In fuga dalla miseria

Negli anni del dopoguerra la proprietà terriera in provincia di Benevento era molto frazionata con una netta prevalenza della piccola proprietà; si contavano 126.172 aziende agricole che occupavano una superfice di 195.131 ettari, con una media per azienda di poco superiore a 1,5 ettari; la media proprietà, da 10 a 50 ettari, rappresentava appena l’1,4% del totale e il 7,4% della superfice, con una media per azienda di 18,7 ettari mente la grande proprietà, quella superiore a 50 ettari, era costituita da 232 aziende e occupava il 22,1% della superfice complessiva, circa 185 ettari. Il contratto agrario più diffuso continuava ad essere quello di affitto, al quale ricorrevano solitamente i grandi proprietari, con pagamento dei relativi canoni in contanti, in natura o in forma mista. Solo nelle zone più progredite dal punto di vista agrario si applicava il contratto di mezzadria denominato “classico”, che consisteva nella ripartizione in parti uguali fra proprietario e mezzadro sia di tutte le spese occorrenti per la coltivazione dei fondi, sia dei prodotti. Quest’ultimo, seppur non molto comune, era allora preferito dai proprietari i quali riscuotendo la loro parte in natura, non risentivano della perdita del valore della moneta, come invece avveniva per i canoni in contanti. Non esistevano quasi mai contratti scritti o regolarmente registrati ed il rapporto tra concedente e coltivatore era sempre ambiguo ed estremamente precario.1E. De Simone, V. Ferrandino, L’economia sannita nel ventesimo secolo, Op. cit., pagg. 144-145.
Nel Fortore veniva utilizzato frequentemente lo strumento della “compartecipazione” che, nella maggior parte dei casi, penalizzava il contadino. Egli, dopo avere concluso il ciclo colturale, poteva correre il rischio di portare a casa solo qualche “mazzetto” di granone, senza alcuna certezza per il suo futuro e per quello della sua famiglia.2Il contratto di compartecipazione rappresenta un contratto atipico, cioè non regolamentato in maniera organica né dal codice civile né da altre leggi dello Stato. Tale contratto rappresenta una forma di esercizio congiunto dell’attività agraria e prevede che due soggetti si accordino per utilizzare i propri fattori produttivi per svolgere una coltivazione a carattere stagionale. Si tratta pertanto di un contratto di natura associativa con il quale il concedente mette a disposizione il fondo per coltivarlo insieme ad un altro imprenditore (compartecipante) al fine di dividere i prodotti ottenuti. Cfr.: M. Mancino, Latifondo e contratti agrari nel Mezzogiorno, Ed. Galzerano, Salerno, 1986.
In questo caso il padrone aveva sotto costante ricatto il fittavolo o mezzadro, costretto a corrispondere canoni esosi al proprietario oltre ad una serie di regalie che, più delle volte, equivalevano ad un secondo affitto. 
Il padrone aveva come unico compito quello di attendere che il mezzadro, dopo aver raccolto i quintali di grano o il foraggio pattuito, gli consegnasse tutti i prodotti che aveva ricavato nei campi; non si recava mai in campagna né si preoccupava della propria terra se non per riscuotere le prestazioni. Non apportava migliorie al fondo neppure per ristrutturare le fatiscenti case coloniche, favorendo, così, indirettamente un processo di depauperamento economico e di degrado edilizio nelle campagne. Era il “parzenale” che consegnava spontaneamente una cospicua parte del raccolto, sulla base di patti verbali che i lavoratori rispettavano puntualmente.3Nel gergo dialettale il “parzenale” (dal lat. Medievale “partionarius”), analogo di mezzadro, era colui che aveva un contratto a metà con il concedente. Cfr.: Dizionario enciclopedico Treccani.
Nella zona del Fortore esistevano grandi proprietari assenteisti che, grazie al loro monopolio sulla terra, da un lato, imperavano ed assoggettavano migliaia di mezzadri e fittavoli, dall’altro manovravano tutto l’andamento sia economico che sociale delle piccole proprietà. Un esempio di grandi proprietà nella Valfortore era rappresentato da alcune famiglie che possedevano terre di grandi dimensioni, come nel caso di Baselice dove la proprietà Farina si estendeva per 603.22.59 ettari, così a San Bartolomeo in Galdo dove la proprietà Catalano si sviluppava su una superfice di 423.96.75 ettari, a Foiano Valfortore gli Ziccardi possedevano 388 ettari e a Monfalcone le terre degli Antinozzi raggiungevano i 188.14.40 ettari.4«Il Padrone qui è il vero padrone, che fa e disfà a suo piacimento e mantenendo sotto l’incubo dello sfratto il disgraziato fittavolo o mezzadro, riesce ad estorcergli canoni esosi e filze di regalie che il più delle volte equivalgono