Sabato 27 maggio 2023, presso il Centro Emmaus in Cerreto Sannita, c’è stata la presentazione, promossa dall’Istituto Storico del Sannio Telesino, di Cominium Ocritum e le Forche Caudine: una storia eretica di Lorenzo Morone, per i tipi di Fioridizucca editore.

Ho cercato, in questo saggio, di trasmettere le emozioni di un territorio che, da quando lo stavo indagando, non cessava mai di raccontare nuove storie. Un unicum, quello che c’era e c’è sui nostri monti, che aspettava solo di essere raccontato e regalato a tutti; da Saepinum a Telesia, da Pietraroia a Morcone, la nostra storia “Comune” è scritta con le pietre in un linguaggio facilmente decodificabile.  Una sorta di viaggio, dunque, fra indizi storici, topografia e paleocostruzioni da cui ha avuto origine il racconto storico-scientifico delle tracce: da questo punto di vista non c’è differenza tra quanto l’uomo ha lasciato sui nostri monti, e quello che ha lasciato a Pompei. Trattasi di antropizzazione, dal Neolitico ai giorni nostri, definita di “enorme interesse” sia dal Ministero per i Beni Culturali, sia dall’Associazione Nazionale Italia Nostra.”

«Quella che racconta Renzo Morone – dichiara Emilio Bove, Presidente dell’Istituto Storico Sannio Telesino – non è tanto una storia eretica, come egli la definisce nel titolo, ma è una storia affascinante, perché rappresenta la rivincita dei deboli: una sorta di Davide contro Golia. Per anni ci siamo accontentati della versione ufficiale, quella entrata nella memoria collettiva è divenuta consuetudine, senza farci domande, rifiutando interrogativi che ritenevamo superflui. Ed abbiamo sempre considerato secondari i luoghi della battaglia, rispetto all’enormità dell’evento che, al contrario, ebbe già all’epoca un’eco travolgente».

Ecco come ci racconta la sua avventura letteraria l’autore.

