Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è libro-cavaliere-3D-698x1024.png

Molti in Italia, anche se non tutti (!), hanno celebrato, in questo 2026, gli ottanta anni dal Referendum istituzionale che il 2 giugno del 1946 fece nascere la Repubblica italiana e, in effetti, in quella giornata, per molti Italiani si concretizzò un cambio di regime, come peraltro, ce ne erano stati altri nella nostra storia.
Così lo racconta Mario Puorto, nel suo volume Il cavaliere di maggio, pubblicato per la prima volta nel 1966 e ristampato quest’anno ad opera della città di Caiazzo e della Province di Benevento e Caserta, con la meritoria collaborazione di numerose associazioni culturali del territorio sannita e casertano.
Si tratta di un romanzo storico breve, ambientato in un un paesino del meridione non precisato ma chiaramente identificabile con Caiazzo, il luogo natio dell’autore, che mette in scena alcuni personaggi di fantasia, anch’essi agevolmente riferibili a protagonisti della piccola comunità dell’entroterra casertano, ma soprattutto figure che incarnano i tipi umani di una società rurale senza tempo.
Leggere degli Artega, la famiglia dei latifondisti più potenti, di don Adolfo, il farmacista del paese, delle immancabili zitelle danarose e devote, del parroco e del vescovo, di Gennaro, il contadino povero che si barcamena per mantenere la sua famiglia, ci porta in un’atmosfera letteraria ottocentesca, verghiana o gattopardesca, ma siamo nel 1946, nelle settimane che precedono il referendum.
Il cavaliere, di maggio soltanto, come il re Umberto II, è appunto Gennaro de Regis, povero “… come poveri erano stati i genitori, i nonni e bisnonni suoi”, ci dice l’autore, e ci racconta il suo momento di gloria come galoppino capo, assoldato dal potente latifondista per propagandare il verbo monarchico e, per questo, insignito (falsamente) della prestigiosa carica con telegramma del Ministro della Real Casa.
Si dà da fare, il de Regis, per settimane, a caldeggiare la causa monarchica e, soprattutto, a diffondere la propaganda antirepubblicana tra i suoi compagni di sventura sociale, paventando le disgrazie che sarebbero derivate dalla vittoria della Repubblica per i contadini, con i “ comunisti” che si sarebbero presi i loro beni( quali?!?) e addirittura le loro donne.
Insomma, il Puorto, testimone dei fatti che racconta, ci fa entrare nel vivo di una delle mille piccole comunità contadine del Mezzogiorno e ci fa riflettere sui fattori economici, sociali, religiosi, della schiacciante vittoria monarchica del 2 giugno nelle regioni meridionali. A Caiazzo, furono 2429 (81,95%) i voti per la monarchia e solo 535 (18,05%) per la repubblica, perfettamente in linea con i risultati della provincia di Caserta, della Campania e di altre regionidel Sud.
Certo, non mancano, nel racconto, alcune sparute voci fuori dal coro, come quella di don Peppe o’ filosofo, personaggi che non hanno grande seguito nella comunità, anzi sono piuttosto eccentrici ed emarginati, sono stati in America e non rappresentano in alcun modo il comune sentire. Sono loro i primi ad essere sorpresi quando arrivano le notizie sulla vittoria della repubblica e restano, sostanzialmente, ai margini della vita politica anche nei primi anni della democrazia, pur essendo loro quelli dalla parte “giusta”.
In realtà, nel paesino del racconto come in tutta Italia, è in atto, prima e dopo il 2 giugno, un vasto riposizionamento di uomini e forze politiche che si preparano e si candidano a guidare il Paese, indipendentemente dall’esito del referendum. La Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi raccoglie molti di questi uomini, soprattutto in Italia meridionale, ma non solo. Nel congresso dell’aprile ‘46, i delegati si dichiararono in maggioranza per la repubblica, ma De Gasperi mantenne il partito saldamente e prudentemente al centro, accreditandosi come interlocutore affidabile anche per forze cattoliche di destra e garante di una sostanziale continuità nella struttura socio-economica profonda del Paese, argine potente e scudo (crociato) contro il pericolo delle sinistre che avevano dalla loro la forza del protagonismo resistenziale.
A livello locale, sono tanti gli esempi di questo processo, come nella vicina Piedimonte d’Alife, dove si era costituito, all’indomani dell’8 settembre del’43, un Comitato del Fronte Nazionale di Liberazione, con esponenti socialisti, comunisti ed azionisti in posizione certamente non subordinata ai rappresentanti liberali e cattolici. Qui giocava certamente un ruolo importante la forte presenza operaia del Cotonificio, distrutto proprio in quei giorni dai Tedeschi in ritirata, e della centrale elettrica della Sme, come attestato anche dai risultati referendari che vedranno la repubblica avvicinarsi al 40% dei voti, in netta controtendenza con il contesto provinciale e regionale. Ma col passare dei mesi, si rafforzavano i partiti di centro e di destra, su cui evidentemente convergevano le forze cattoliche e del notabilato conservatore e, già nelle prime elezioni amministrative della primavera ‘46, la DC era il primo partito con oltre il 50% dei consensi.
Una egemonia che si rafforzerà e accompagnerà tutta la storia della prima repubblica.
Anche nel racconto di Mario Puorto, nelle ultime pagine, si scorge questa prospettiva, naturalmente accolta con sentimenti diversi dai protagonisti di quel maggio tempestoso. All’esito del referendum il “cavaliere” viene liquidato frettolosamente dal potente Artega ( Caro Gennaro, per adesso non mi servi più – gli disse cinicamente don Fernando – […] Ma allora è finito tutto? Per adesso sì. Io sono sempre cavaliere però?Non te lo so dire con certezza, ma penso di no.) e deve dare ragione alla moglie che con la saggezza istintiva e pratica delle donne glielo aveva profetizzato (Hai smesso di lavorare per fare la politica – disse Nerone – Quando sarà finita questa carnevalata come faremo?).
Nino, il repubblicano, che a sentire gli oratori magnificare la vittoria repubblicana, confuso “tra la folla plaudente piangeva per la commozione”.
Il signorotto, dopo l’iniziale momento di rabbia e scoramento, capisce che si tratta di un altro dei passaggi già affrontati con successo e che i cardini del suo potere non sono compromessi ( Più ci pensava su e più andava riprendendo coraggio: la sua potenza economica, i suoi influenti amici di Napoli e di Roma, la vecchia classe dirigente che si era fatta avanti con l’abito nuovo della Democrazia, la tradizionale politica del Vaticano e gli Alleati che erano pronti a tutto).
E infine Benito, il figlio di Gennaro, che, un po’ per rincuorare il padre e, forse, per dare un senso a se stesso e al suo futuro, si lascia andare ad una speranza: “Papà, non è la fine del mondo, anzi. Fidati di me. Io diventerò un uomo e capirò le cose meglio di te. Ti sarò vicino e ti aiuterò. Mi credi?”.
Nel punto interrogativo finale, possiamo forse leggere lo stato d’animo dell’autore, che venti anni dopo, aveva già assistito alle realizzazioni ma anche ai tradimenti di quelle speranze, alla Costituzione e alla ricostruzione, al sacrificio dei tanti e alle furberie dei soliti, alla democrazia ma anche all’egemonia di un blocco economico e sociale.
Insomma, le luci e le ombre della nostra Repubblica nata in quel 2 giugno e già nettamente visibili in quel 1966.
E oggi?