ad un secondo estaglio» da “Il Secolo Nuovo” del 26 aprile 1951. Questi dati evidenziavano come una riforma fondiaria ben strutturata dovesse essere attuata al più presto. Il modo per una seria e concreta attuazione di tale riforma doveva essere quello di limitare i possedimenti di un certo numero di possidenti terrieri in modo da consentire la creazione di nuove e piccole proprietà che portassero ad attuare un cambiamento concreto per mutare l’aspetto desolante della provincia. Necessità quindi di una riforma agraria che unitamente alla bonifica sia apportatrice di benessere e di civiltà per la zona della Valfortore. Riforma agraria e bonifica che facciano di questo “triste campionario di piaghe” una zona prospera e rigogliosa nell’interesse economico e sociale di tutta la provincia”.5A. Campanella, Riforma agraria nel Fortore in “Il Secolo Nuovo” del 26 aprile 1951.
Per queste ragioni, a partire dal secondo dopoguerra, la popolazione del Sannio subì una lenta e costante flessione. Gli effetti del calo demografico furono disastrosi sull’economia poiché, com’è facilmente intuibile, ad emigrare furono soprattutto le unità attive di sesso maschile e di giovane età e ciò ebbe come conseguenza anche una profonda modifica della struttura demografica della popolazione. 
Il fenomeno non lasciò indifferente la zona del Fortore, anzi, è proprio da queste terre che si registrarono tra i numeri più alti di tutta la provincia sannita con picchi che raggiunsero addirittura le 2000 unità, come nel caso del comune di San Bartolomeo in Galdo. Tra il 1951 ed il 1971 nell’aera del Fortore si ebbe una perdita pari al 28% degli abitanti. Prendendo in riferimento la zona del comprensorio Fortore-Tammaro, la popolazione scese da 54.439 del 1951 a 43.628 del 1961 e a 39.655 del 1971, toccando punte impressionanti come nel caso di San Giorgio la Molara (-32,3%), Molinara (-33%), Castelfranco in Valfortore (-42,2%).
Di questa consistente massa di emigrati, un gran numero di persone si muoveva solo per alcuni periodi, vale a dire senza trasferirsi definitivamente e conservando la propria residenza nel comune di partenza. Questo tipo emigrazione “temporanea” nel 1965 raggiunse il culmine interessando circa 20 mila persone. La cospicua schiera di migranti si mosse prediligendo l’estero rispetto alle mete nazionali e interessò quasi tutti i Comuni della provincia. Le principali destinazioni furono la Svizzera e la Germania, seguiti da Inghilterra, Francia e Belgio. Erano per lo più contadini costretti a lavorare nei settori più disparati diversi da quelli agricoli, come l’edilizia, l’industria, gli alberghi e il turismo. Il resto dell’emigrazione si indirizzò verso le zone dell’Italia centro-settentrionale, in particolare verso il Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana; si trattava di contadini che nelle province di destinazione eseguivano lavori di carattere agricolo come la mietitura, la raccolta del grano, la monda del riso e la vendemmia.6E. De Simone, V. Ferrandino, L’economia sannita nel ventesimo secolo, Ed. FrancoAngeli, Milano, 2007, pagg. 168-170.
L’esodo più consistente si registrò, come è comprensibile, dalle campagne dove lo spopolamento trascinò con sé una serie di inevitabili conseguenze: ad abbandonare la terra, infatti, furono i giovani, i forti, i sani, coloro che avrebbero dovuto sostituire i loro padri nel lavoro dei campi.  Troppe furono le famiglie contadine senza giovani e, quindi, senza futuro; per sopperire a tali carenze si ebbe anche una femminilizzazione dell’agricoltura, cioè un impiego sempre più massiccio di donne nel lavoro bracciantile, con un notevole calo del livello di produzione e del reddito e, in molte zone, con problemi di sottoccupazione. 
Tutto questo, oltre a non mitigare l’alto indice migratorio della popolazione, provocò anche una graduale lacerazione delle famiglie. La vecchia società contadina ne uscì logora e disgregata, privata dei ricordi e delle tradizioni e lasciò il posto ad un sottoproletariato inquieto e qualunquista. Ad aiutare l’economia familiare furono chiamati perfino giovani in età adolescenziale – talvolta in età infantile – che vennero utilizzati nel lavoro agricolo, ceduti temporaneamente ad alcuni signorotti, piccoli proprietari terrieri. Quantomeno, nella famiglia di destinazione, dove questi schiavi-bambini vivevano in umide stalle o in ricoveri improvvisati, avevano l’assicurazione di un pasto caldo e dello stretto necessario per la loro sopravvivenza; cosa che non era affetto scontato nelle loro famiglie di origine. Nacque così il “mercato dei valani”, un fenomeno abbastanza diffuso nella zona della Valfortore.


