Tito Livio (Liv. X 38-46) ci racconta minuziosamente come nel 293 a.C., durante quella che viene definita la Terza guerra Sannitica, la guerra della “vendetta” dopo la “bruciante” vergogna delle Forche Caudine, distrusse prima Aquilonia, poi Cominium, Saipins, Herculaneum (Campochiaro), ed infine Bojano, ove molti guerrieri sanniti si erano rifugiati. Prova lampante che i quattro insediamenti sanniti erano così vicini da consentire a soldati in fuga, feriti e stanchi, di raggiungere agevolmente Bojano, la “capitale” de Pentri ritenuta quindi, erroneamente, posto più sicuro.

Era cominciata la lenta romanizzazione del Sannio che trovò l’epilogo   dopo la guerra sociale, con la vittoria di Silla nella battaglia di Porta Collina (82 a.C.). Il sogno dei popoli italici svanì ed anche il Sannio fu definitivamente sottomesso, il suo territorio devastato, praticamente annientato: «sia cancellata qualsiasi traccia, non resti opera sul territorio che possa solo ricordare un popolo che ha osato sfidare ed umiliare Roma!» aveva ordinato Silla.
E la sua fatwa spopolò i monti, distrusse i villaggi, cambiò le abitudini degli italici: sui monti non restò più nessuno: era nata l’Italia romana che man mano diffuse l’ordinamento municipale e l’articolazione regionale concepita da Augusto. I pastori-guerrieri abbandonarono le amate alture ed a valle, ove si erano accampati, trovarono chi spiegò loro come costruire una “urbs”, una città che li mettesse tutti insieme secondo un costume a loro estraneo. I sanniti erano infatti abituati a vivere “ad vicatim”, in case sparse, diremmo oggi. Gli insediamenti costruiti in posizione difendibile sulle alture, furono rasi al suolo e ricostruiti come colonie latine in pianura. I segmenti di muri, le alture trincerate sulle quali salivano i sanniti per difendersi, divennero mura continue dietro le quali si costruivano delle abitazioni. I tratturi erbosi divennero strade lastricate, le sorgenti fontane: una rivoluzione copernicana destinata a cambiare la storia.
Simbolo di questo cambiamento furono dunque le città, costruite con le tipiche, rigide regole che i romani avevano applicato ai Castra.
Così tutto il Matese fu circondato dai nuovi insediamenti, da Allipae a Saepinum, da Bovianum a Telesia, per accogliere chi era finalmente diventato “civis romanus” con pienezza di diritti.
La città romana aveva forma quadrata o rettangolare e, al suo interno, due strade perpendicolari collegavano le quattro porte: la via Praetoria, il decumano, con direzione da Est a Ovest, e la via Principalis, da Nord a Sud, che era il cardo.
All’incrocio tra cardo e decumano, si apriva l’area dei Fori. Una piazza dal cui centro potevi dominare lo spazio senza particolari preferenze se non l’importanza degli edifici. Nei Fori si svolgevano le principali attività pubbliche: nelle basiliche veniva amministrata la giustizia; c’erano poi i templi, le aree di mercato dove si praticava il commercio.
Una trama di strade rettilinee e ortogonali definiva gli isolati. Al loro interno venivano edificate le case signorili, le domus, e gli edifici popolari, a più piani: le insulae.
Questi principi dovremmo riscontrare pure in Telesia e Saepinum, realizzate per raccogliere, penso convintamente, quelli che prima vivevano “insieme” nel quadrilatero Morcone-Pietraroja-Sepino-Cerreto, zona ricca di pascoli e di acqua e che ancora oggi conserva il fascino di una abbondanza più unica che rara di testimonianze di “valore demoetnoantropologico”, così come certificato dal Ministero per i beni culturali (MIBACT-SG/05/11/2020/0014724-P).
Nel Molise, dunque, questi vecchi pastori-guerrieri, si accamparono all’incrocio dei tratturi che congiungevano Bojano con Benevento e Cortile (Aquilonia?) con il Matese. Analogo processo fu probabilmente alla base della nascita di Telesia, nella pianura compresa tra i fiumi Calore e Volturno e le falde del Matese, all’incrocio della Via Latina con la via che veniva da Capua-Caiatia e proseguiva per le gole del Titerno.
 

Ma se Telesia, dalle ricostruzioni fatte, sembra seguire le rigide regole ortogonali romane, come da ipotesi di Lorenzo Quilici, ordinario di Topografia dell’Italia Antica presso l’Università di Bologna, Sepino presenta uno schema asimmetrico che è difficile ipotizzare come casuale. I due assi viari, infatti, non sono ortogonali tra loro e non generano una rete di strade secondarie a definire gli isolati. Alla base delle scelte di Sepino ci fu, a mio parere, la conferma della necessità di conservare, direi di rendere principale, il tratturo trasversale, quello che raggiungeva la pianura Campana tagliando per i monti, già funzionale al sistema dei collegamenti di epoca sannitica ed ancora così importante da indurre i Romani a migliorarne il percorso con la realizzazione di ponti che ancora oggi, tra alterne fortune, fanno bella mostra di sé.  È la disposizione stessa degli edifici principali a dimostrare chiaramente che la direttrice principale, il percorso più importante, quello da trattare con rispetto, era quello che, provenendo dal Pescasseroli-Candela, DEVIAVA a destra per il Matese.

Se osserviamo la mappa di Saepinum infatti, osserviamo che, a chi proveniva da Bojano, il capoluogo di tutti i Sanniti Pentri, “Caput hoc erat Pentrorum Samnitium“ Livio (IX 31,4), la città si mostrava asimmetrica, con cardo e decumano non perpendicolari tra di loro e assolutamente sbilanciata a destra. Infatti, entrando da porta Bojano, sul decumano che conserva ancora il lastricato originario, si affacciano tutta una serie di botteghe che, man mano che ci si avvicina al foro, vengono sostituite da edifici monumentali a carattere pubblico: un edificio, a pianta quadrata, probabilmente adibito al culto imperiale, poi il macellum, una struttura complessa destinata alla vendita di generi alimentari, infine la basilica forense, ossia il luogo dove si amministrava la giustizia, posto in posizione angolare in modo da affacciare con il lato corto sul decumano, con quello lungo sul cardo e sul foro, ove erano i tre ingressi. Poi veniva il foro, la piazza centrale, completamente a destra del Decumano. A Sepino era stata realizzata una “urbs eretica”.
Era passato solo un secolo da quando Annibale aveva percorso quel tratturo (Polibio-libro III delle Istorie), un tratturo che risponde perfettamente alle caratteristiche descritte da Tito Livio relativamente al percorso che avrebbero voluto fare i Romani, un secolo prima, per arrivare al più presto a liberare Lucera assediata dai Sanniti ed in procinto di cadere (Prima fake news della Storia), (Livio-Ab Urbe condita-IX). Un percorso così importante per il controllo del territorio da indurre i romani a tradire, e non avveniva così spesso, i loro principi urbanistici.



Lorenzo Morone

Lorenzo Morone

Architetto e cultore di Storia Locale in Cerreto Sannita, ha come campi di interesse gli insediamenti abitativi sanniti.