Questa felicissima invenzione letteraria del caiatino Mario Puorto, Il Cavaliere di maggio, scritta nel 1966, ancora oggi, dopo sessanta anni, affascina il lettore. Perchรฉ รจ un originale e vivo ritratto dellโ€™agitazione sociale che turba la quiete conservatrice di una delle tante comunitร  meridionali in occasione del referendum monarchia-repubblica del 1946. Ma anche perchรฉ รจ uno stimolo fecondo a riconsiderare storicamente la dialettica, rimasta unica dopo la fine della feudalitร  e dopo il moto risorgimentale, tra i fermenti di mutamento e i radicati istinti di conservazione della condizione socio-politica, presenti anche nella Valle del medio Volturno, tra Terra di Lavoro, Alifano e Sannio Telesino appena dopo la seconda guerra. Uno stimolo, perciรฒ, ad individuare i fragili percorsi culturali e politici locali della democrazia e della repubblica nel Mezzogiorno interno, il rapporto fascismo-monarchia, la pervasiva confusione tra fascismo e postfascismo. Lโ€™originale finzione letteraria realizzata da Puorto puรฒ diventare, in queste terre, occasione per una matura ricognizione a piรน voci sullโ€™accidentata parabola della democrazia, che oggi appare sempre piรน impegno etico-civile, oltre che storico, ed รจ possibile grazie alla vitalitร  delle associazioni culturali del territorio che con preziose ricerche da anni ne alimentano lโ€™autocoscienza e il protagonismo civile. In tal senso il racconto di Puorto รจ ormai un classico della letteratura sociale meridionale, come tanti e piรน noti racconti-romanzi che hanno narrato la condizione dellโ€™Italia di allora. La sua ripubblicazione รจ, perciรฒ, molto opportuna e meritoria. In circa 70 pagine, pubblicate allora nella collana nazionale ยซLe Quattro stagioniยป, dellโ€™editore Rebellato di Padova, lโ€™Autore con sugosa brevitร  narra la straordinaria esperienza umana e civile vissuta direttamente venti anni prima, trasfigurandola solo nei nomi dei protagonisti. Il suo realismo descrittivo, dai colori netti e vivissimi, ritrae e fa rivivere interessi e passioni, illusioni e paure che, tra i mesi di aprile e giugno 1946, animarono la secolare quiete sociale della comunitร . Unโ€™agitazione che assale innanzitutto gli Artega, la storica famiglia monarchica e i suoi sostenitori. Ma anche il popolano Gennaro de Regis, giovane senzโ€™arte nรฉ parte da essa assoldato, e il repubblicano Nino, plurimestierante per sopravvivere. Solo don Peppe โ€œo filosofoโ€ resta distaccato, critico della monarchia ma scettico sul consenso elettorale alla repubblica, anche localmente. Secondo Gennaro, perรฒ, don Peppe รจ una voce estranea: รจ stato molti anni lontano, emigrato in America e, perciรฒ, la sua critica della monarchia non รจ realistica, perchรฉ ormai non percepisce piรน lo spirito pubblico della comunitร  con le stesse categorie dei caiatini.
Lโ€™umanissima arguzia e la felicitร  espressiva del racconto rianimano la vita individuale, familiare e sociale e ci presentano il secolare radicamento della monarchia come naturale e antropologico, prima che storico, come in tutto il Mezzogiorno. Persino lo squattrinato de Regis ne รจ coinvolto, al punto da farsi arruolare come galoppino elettorale diventando anche โ€œcavaliere del reโ€. Allโ€™opposto, la repubblica non riscuote consensi, appare unโ€™illusione. Ma non per Nino, il convinto repubblicano, al quale, perรฒ, questo sentimento riserva amare sorprese, persino familiari. Lโ€™Autore fa rivivere, minutamente, umori e timori di tutti i protagonisti che la insolita scadenza elettorale, la prima dopo venti anni di regime, ha suscitato in tutta la collettivitร . E li rianima nella trasfigurazione letteraria, come nessun osservatore, sociologo o storico avrebbe potuto rappresentare con le categorie professionali e il linguaggio specialistico. Nel suo racconto il diaframma fra vita, letteratura e storia รจ scomparso. La scena appare subito dominata dalla agitazione nervosa della famiglia Artega, proprietaria del castello e di moltissime terre, localmente al potere da un secolo, come tante altre famiglie storiche che trasformisticamente dominano le comunitร  meridionali.