Il mercato dei valani

L’analisi della difficile condizione economica in cui versavano le classi contadine del Sannio negli anni ’50 non può prescindere da un fenomeno poco conosciuto ma di grande rilevanza sociologica che è il “mercato dei valani”. Su tale fenomeno vi è una scarsa documentazione scritta sebbene vi fossero numerose testimonianze orali soprattutto presso i ceti sociali contadini della zona. Si tratta di una vera e propria compravendita di schiavi-bambini che avveniva attraverso la loro pubblica esposizione nella città di Benevento, capoluogo della provincia sannita. 
valani erano garzoni che lavoravano nei poderi: stallieri, bifolchi, addetti al bestiame; abitualmente giovani adolescenti abbandonati, figli di giovani ragazze sole e abusate o di famiglie in stato di estrema indigenza economica.7Il termine valano (e i sinonimi gualanoualano), di probabile origine longobarda, deriva dal tedesco wald (bosco). Successivamente sarebbe stato latinizzato in Galdo o Gualdo per indicare paesi di origine boscosa: Gualdo Tadino, San Bartolomeo in Galdo.
Questi giovani schiavi-bambini, fino agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, venivano allontanati dalle loro famiglie di origine – che il più delle volte non aveva i mezzi per il loro sostentamento – ed erano affidati a proprietari terrieri che li utilizzavano come forza-lavoro in agricoltura e nelle campagne sannite.8Il fenomeno, tollerato per anni, giunse alla ribalta nazionale a seguito di un esposto-denuncia dell’avv. Ciccio Romano e del successivo interessamento degli organi di stampa nazionali che fecero emergere uno scandalo fino ad allora sottovalutato e sottaciuto. Rappresentavano una specie di merce in cambio; il loro lavoro veniva acquistato in cambio di una modesta somma di denaro o, addirittura, dietro pagamento in natura (sacchi di grano o altri generi alimentari). La consuetudine della pubblica compravendita, che si teneva il giorno di Ferragosto, in occasione della ricorrenza della Madonna dell’Assunta, nella piazza Orsini, di fronte al Duomo di Benevento, rimase in vigore fino agli inizi degli anni ’60. Ovviamente il lavoro minorile era scarsamente retribuito, spesso la rimunerazione di un intero anno di lavoro, corrispondeva al salario giornaliero di un lavoratore maschio adulto. 

I “valani” in piazza Orsini a Benevento

Il bambino una volta comprato, cominciava il lavoro il giorno 8 settembre, ricorrenza della natività della Beata Vergine Maria che non a caso fu eletta Protettrice dei valani. Il ragazzo da quel giorno si allontanava dalla famiglia che poteva riabbracciare solo quando il padrone glielo avesse concesso, e mai prima di un anno. Il giovane garzone abitualmente viveva nelle stalle e sistemava il suo giaciglio ricavandolo in quegli ambienti dove tra l’altro consumava anche il proprio pasto in contatto costante con il bestiame che aveva l’obbligo di accudire e senza entrare in rapporti con la famiglia del proprietario terriero. 
La prima testimonianza dell’esistenza del mercato dei valani nella provincia di Benevento risale al periodo post-unitario quando le condizioni imposte dal nuovo Stato (aumento delle imposte, dei dazi e l’introduzione della moneta piemontese) avrebbero fortemente aggravato l’economia dei braccianti costretti a prestare i propri adolescenti per poter raggranellare qualche soldo.9L. Sangiuolo, Il Brigantaggio nella provincia di Benevento 1860-1880, Tip. De Martino, Benevento, 1975. 
Da allora tale pratica rimase rimasta in uso fino a pochi decenni orsono. Ebbe solo una temporanea sospensione durante il periodo fascista: una sospensione più di facciata che di sostanza. Infatti,  testimonianze dirette indicano che durante tutto il Ventennio e fino al 1943, i valani non vennero più ingaggiati sul sagrato del Duomo grazie ad uno stringente controllo poliziesco ma la compravendita, essendo ufficialmente proibita, proseguiva in maniera più discreta nei rispettivi comuni di appartenenza dei giovani garzoni e con l’aiuto di intermediari che procuravano la manodopera necessaria aggirandosi per le povere campagne sannite nell’intento di reclutare gli adolescenti da proporre ai proprietari agricoli. 


«Fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso le famiglie dei contadini poveri che volevano collocare un figlio al lavoro conducevano i propri maschi, già dall’età di sette e otto anni, sul sagrato della chiesa e nella adiacente piazza Orsini dove un proprietario terriero, un colono, un massaro, un enfiteuta e chiunque avesse bisogno presso il proprio fondo di un garzone, di un bifolco, di un pastore, di un guardiano di capre o maiali, poteva sceglierne tra quelli esposti, visionarne la dentatura, osservarne le mani, valutarne le capacità e la forza fisica e, infine pattuire oralmente con i genitori le condizioni e le modalità di ingaggio».10E. Landi, Il mercato dei valani a Benevento, Ediesse, Roma, 2012, pag. 32.

Benevento, gruppo di ragazzi in attesa di collocamento, 8 settembre 1949


Esistono numerose testimonianze sulla floridità di questo mercato che continuò a protrarsi fino agli inizi degli anni sessanta in un luogo simbolo di Benevento: piazza Orsini, nei pressi del Duomo di Benevento. 
Le contrattazioni avvenivano alla luce del sole, addirittura a poca distanza dall’ufficio comunale di collocamento e nelle immediate adiacenze della sede della Confederazione dei Lavoratori, senza che questo destasse il minimo scandalo, la minima indignazione.

Un articolo sui “valani” di Benevento sul giornale britannico THE SPHERE, 20 settembre 1952

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[1] E. De Simone, V. Ferrandino, L’economia sannita nel ventesimo secolo, Op. cit., pagg. 144-145.  
[2] Il contratto di compartecipazione rappresenta un contratto atipico, cioè non regolamentato in maniera organica né dal codice civile né da altre leggi dello Stato, che affonda le proprie radici in abitudini secolari. Tale contratto rappresenta una forma di esercizio congiunto dell’attività agraria e prevede che due soggetti si accordino per utilizzare i propri fattori produttivi per svolgere una coltivazione a carattere stagionale. Si tratta pertanto di un contratto di natura associativa con il quale il concedente mette a disposizione il fondo per coltivarlo insieme ad un altro imprenditore (compartecipante) al fine di dividere i prodotti ottenuti. Cfr.: M. Mancino, Latifondo e contratti agrari nel Mezzogiorno, Ed. Galzerano, Salerno, 1986.
[3] Nel gergo dialettale il “parzenale” (dal lat. Medievale “partionarius”), analogo di mezzadro, era colui che aveva un contratto a metà con il concedente. Cfr.: Dizionario enciclopedico Treccani.
[4] «Il Padrone qui è il vero padrone, che fa e disfà a suo piacimento e mantenendo sotto l’incubo dello sfratto il disgraziato fittavolo o mezzadro, riesce ad estorcergli canoni esosi e filze di regalie che il più delle volte equivalgono ad un secondo estaglio» da “Il Secolo Nuovo” del 26 aprile 1951.
[5] A. Campanella, Riforma agraria nel Fortore in “Il Secolo Nuovo” del 26 aprile 1951.
[6] E. De Simone, V. Ferrandino, L’economia sannita nel ventesimo secolo, Ed. FrancoAngeli, Milano, 2007, pagg. 168-170.
[7] Il termine valano (e i sinonimi gualanoualano), di probabile origine longobarda, deriva dal tedesco wald (bosco). Successivamente sarebbe stato latinizzato in Galdo o Gualdo per indicare paesi di origine boscosa: Gualdo Tadino, San Bartolomeo in Galdo.
[8] Il fenomeno, tollerato per anni, giunse alla ribalta nazionale a seguito di un esposto-denuncia dell’avv. Ciccio Romano e del successivo interessamento degli organi di stampa nazionali che fecero emergere uno scandalo fino ad allora sottovalutato e sottaciuto.
[9] L. Sangiuolo, Il Brigantaggio nella provincia di Benevento 1860-1880, Tip. De Martino, Benevento, 1975. 
[10] E. Landi, Il mercato dei valani a Benevento, Ediesse, Roma, 2012, pag. 32.



Antonio Bove

Laurea magistrale in Lettere. Docente a Prato. Ha realizzato uno studio su "Telesia: vita e morte di una città dell'Italia antica". Ha successivamente approfondito le vicende dei movimenti operai e bracciantili che portarono nel 1957 all'organizzazione della "marcia della fame" quando oltre mille braccianti agricoli partirono dall'Alto Fortore nel tentativo di arrivare a Roma.