  •  Prof. Morone di recente ha pubblicato il libro “Cominium Ocritum e le Forche Caudine”; perché il suo libro è una “una storia eretica”?
  • Quella che io racconto, travestendomi da scrittore, è una storia intrigante, che mi ha appassionato fin dai banchi del Liceo Classico Luigi Sodo in Cerreto Sannita. Galeotti furono due brani da tradurre: uno, tratto da Ab Urbe Condita, di Tito Livio, l’altro dalle Storie del greco Polibio. Entrambi raccontano di vicende che si sono sviluppate nei nostri territori. Troppe incongruenze e suggestioni tra quanto leggevo nei testi originali relativamente alla prima guerra sannitica e a quella punica e quanto accettato, dai più, come verità unica ed indiscutibile perché proveniente da un indubbiamente grande storico: Mommsen. Il mio racconto tiene insieme gli antichi testi, l’osservazione sul campo di ritrovamenti archeologici, la morfologia del terreno, la tecnica militare, la consapevolezza che la ricerca storica è un continuo divenire e giunge ad una conclusione che ho voluto chiamare “eretica” perché dissimile dalla “dottrina ufficiale” impersonata dal pur grande storico tedesco, premio Nobel nel 1902.
  • Come mai, se i dubbi sono venuti a scuola, il suo libro è stato realizzato solo nel 2023?
  • Da giovani il pensiero è rivolto altrove; col tempo, poi, gli interessi lentamente cambiano e passi dall’obbligo di studiare al piacere della ricerca, della scoperta. Soprattutto, quando si arriva ad una certa età, con l’esperienza accumulata, ti puoi permettere di essere superiore a tutto, soprattutto a chi eretico non è e considera la storia una ed immutabile…se lo ha detto uno dal nome altisonante. Ma ho avuto la fortuna di ascoltare anche io un nome altisonante come quello di Marco Buonocore, Direttore della Biblioteca Apostolica Vaticana, curatore dei due volumi delle Lettere di Theodor Mommsen agli italiani.  Buonocore a San Salvatore, nella Abazia, in occasione di una celebrazione di Mommsen affermò: “…c’è da aspettarsi che ciò che ha detto Mommsen venga scardinato e rivoluzionato perché attraverso l’esperienza del presente mutano le prospettive con cui si legge il passato, vengono fuori testimonianze dimenticate che lo rivelano diverso da come credevamo”. Le parole di Buonocore per me furono indubbiamente una spinta a mettere in ordine le cose che fino ad allora avevo visto sui monti dove non mi recavo più a cercar funghi ma solo a osservare pietre e a continuare nelle mie ricerche che partivano da una affermazione categorica di Tito Livio: “ le vie per raggiungere Lucera da Caiatia, dove erano accampati i romani, sono due: una è quella che  va verso la costa del mare Adriatico, facile ma lunga, l’altra, più breve, ma più difficoltosa, attraverso le “furculas caudinas”.  Due certezze “indiscutibili” stravolta con autoreferenzialità eccessiva proprio da Mommsen che indica, come unica via percorribile, proprio quella che va verso l’Adriatico passando per Forchia, lungo la via Appia che sarebbe stata costruita dai romani solo qualche decennio dopo, ed ignora completamente quella che taglia “per furculas caudinas”. Un toponimo geografico che Livio ripeterà ancora. 
  • E così è venuto fuori questo libro edito da Fioridizucca per l’Istituto Storico Sannio Telesino, con il patrocinio di diverse organizzazioni culturali e ambientali, tra cui Italia Nostra?
  • Il mio non è il classico libro di storia, perché non sono affatto uno storico, ma una ricerca attenta piena di indizi e di “curiosità”, anche di dubbi che viene proposto alla attenzione generale con la speranza che possa dar luogo non solo ad un dibattito ma ad un approfondimento delle ricerche sul campo. Le uniche certezze che ho raccolto sono relative alle impressionanti tracce archeologiche che conservano i monti del Matese: da Sepino a Cerreto Sannita, da Pietraroia a Morcone. Tracce che vanno dal neolitico ai giorni nostri. Sul Matese c’è ciò che altrove immaginano!  Ed è impressionante la serie di coincidenze con quanto descritto da Tito Livio e da Polibio che, a differenza del primo, fu contemporaneo di Annibale e ne descrisse il percorso dalla Daunia a Capua. Lo stesso percorso che, in direzione opposta, volevano fare i Romani indotti a ciò dall’astuto Gaio Ponzio Telesino, capo sannita, che così facendo, li attirò nella trappola infernale delle “furculas” del Titerno, in un campo ricco di acqua posizionato tra due gole, “is ubi accipit ad furculas caudinas”,”li abbiamo intrappolati là dove si accede alle Forche Caudine, specificò Gaio al padre Erennio per chiedere consigli,  confermando ancora una volta che trattavasi di un toponimo geografico assolutamente slegato dall’episodio dell’umiliazione dei romani inferta loro dai sanniti.