Il capo, don Fernando sa bene e rassicura i suoi fedeli che, storicamente, in tutto il territorio la repubblica รจ stata solo una illusione. Giร  altre volte, nella vita anche di questo Mezzogiorno interno, la repubblica come rottura di quella quiete si รจ rivelata una tragica illusione per intellettuali visionari e popolo: come avvenne con lโ€™ebbrezza repubblicana diffusa da Napoli nel lontano 1799, finita con il trionfo violento della conservazione. La totale devozione al re, del resto, era stata riconfermata proprio nella battaglia di Caiazzo, del 19-21 settembre 1860, lโ€™unica che vide i borbonici vincitori sui garibaldini. Nonostante tali certezze, perรฒ, don Fernando รจ comunque preoccupato perchรฉ โ€œlโ€™arrivo dei comunisti, dellโ€™uguaglianza tra tutti gli uomini (comprese le donne!), con la riforma agraria e la fine della proprietร  privataโ€, minacciate dai repubblicani soprattutto nellโ€™Italia del Centro-Nord, potrebbero anche solo sfiorare il territorio e il suo feudo, solleticare qualche testa calda e intaccare il potere civile e politico che la sua famiglia detiene da sempre sulla comunitร  in virtรน delle sue molte proprietร  terriere. La terra รจ il fondamento del suo potere. La fedele verosimiglianza della finzione letteraria alla realtร  suscita nel lettore, perciรฒ, ancor piรน oggi, riflessioni sugli eventi narrati: in particolare sulla preoccupazione che nella piccola comunitร  rurale genera il temuto avvento della repubblica. Tra la sovranitร  del re, โ€œper grazia di Dio e volontร  della nazioneโ€, sostenuta dai ricchi, proprietari, possidenti, dalla chiesa, dal ceto civile, con a capo don Fernando, e la sovranitร  popolare, con lโ€™eguaglianza democratica tra tutti i cittadini diventati tutti elettori, proposta dalla repubblica, quasi tutti scelgono la monarchia. Non solo Gennaro de Regis. Ma anche molti altri, poveri, servi, nullatenenti, analfabeti, braccianti, contadini, giornalieri, scelgono la monarchia, convinti che la repubblica non รจ solo una illusione, come dice don Fernando, ma รจ persino un pericolo per la loro precaria condizione. Minacciando il potere e la proprietร  del signore locale, essa arrecherebbe danni innanzitutto al popolo rimasto senza protettore e padrone. Perciรฒ Gennaro รจ fiero e inorgoglito che don Fernando abbia scelto proprio lui, senzโ€™arte nรฉ parte, come propagandista per la monarchia. Gli ha dato dignitร  civile. Si sente un privilegiato: deve contattare gli elettori, ancora ignari o perplessi, e convincerli che la repubblica sarebbe un disastro, non certo per i benefattori Artega, che si adeguerebbero, ma innanzitutto per loro stessi.
Puorto, tramite don Peppe โ€œo filosofoโ€, ci informa che la monarchia ha il pieno sostegno di clero, azione cattolica ed episcopato: tutti sostengono la monarchia, a seguito del padrone don Fernando. Non, quindi, secondo la visione cristiana della persona che ha ispirato molti cattolici alla lotta resistenziale. Sono monarchici tutto il ceto urbano, il medico, il veterinario, il segretario comunale, i commercianti, i proprietari terrieri, i signorotti di campagna, il farmacista, Pio Maturi facce e santโ€™, donnโ€™Amalia a cantinera, naturalmente il maresciallo dei โ€œrealiโ€ carabinieri, la professoressa Felisetti con il marito cultore di musica arte nobile solo per monarchici, mentre la musica repubblicana รจ da maniscalchi, il dottor Casabianca, giร  sturziano ma ora nemico del sovversivismo repubblicano, le attempate zitelle Savarese, Formisano e Di Giacomo, figlie di proletari imborghesiti, pie donne, tutte incenso e misticismoatterrite dallโ€™avvento di uomini atei e repubblicani. Persino Cristina, moglie di Nino il repubblicano (barbiere, orologiaio, musicante), la quale, solo perchรฉ ingannata, confessa allโ€™ignaro marito di aver fiducia nella Provvidenza divina, nella provvidenza della monarchia, dai Borbone ai Savoia, e degli Artega. Non certo nella repubblica, in Garibaldi o Mazzini, nei socialisti o nei comunisti.
