Il saggio Islam a Telesia. Incursioni arabe e saracene nel Sannio longobardo dello storico Emilio Bove, pubblicato da ABE Napoli, toglie il velo da una delle pagine più affascinanti ma meno comprese del Medioevo italiano¹. Al tema di una presenza islamica nell’Italia medievale, l’immaginario collettivo si muove — in modo quasi automatico — alla Sicilia araba, all’Emirato di Palermo o alla colta corte arabo-normanna di Ruggero II². 
Tuttavia, riscoprire la storia delle aree interne del Mezzogiorno continentale, e in particolare della Campania sannita, restituisce una dinamica geopolitica completamente diversa. La dominazione musulmana in queste terre non fu sempre strutturata, istituzionalizzata e duratura nel tempo. Essa ha rivelato la fisionomia di una rete fittissima ma instabile di insediamenti che ha procurato incursioni militari aggressive, postazioni d’altura temporanei e spregiudicate alleanze mercenarie che scossero violentemente le fondamenta dei ducati longobardi. Oggi, più che un tempo vale la pena ricostruire con rigore scientifico la presenza dell’Islam a Telesia — l’antica città di origine romana degna di essere il cuore strategico della Valle Telesina — e nel resto del Sud Italia continentale. 
Tale ricerca storiografica permette non solo di scardinare vecchi miti arcani senza fondamento bibliografico, ma anche di capire meglio l’intrinseca complessità dell’identità culturale del Mezzogiorno, dotando la società contemporanea di strumenti analitici atti ad interpretare i moderni fenomeni sociali del pluralismo religioso -senza cedere a derive o polarizzazioni ideologiche.
Per comprendere i meccanismi che permisero all’elemento islamico di penetrare fino alle valli più recondite dell’Appennino campano, vale la pena esaminare con attenzione la grave crisi istituzionale che colpì il Ducato longobardo di Benevento nella prima metà del IX secolo³. 
Quello che per secoli fu un potentato unito e orgoglioso, vero e proprio baluardo della Longobardia Minor di fronte alle pressioni bizantine e franche, ora si avviava verso una logorante e sanguinosa guerra civile intestina. Il conflitto si concluse formalmente nell’849 con la firma della Divisio Ducatus Beneventani, l’atto ufficiale che sancì la definitiva spartizione dello Stato nei due principati indipendenti e rivali di Benevento e Salerno⁴. In questo scenario di continue frammentazioni politiche, dove ogni signore locale lottava per la propria sopravvivenza e per l’egemonia regionale, l’ideologia e l’appartenenza religiosa passarono in secondo piano rispetto alle regole della realpolitik feudale. 
I prìncipi longobardi, pur affermando — nei loro atti solenni — di essere degli strenui difensori della fede cristiana e protettori delle grandi abbazie, non disponevano di fatto di sufficienti risorse demografiche e militari per prevalere sui rivali del loro stesso sangue. Al cinico pragmatismo, i sovrani cristiani introdussero nello scacchiere campano le temute truppe mercenarie saracene⁵.
Queste ultime non giunsero nel Sannio come un esercito invasore centralizzato agli ordini di un califfo: si trattò, in realtà, di uomini di ventura autonomi e altamente specializzati nelle tecniche della guerra asimmetrica, della guerriglia mobile e dell’assedio scientifico; essi provenivano in gran parte dall’Ifrīqiya — l’odierna Tunisia, all’epoca dominata dalla dinastia degli Aghlabidi — e dai piccoli gruppi di arabo-berberi che stavano progressivamente strappando il controllo della Sicilia all’Impero Bizantino⁶. I prìncipi di Benevento, Salerno e Capua, in cambio dei loro servizi militari sul campo, offrirono a questi capitani di ventura musulmani ingenti somme di denaro, concessioni di terre strategiche e immunità politiche e sociali. Questa difesa strategica si rivelò ben presto un boomerang a sfavore dell’intera aristocrazia longobarda: nel prendere possesso dei territori i comandanti islamici si resero conto dall’interno della debolezza strutturale, dell’indecisione e divisione dei signori cristiani, così smisero presto di obbedire ai loro datori di lavoro; anzi compresero ben presto che il Mezzogiorno continentale era una terra ricca e vulnerabile, priva di una difesa coordinata, e iniziarono ad agire in totale autonomia logistica e politica. Sfruttando con grande intelligenza l’orografia del territorio, i gruppi armati saraceni individuarono nell’idrografia campana le principali vie di penetrazione verso l’interno della regione. Risalendo i corsi dei fiumi Volturno e Calore, le milizie islamiche trovarono nella fertile e protetta Valle Telesina un corridoio strategico ideale per compiere razzie fulminee e stabilire basi operative a ridosso delle vie di comunicazione⁷.
In questo momento storico, l’antica città di Telesia — importante nodo stradale di impianto romano lungo la via Latina e prestigiosa sede di una consolidata diocesi episcopale — divenne uno dei bersagli più duramente colpiti dall’onda d’urto musulmana. 
Le fonti documentarie del tempo, tra cui spiccano il prezioso Chronicon Salernitanum e la narrazione minuziosa del monaco e storico Erchemperto, descrivono con toni drammatici la progressiva stretta dei Saraceni sulle popolazioni del Sannio⁸.
