adolescenti: un popolo che per la prima volta marciava compatto e deciso nella speranza di un futuro migliore.
In ogni comune della valle del Fortore, da Foiano a San Bartolomeo a Montefalcone, a San Marco si raccolsero viveri e denaro per sostenere la marcia. 

I partecipanti alla “marcia della fame” del 14 aprile 1957


Le forze dell’Ordine erano disposte lungo tutto il percorso che avrebbe dovuto portare i manifestanti nel vicino paese di S. Marco dei Cavoti dove si sarebbero dovuti congiungere ad altri braccianti per puntare verso Roma. L’appuntamento era al ponte di Sette luci, luogo di raccolta che collegava i comuni di Foiano e di San Bartolomeo. Gli eventi però presero una piega diversa. Giunti al ponte Sette luci si trovarono di fronte a un imponente schieramento di Forze dell’Ordine. Un primo gruppetto venne invitato ad allontanarsi senza creare incidenti; vi furono momenti di concitazione e scontri fisici. Quattro lavoratori rimasero feriti e alcuni altri contusi. Un secondo gruppo, formato da circa ottanta operai provenienti da Foiano, avendo saputo del blocco, abbandonò la strada provinciale e si sparpagliò tra i monti. Ma i militari avevano ricevuto l’ordine di impedire “ad ogni costo” il passaggio dei manifestanti. La cronaca racconta di inseguimenti da parte di una ventina di poliziotti che si addentrarono nel bosco per tentare di acciuffare qualche rivoltoso già noto alle forze dell’ordine. Durante le prime ore della sera il corteo si disperse e una nutrita schiera di manifestanti, delusa e amareggiata per l’evoluzione degli eventi (per lo più anziani, donne e minori) fecero ritorno alle loro abitazioni, sotto la scorta vigile dei poliziotti. Comunque alcuni gruppi di manifestanti, sfuggendo all’inseguimento delle Forze dell’Ordine, riuscirono a raggiungere il comune di San Marco dei Cavoti. Qui i manifestanti trovarono solidarietà soltanto da parte di alcuni compagni di partito che offrirono una prima assistenza in ricoveri di fortuna. Dormirono una notte per lo più all’interno delle stalle mentre in giro c’era aria di indecisione e di scoramento, non si sapeva se proseguire oppure tornare a casa. Il giorno dopo, determinati, ripresero il cammino. Dopo alcune ore di marcia, nei pressi del territorio di Pesco Sannita, si trovarono di fronte ad un nuovo posto di blocco. La polizia si mostrò subito determinata a sbarrare la strada e a perpetrare gli inseguimenti, disperdendo i marcianti, costringendoli alla fuga o caricandoli di forza sulle camionette. 

Alcune immagini della “marcia della fame”


La marcia si concluse così, miseramente, con la sconfitta dei lavoratori. 
Tale evento non modificò la situazione, purtroppo, anzi, condannò in qualche modo i rivoltosi e provocò in loro un senso di forte spaesamento. Per i braccianti della Valfortore la marcia rappresentò il sogno di un reale cambiamento. Ma si erano illusi.

Informativa del Ministero degli Interni sulla “marcia della fame”


Le autorità non compresero fino in fondo le motivazioni della protesta, ne sottovalutarono e fraintesero le ragioni, mortificarono gli ideali che animavano le azioni della marcia convinti che fosse solo un’espressione del disagio economico o una speculazione politica. Ma anche le organizzazioni sindacali – raccogliendo la protesta e incanalandola all’interno di più ampie rivendicazioni sociali – le avevano dato una maggiore rappresentazione politica che forse non era nelle intenzioni iniziali di tutti i manifestanti e che, in ogni caso, non fece che conferire una caratterizzazione ulteriore alla richiesta di soccorso alla base della protesta. In alcuni casi ci furono anche delle incomprensioni: i braccianti e i contadini, infatti, comprendevano solo in parte le distinzioni politiche e le ritenevano talora strumentali ed inconcludenti. Alcuni mostravano diffidenza nei confronti della politica e temevano di venire strumentalizzati.
La “marcia della fame”, dunque, come la ricordiamo noi oggi, non fu una rivoluzione in senso stretto, non vi furono vittime. Non si trattò di una rivolta contadina per le terre, il fine diveniva un altro. L’obiettivo era di modificare la condizione in atto per sperare in un futuro migliore in cui i figli di contadini, braccianti e disoccupati non avrebbero dovuto patire la stessa miseria dei propri genitori.

“Il Mattino” del 15 aprile 1957
Il “Roma” del 15 aprile 1957



Antonio Bove

Laurea magistrale in Lettere. Docente a Prato. Ha realizzato uno studio su "Telesia: vita e morte di una città dell'Italia antica". Ha successivamente approfondito le vicende dei movimenti operai e bracciantili che portarono nel 1957 all'organizzazione della "marcia della fame" quando oltre mille braccianti agricoli partirono dall'Alto Fortore nel tentativo di arrivare a Roma.