In quelle settimane del 1946 quasi tutte le comunitร  del Mezzogiorno hanno avuto i loro de Regis assoldati dagli Artega locali. Gli storici hanno documentato che, per motivi diversi, tutta la Campania รจ profondamente devota al re.
Il monarchismo popolare napoletano, ad esempio, รจ antica espressione di un sentimento profondo, di una fede, di nostalgia retrospettiva, di fanatismo anche, a partire dal fascino, lontano ma ancora molto vivo, esercitato sul popolo dal lazzaronismo regale di Ferdinando IV, che finisce col prevalere sullโ€™originale riformismo promosso dal padre, Carlo di Borbone; quello casertano esprime lโ€™interessata gratitudine di tutto il territorio per la multiforme nobilitazione regale dei luoghi operata, appunto, da re Carlo e dai successori; quello sannitico รจ espressione dellโ€™atavico, storico immobilismo socio-antropologico di unโ€™area emarginata, di quiete inerziale e di conservatorismo naturalistico. A sua volta, il monarchismo della vasta area del medio Volturno e del caiatino descritto da Puorto, appare espressione di una percezione naturalistica dellโ€™immutabile ordine civile-sociale fondato sul possesso della terra: Dio, re โ€ฆ e gli Artega! Si avvicendano le stagioni, si succedono le generazioni, ma lโ€™ordine cosmico, proprietario e sociale non muta. Perchรฉ รจ divino e naturale. Puorto ci dice che solo don Peppe โ€œo filosofoโ€ ha potuto maturare unโ€™altra lettura, storica e non naturalistico-fatalistica del divenire sociale. Ma solo grazie allโ€™esperienza di emigrato nel โ€œnuovo mondoโ€. Soltanto lui, perciรฒ, รจ in grado di affermare che la repubblica โ€œdovrebbeโ€ vincere. Ma non certo a Caiazzo! Il racconto di Puorto stimola, perciรฒ, la domanda: quanti sono stati in questa vasta piana del Volturno i โ€œdon Peppeโ€? In virtรน di quali esperienze hanno potuto e saputo cogliere la storicitร  dellโ€™ordine socio-politico e la possibilitร  del suo mutamento?
A fronte della radicata e storica tradizione monarchica, come poteva emergere un sentimento repubblicano?
E come poteva diventare opinione diffusa? Quanti sono i de Regis? Puorto sollecita indirettamente il lettore a riflettere sullโ€™antico problema delle โ€œdue Italieโ€ che dalla ricerca storica รจ stato affrontato di nuovo proprio dopo la forte prevalenza del voto monarchico al referendum: la persistenza di residui feudali nellโ€™ordine socio-proprietario meridionale ancora a metร  Novecento; il possesso della terra rimasto il naturale e primo fondamento di ogni potere; la persistenza del conservatorismo, la fragilitร  del mutamento possibile, del riformismo socio-politico e dellโ€™idea democratico-repubblicana.
