Nella sala politica del castello, fra affreschi napoletani che raffigurano una festa regale, re, principi, prelati, dame e cavalieri, la famiglia Artega attende in un mattino d’aprile del 1946 la visita di Gennaro de Regis. รˆ povero Gennaro, come poveri erano stati i suoi genitori, i nonni e i bisnonni, e a trentatrรฉ anni ha giร  cinque figli. Da quella sala esce arruolato come galoppino monarchico e insignito del titolo di cavaliere.
Su questa scena si apre Il cavaliere di maggio, racconto che Mario Puorto pubblicรฒ nel 1966 per l’editore Rebellato di Padova e che l’Istituto Storico del Sannio Telesino riporta oggi in libreria (Fioridizucca, 2026), inaugurando il progetto 1946/2026. Dalle macerie alla libertร . Nascita della democrazia nel Sannio e in Terra di Lavoro.
Puorto, caiatino del 1919, combattรฉ in Grecia e dopo l’8 settembre fu a Corinto con i partigiani dell’ELAS; tornรฒ con il tascapane pieno di libri, si diplomรฒ da adulto, scrisse per l’Unitร  e per l’Avanti!, morรฌ a Bergamo nel 1972. Scrisse settanta pagine sul proprio paese; i concittadini, forse, si riconobbero nei personaggi e a Caiazzo il libro fu accolto con freddezza.
La forza del racconto sta nell’esattezza del dettaglio. Gennaro percorre le campagne su una vecchia Balilla di don Fernando con un cartellone sul cofano: chi cambia la via vecchia per la nuova sa quella che lascia e non sa quella che trova. Un proverbio contadino promosso a programma politico. Di notte affigge i manifesti sulle porte dei repubblicani, per dispetto, aiutato dal figlio maggiore. In piazza, nell’aprile del 1946, Chirone il mastro d’ascia rivendica di essere ancora squadrista e i giovani lo riaccompagnano a casa cantando ยซFaccetta neraยป.
L’introduzione di Antonio Gisondi, che ha insegnato Storia della filosofia moderna nell’Universitร  di Salerno, dota il racconto dell’apparato che meritava, a partire da una tipologia dei monarchismi meridionali: quello napoletano, erede del lazzaronismo regale di Ferdinando IV; quello casertano, gratitudine interessata per la nobilitazione borbonica dei luoghi; quello sannita, immobilismo di un’area emarginata; quello caiatino, percezione naturalistica di un ordine fondato sul possesso della terra, che Gisondi condensa in tre parole: ยซDio, re โ€ฆ e gli Artega!ยป.
Segue l’anatomia del ceto politico locale: il comitato di liberazione costituito l’11 settembre 1943, tre giorni dopo l’armistizio, controllato dal deputato Raffaele De Caro, che vi riciclรฒ quadri del regime; il partito liberal-monarchico degli agrari confluito nel Partito liberale rifondato da Croce, con il filosofo estromesso dalla presidenza nel dicembre 1947 a vantaggio dello stesso De Caro, che il mite Bosco Lucarelli, barone sannita giร  vicesegretario di Sturzo e nel 1946 sostenitore pubblico della repubblica, chiamรฒ ยซil nuovo Mussolini del Sannioยป. La formula di Gisondi resta: ยซil postfascismo invece dell’antifascismoยป, un grigio vento del Sud contro il vento del Nord.Alla figura di Gennaro l’introduzione riserva la pagina piรน densa. Il rapporto servile vi appare capovolto: chi serviva per sopravvivere restava servo inutile al padrone e utile a sรฉ, con l’autocoscienza intatta; il galoppino si fa ยซservo utileยป alla causa altrui e inutile a sรฉ, perdendo perfino la coscienza di essere servo. Per via letteraria, nel 1966, Puorto arrivรฒ dove la storiografia sarebbe giunta piรน tardi.
Le urne diedero ragione a don Fernando: a Caiazzo la monarchia raccolse l’81,95 per cento dei voti validi, nella provincia di Caserta l’83,12, in quella di Benevento il 71,78, contro il 45,7 nazionale. Dentro quel Sannio compatto resistono isole repubblicane, Baselice, Foiano e Morcone sopra il sessanta per cento: la minoranza di cui Gisondi chiede la storia.
La sera dello spoglio don Fernando guarda dalla finestra il torrione del suo castello, misura la vecchia classe dirigente giร  presentatasi con l’abito nuovo della democrazia, poi si volta verso l’uomo che ha lavorato per lui due mesi: per adesso non mi servi piรน. Gennaro domanda se sia almeno rimasto cavaliere, riceve un no e trova la forza di rispondere ยซBuonasera, Cavaliereยป. Scende le scale e sul portone si chiede dove andare, perchรฉ non ha il coraggio di affrontare la moglie. Di fronte, sulla soglia delle scuole elementari, il figlio ha visto tutto e piange. Gli va incontro, lo abbraccia e gli promette che capirร  le cose meglio di lui. Il ragazzo si chiama Benito, nome che il ventennio aveva imposto a molte culle, e Gisondi vi riconosce il punto in cui Puorto depositรฒ la speranza. Poco piรน in lร , davanti al monumento ai caduti, le bandiere sventolano nella brezza del tramonto e gli oratori parlano del riscatto della persona umana dalla soggezione economica e sociale. Confuso tra la folla plaudente, Nino il repubblicano piange per la commozione. Sopra la piazza, nella stessa luce, il torrione non si muove di un palmo. In Italia ha vinto la Repubblica; a Caiazzo ha vinto il re, ma i padroni, cosรฌ come la loro dimora, restano al loro posto.