  • Architetto mi spieghi meglio.
  • Furculae erano per i romani le gole a forma di V, come la “furcula”, un osso comune ai volatili (Forca d’Acero, Passo della Forcella, Forcella Staulanza, Forca Caruso, Passo delle Forche, etc,). Caudinas perché si aprivano a Faicchio, nella pianura di Marafi, con una prima gola “ta stenà”, le chiamò Polibio, in una zona chiamata “Caudan”, divisa dalla pianura campana-caudina dal Calore e dal Volturno. Poi ci sarà il campo prima delle gole più selvagge, quelle sotto il Monte Cigno, tra il Ponte di Annibale e quello del Mulino.
  • Ma i Romani dove erano accampati e dove volevano andare?
  • I romani erano accampati a Caiatia, logicamente vicino al Volturno, e dovevano arrivare al più presto in soccorso di Lucera, loro alleata ed in procinto di cadere nelle mani dei sanniti che non presidiavano più i loro monti (fake news)! Era giocoforza scegliere la trappola della “via brevior”, il percorso alternativo indicato da Livio ma ignorato da Mommsen che poi ne fa un’altra: per giustificare la via più breve, sposta l’accampamento dei Romani da Caiatia, presso le acque “vitali” del fiume Volturno, a Calatia, lungo la Via Appia, che ancora non c’era, e distante da un qualsiasi corso d’acqua. 
  • Ma quindi lei mette proprio in discussione le affermazioni di Mommsen?
  • A dubitare di Mommsen non sono solo io. Il comasco Giuseppe Brambilla, nella sua Critica su LA STORIA ROMANA di Mommsen, del 1869, scrive: «…il Mommsen assaissime volte si accorge mancar la forza delle prove alle sue sentenze, e vi supplisce con le retoriche menzogne…»
  • Quale criterio ha seguito per formulare la sua tesi?
  • La mia è stata una caccia agli indizi guidata da una certa logica che poi ha portato ad altre scoperte. Mi chiedevo: Se c’era una strada BREVIOR più antica della Via Appia e della Via Latina, «…prima però di questa via (Appia) nel 321 a.C., in cui avvenne il fatto tra Romani e Sanniti nelle Forche Caudine, esisteva la Via che è dalla Caiazia Campana per Furclas Caudinas, menava a Luceria, ed era, a dir di Livio, assai breve, e questa non apparteneva né alla Latina, né all’Appia formate da poi» (Pietro Napoli-Signorelli, 1811), lungo la direttrice Caiatia-Luceria ci dovrebbero essere tracce notevoli di antropizzazione e di fortificazioni. Tracce che ho trovato e descritte a iosa nella mia ricerca. 
  • Mi chiedo quali altre tracce abbiamo sui luoghi che fanno riferimento alle “Forche Caudine”?
  • Basta aprire il libro IX-2 di Tito Livio e recarsi all’imbocco delle gole del Titerno a Faicchio. Seguendo la descrizione del patavino, in latino, senza traduzioni “ad usum Delphini”, si arriverà, dopo 6 km, sotto la Rocca di Monte Cigno attraverso una strada scavata nella roccia, “per cavam rupem”, dopo aver attraversato una prima gola ed attraversato un “campo erboso e ricco di acqua”, per poi proseguire e trovare la strada bloccata da massi caduti dall’alto. Massi che, incredibile a dirsi, sono ancora lì e che costrinsero Annibale, un secolo dopo, a raggiungere Capua, provenendo dalla Daunia, deviando per il Monterbano.
  • Ne ricorda altre?
  • A parte le fortificazioni tipicamente sannite che si incontrano lungo il percorso, a partire da Mont’Acero, e che giustificano il timore dei romani tranquillizzati dai finti pastori,  ci sono tante curiosità “stimolanti” in quel magico quadrilatero che va da Sepino a Cerreto, da Pietraroia a Morcone, definito, dal MiBACT, “di eccezionale valore demoetnoantropologico”: dalla piramide di Pietraroia con coppelle fatte per contenere grasso animale da usare come combustibile per fiammelle, al monolite-ziqqurat-osservatorio astronomico di Caia Borsa, con il sole che lo percorre al suo sorgere nel solstizio d’inverno lungo un canale scavato a mano che lo attraversa, dai dolmen ai menhir ai gruppi di capanne recintati, per finire a quei gioielli autentici che sono le necropoli con gruppi di tumuli con menhir centrale, di sapore neolitico, al cosiddetto “ponte del Mulino”, realizzato come una sorta di arco ribassato con conci che arrivano a pesare 14 quintali.

Considerazione finale: non do certezze…ma solo indizi. Io, lungo le gole del Titerno, ne ho trovati a iosa, ivi compreso il “percorso scavato nella roccia” bloccato da una frana. Altrove? Non lo so. Posso solo ripetere ciò che sosteneva Agatha Christie: Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi sono una prova. 

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