Nel racconto di Puorto, la percezione della repubblica come possibilitร  di mutamento dellโ€™assetto istituzionale, fondiario, dei rapporti sociali, delle forme del potere civile-politico, fa paura, non solo ai benpensanti, ai ricchi e agli agrari. Solo in pochi Comuni del territorio, come in tutto il Mezzogiorno, รจ diffusa la percezione della repubblica come auspicata forma di mutamento socio-politico, che al Centro-Nord dโ€™Italia, invece, ha giร  alimentato la resistenza armata al nazifascismo. Sarebbe feconda, anzi necessaria, perciรฒ, una indagine storico-documentale promossa dalle associazioni storiche del territorio per conoscere le scelte ufficiali dei partiti democratici ancora in via di organizzazione, oppure dei C.L.N. locali che, come avvenne diffusamente, spesso erano inventati dagli stessi difensori del passato regime e dai monarchici. Sarebbe opportuno approfondire su documenti, oltre le notizie dateci da Puorto, il messaggio delle chiese locali, delle loro esortazioni, dei bollettini ecclesiastici, delle lettere pastorali dei vescovi, come, ad esempio, di mons. Di Girolamo rimasto vescovo di Caiazzo per tutto il ventennio, fino al 1963, ma anche del vescovo di Cerreto e dellโ€™arcivescovo di Benevento. A Napoli, ad esempio, fu profonda e decisiva lโ€™immedesimazione tra la pastorale dellโ€™arcivescovo Ascalesi con il regime fascista, poi con quello cattolico-monarchico, con lโ€™aristocrazia agraria e quindi con quello monarchico-laurino. A Benevento, invece, nella piรน vasta e importante metropolia ecclesiastica del Mezzogiorno, lโ€™atteggiamento dellโ€™arcivescovo Mancinelli dovette essere attento e prudente se lo storico e religiosissimo deputato cattolico, Gian Battista Bosco Lucarelli, barone e proprietario terriero, giร  vicesegretario di Luigi Sturzo nel 1919, poi antifascista, nel 1946 invitรฒ pubblicamente a votare per la repubblica che egli riteneva regime politico necessario per realizzare la democrazia delle autonomie locali, la concezione cristiana della persona, il superamento dellโ€™individualismo e dellโ€™accentramento statale, causa prima del regime fascista.
Da tempo sappiamo dei molteplici tentativi, molto faticosi, spesso repressi, delle lotte contadine, anche improvvisate, perrompere quellโ€™ordine proprietario feudale della terra che ha dominato lโ€™agricoltura meridionale e campana, da Terra di Lavoro al Basso Volturno, dalla Piana di Capua, al Garigliano e di tutte le moltissime terre dellโ€™Opera Nazionale Combattenti. Diverse indagini storiche hanno documentato, perรฒ, che in molte realtร  ci sono state la guerra, le stragi naziste โ€” alle quali, perรฒ, Puorto non fa alcun cenno โ€” lโ€™assalto ai partiti democratici, ma non sono sorte, invece, forme di resistenza politica organizzata, o riverberi resistenziali del โ€œvento del Nordโ€, che ben pochi conoscevano anche come semplice informazione o circolazione delle idee. Quasi sempre รจ mancata la consapevole soggettivitร  politico-democratica del territorio. Puorto ci dice, invece, che con gli stessi Artega il postfascismo ha subito prevalso su ogni possibile forma di antifascismo. Ha prevalso un โ€œgrigio vento del Sudโ€, postfascista. A Gennaro il nome di Matteotti non dice alcunchรฉ.
Se, in diversi casi, i pochi effetti positivi prodotti da quelle lotte contadine, giร  nei primi anni Cinquanta, sono stati progressivamente fagocitati dalla protezione accordata dalle forze politiche conservatrici agli interessi agrari e alla difesa della civiltร  cristiana ritenuta minacciata dalla sovietizzazione, nel Mezzogiorno e in queste terre il potere feudale della terra รจ stato solo scalfito: Puorto ci dice che gli Artega hanno conservato integro il loro potere, perchรฉ hanno gestito direttamente anche il regime democratico-repubblicano post-fascista. Per la stessa difesa della civiltร  cristiana dal collettivismo, ma anche dal prussianesimo agrario, in nome del primato della persona sullโ€™individuo e sulla proprietร , opposta fu invece lโ€™azione di Bosco Lucarelli nel suo Sannio dove, lui barone, con la Coldiretti promosse la formazione della piccola proprietร  contadina. La conservazione dellโ€™ordine socio-politico degli agrari fu difeso e sostenuto dallโ€™altro deputato sannita, giร  nazionalista conservatore, Raffaele De Caro, e dal suo partito liberal-monarchico-massonico che, tra Napoli e Caserta, si afferma nella fattispecie conservatrice realizzata da Giuseppe Buonocore, eletto alla Costituente, primo sindaco postfascista, non antifascista, di Napoli dal 1946 al 1948, sostenuto dal cardinale Ascalesi. In molte realtร  meridionali, invece delle lotte contadine per la fine del latifondo, si realizza la riaffermazione del potere feudale dei tanti Artega e della terra come fondamento del potere civile-politico. Perchรฉ dalla vicina Benevento e da Piedimonte e Alife, dove molto radicata era la sedimentata egemonia conservatrice della famiglia Gaetani, proprio quellโ€™improvvisato partito liberal-monarchico meridionale di De Caro se ne fa promotore e garante. Forma e controlla il C.L.N., giร  lโ€™11 settembre 1943 (appena tre giorni dopo lโ€™armistizio dellโ€™8 precedente), assorbe parte dei dirigenti fascisti e li ricicla in ruoli di governo locale sotto le proprie bandiere, come avviene con gli Artega. Il postfascismo invece dellโ€™antifascismo. Creato subito da Raffaele De Caro, massone di Palazzo Giustiniani, amico del re, questo partito liberal-monarchico-massonico conservatore raccoglie e unifica gli agrari del Sud โ€“ tutti i tanti Artega locali โ€“ che, allโ€™ombra della monarchia e della massoneria, hanno convissuto con il fascismo senza bisogno di esporsi troppo. Con lungimirante audacia De Caro lo fa confluire nel partito liberale di Cavour, appena rifondato da Benedetto Croce. Il filosofo, perรฒ, giร  al congresso liberale del dicembre 1947 viene estromesso da Presidente per far posto proprio a Raffaele De Caro. Il liberalismo agrario conservatore meridionale, antidemocratico, contrario alla riforma agraria, alla democrazia dei partiti, ai sindacati, nemico della partecipazione politica di massa, diventa Partito liberale italiano. Dal quale, perรฒ, insieme a Croce subito vanno via anche i giovani liberali riformatori settentrionali, Leone Cattani, Nicola Carandini, Giampiero Orsello, Bruno Villabruna, Eugenio Scalfari, Eugenio Garin, Gabriele Pepe, Mario Pannunzio, Carlo Antoni, Francesco Libonati, Panfilo Gentile e altri. Come dimostra Puorto, i liberal-monarchici temono il referendum, e la fine della monarchia, molto di piรน della caduta del fascismo, del quale anzi si fanno eredi. Come i tanti Artega locali, anche De Caro diventerร  appunto โ€œil nuovo Mussolini del Sannioโ€, come lo definรฌ giร  allora il pur mite Bosco Lucarelli. Con la sua morte improvvisa, nel 1961, tutti o quasi i liberal-monarchici confluiranno, perรฒ, proprio nella Democrazia cristiana, che giร  ne aveva assorbiti molti.
Su quali basi socio-politiche, su quali tradizioni culturali, civili o religiose, avrebbe potuto nascere il sentimento repubblicano in questo territorio? Come avrebbero potuto sottrarsi al destino di galoppini della monarchia i tanti Gennaro de Regis, assoldati, invece, dagli Artega? Come tantissimi popolani, in tutto il Mezzogiorno, essi non hanno avuto gli strumenti o lโ€™occasione per orientarsi. Come fu possibile, invece, a una giovane contadina sannita, giร  madre di cinque figli, che, insospettita dalle scontate ma troppo ripetute istruzioni del suo padrone โ€“ giร  podestร  e poi commissario prefettizio โ€“ a votare monarchia perchรฉ tutti i buoni, tutti i proprietari come me votano per il re, alla fine con naturale, elementare logica di classe, riflette e, perplessa, osserva: quindi noi non possiamo votarlo? Noi non siamo proprietari come voi, siamo vostri coloni! Le minacce del padrone (e lโ€™ira del marito) la convinsero che aveva capito bene. E votรฒ repubblica. Gennaro, invece, trova solo โ€œdon Peppeโ€ che, perรฒ, appunto, รจ โ€œfilosofoโ€, รจ scettico persino sulla vittoria locale della repubblicaโ€ฆ ma per assenza di repubblicani!
La felice coniugazione di realistica finzione letteraria e sensibilitร  storico-sociale di Puorto ha dimostrato nel 1966 ciรฒ che, solo piรน tardi, gli storici hanno individuato e documentato: che in tutto il Mezzogiorno pochi, non solo popolani, hanno potuto riflettere come la contadina sannita. Lโ€™autore individuรฒ giร  allora, per via letteraria, le profonde ragioni storico-antropologiche, in apparenza persino deterministiche, della scelta monarchica e del fatuo orgoglio dei tanti Gennaro, diventati persino galoppini elettorali monarchici.
Con quella scelta Gennaro realizza una insolita fattispecie del rapporto feudale signore/servo, rideterminatosi in moltissime realtร  proprio in occasione del voto tra monarchia e repubblica. Fattispecie per lungo tempo rimasta fraintesa e distorta dalle prevalenti passioni o illusioni di partito. Da servo โ€œinutileโ€ al padrone, ma โ€œutileโ€ a sรฉ stesso perchรฉ serve il padrone solo per poter sopravvivere conservando integra, perรฒ, la sua autocoscienza, Gennaro-galoppino si fa โ€œservo utileโ€ alla causa del padrone, strumento della volontร  e del potere degli Artega, quindi โ€œinutileโ€ a sรฉ stesso, perdendo persino la sua autocoscienza di servo. La finzione letteraria di Puorto รจ ancora oggi un contributo originalissimo alla riflessione sul binomio terra e potere che ha segnato profondamente, per secoli, lโ€™arretratezza del Mezzogiorno e di questi territori, sulla difficile democratizzazione socio-politica dellโ€™assetto fondiario e dellโ€™agricoltura, che si realizza privilegiando il lavoro sulla rendita parassitaria. Nonostante lโ€™avvento nazionale della Repubblica, in quegli anni chi lavora la terra continua a non possederla, chi la possiede continua a beneficiarne senza lavorarla. La rendita prevale sul lavoro. I decreti Gullo e la riforma dei patti agrari sono sabotati, la riforma agraria non trova sostegni sufficienti nei partiti dei nuovi governi repubblicani.
Appena dopo il referendum del 2 giugno in un convegno a Caserta svoltosi il 21-22- ottobre del 1946, Emilio Sereni, โ€“ professore insieme a Manlio Rossi Doria alla Facoltร  di Agraria di Portici, sostenitori di unโ€™agricoltura meridionale democratizzata โ€“ raccoglie la domanda che tutti si pongono, e quasi per esorcizzarla si chiede: si รจ avuta la repubblicaโ€ฆ e che cosa abbiamo ottenuto? Gli storici hanno dimostrato che, nel Mezzogiorno, le lotte contadine, spesso improvvisate e spontanee, non hanno potuto produrre un movimento politico organizzato, consapevole delle proprie forze e preparato per raggiungere obiettivi di riforma e di governo, perchรฉ sovrastate dal conservatorismo agrario e politico dei tantissimi Artega. La vittoria nazionale della Repubblica, grazie al โ€œvento del nordโ€, nel Mezzogiorno monarchico non modifica il binomio terra e potere. Che si riafferma ancora in tutto il territorio, dove il voto alla monarchia prevale nettamente. Come valido contributo letterario alla conoscenza storica della vita politico-sociale del territorio, il racconto di Puorto fa emergere la naturalistica quiete-immobilitร  socio-proprietaria e dello spirito pubblico come uno dei possibili caratteri originari della arretratezza storica, studiata sin dagli โ€œanni eroiciโ€ (1741-1746) del riformismo napoletano. Non dissolta allora, quellโ€™arretratezza sarร  aggredita con lโ€™eversione della feudalitร , ma sarร  scossa e dissolta, invece, solo dallโ€™avvento dellโ€™industrialismo, dalla fine del primato della terra, dallโ€™emigrazione, dalla globalizzazione di merci e idee, beni e saperi, per far posto, perรฒ, anche in queste terre, a nuove e piรน pervasive forme di immobilizzazione sociale e massificazione del pensiero: saltando dallโ€™arretratezza alla moderna feudalitร  tecnico-consumistica.
La ripubblicazione del Cavaliere di maggio puรฒ, quindi, stimolare la sensibilitร  civile, a partire dalla vasta area tra Terra di Lavoro, Alifano e Sannio Telesino, grazie alle benemerite associazioni storiche, a realizzare un programma di ricerche, che รจ anche impegno etico-civile, per rintracciare tradizioni di pensiero, esperienze culturali, politiche, religiose promotrici dei fermenti democratici e repubblicani, che Mario Puorto pensรฒ di intravedere nel giovanissimo Benito, impegnato a confortare il padre Gennaro, lโ€™illuso Cavaliere, servo utile, disarcionato dal conservatorismo degli stessi Artega, rimasti eterni padroni, nonostante la vittoria nazionale della Repubblica. Come solo โ€œo filosofoโ€ aveva potuto prevedere.