La prima ondata militare che investì in modo violento la Valle Telesina fu guidata tra l’846 e l’847 dal comandante musulmano Massar⁹. Quest’ultimo, dimostrando una chiara conoscenza delle debolezze difensive delle città murate di stampo classico, cinse d’assedio Telesia isolandola completamente da qualsiasi soccorso esterno. Massar intuì che il punto debole dell’insediamento urbano risiedeva nella sua dipendenza idrica dalle sorgenti esterne; ordinò pertanto ai suoi genieri il sabotaggio e il taglio sistematico delle condutture dell’antico acquedotto romano. Rimasta priva d’acqua potabile, logorata dalle malattie e sottoposta a continui assalti alle mura, la città capitolò, subendo saccheggi, devastazioni e la parziale distruzione delle sue architetture civili. Pochi anni più tardi, intorno all’860, una nuova più imponente spedizione militare inflisse il colpo di grazia definitivo alla città¹⁰. 
Questa seconda ondata fu comandata dal potente capo saraceno Seodan — noto nelle cronache latine come Sawdān — figura di spicco della presenza musulmana in Italia e futuro emiro di Bari¹¹. 
Telesia venne letteralmente depredata di ogni suo tesoro artistico e liturgico, le sue strutture difensive furono abbattute per impedirne la rioccupazione, la popolazione superstite venne in gran parte dispersa nelle campagne o catturata per essere venduta nei mercati degli schiavi del Mediterraneo.
L’impatto di queste ripetute incursioni provocò il totale collasso dell’ordine ecclesiastico e civile della Valle Telesina. 
Palerio — vescovo di Telesia —  fu costretto ad abbandonare la cattedrale profanata e a fuggire insieme ai pochi fedeli rimasti verso i più sicuri e impervi contrafforti montuosi dell’Irpinia¹².
La comunità episcopale trovò un rifugio precario ma protetto nel borgo fortificato di San Martino Valle Caudina, dove il presule trasferì le sacre reliquie per sottrarle alla furia distruttrice dei guerrieri islamici. Questo drammatico spopolamento urbano, aggravato da una concomitante serie di violentissimi terremoti che scossero l’Appennino meridionale in quegli stessi decenni, accelerò il declino dell’antica Telesia romana in pianura¹³. Tale vuoto di potere e di popolazione pose le basi urbanistiche per il successivo fenomeno dell’incastellamento medievale, caratterizzato dalla nascita di nuovi nuclei urbani fortificati arroccati sui colli circostanti, più facilmente difendibili in caso di nuove incursioni saracene. Bisogna sottolineare che la tragica vicenda di Telesia non rappresentò un caso isolato o un episodio marginale della storia campana. Essa si inserì in un quadro geopolitico e militare molto più ampio che vide l’Islam protagonista assoluto delle dinamiche storiche dell’intera Italia meridionale continentale per oltre due secoli¹⁴. L’espansione musulmana nel Mezzogiorno di terraferma non assunse mai i connotati di un regno unificato e centralizzato, ma si sviluppò con una fisionomia dinamica ‘a macchia di leopardo’, caratterizzata da esperimenti politici, emirati indipendenti e insediamenti militari di straordinaria audacia strategica. Il caso più celebre e strutturato fu senza dubbio l’Emirato di Bari, fiorito tra l’847 e l’871¹⁵. 
Per quasi un quarto di secolo, la città pugliese si trasformò nella capitale islamica nel cuore dell’Adriatico, dotata di una grande moschea, di un fiorente mercato monetario e di relazioni diplomatiche dirette e riconosciute con il prestigioso Califfato abbaside di Baghdad
Da Bari, emiri energici e spregiudicati come lo stesso Seodan coordinarono spedizioni militari a largo raggio che puntarono verso la Puglia, la Basilicata, l’Abruzzo e le aree interne del Sannio. Parallelamente all’esperienza barese, l’Emirato di Taranto costituì per decenni un altro avamposto navale di cruciale importanza strategica, capace di intercettare le rotte commerciali e militari bizantine nello Jonio e di proiettare l’influenza islamica verso l’interno della Calabria. Altrettanto celebre e temuto fu l’insediamento fortificato sorto alla foce del fiume Garigliano tra l’883 e il 915¹⁶.

Questo vero e proprio ribat islamico, posizionato strategicamente al confine naturale tra la Campania e il Lazio, divenne per oltre trent’anni una spina nel fianco permanente per l’intera Cristianità occidentale. Da questa base protetta e difficilmente accessibile, i Saraceni sferrarono attacchi devastanti che misero a ferro e fuoco i più grandi centri spirituali e culturali dell’epoca, come le celebri abbazie benedettine di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno, spingendosi persino a minacciare i dintorni di Roma e costringendo il Papa a pagare umilianti tributi finanziari in cambio della pace¹⁷.
Questa presenza minacciosa sulla terraferma si fermò solo quando le grandi potenze dell’epoca -l’Impero Bizantino, il Sacro Romano Impero, il Papato e i riottosi ducati longobardi locali- decisero finalmente di superare le proprie divergenze geopolitiche¹⁸. 
Coalizzatisi in una grande lega militare cristiana, i potentati europei si scontrarono con i musulmani nella storica battaglia del Garigliano del 915, sradicando definitivamente l’ultimo grande insediamento saraceno stabile dalla terraferma campana.
Cosa dice oggi alla storia il libro di Emilio Bove? Innanzitutto, lo studio metodico dei fatti toglie il velo da quella tormentata trama di rapporti politici, militari e culturali tra l’Islam e il Sud Italia medievale, partendo dall’osservatorio privilegiato del microcosmo di Telesia — per cui non costituisce una sterile operazione di erudizione storiografica fine a se stessa. Si tratta, invece, di un’azione culturale e pedagogica di straordinaria importanza per la società contemporanea, che segue quattro motivazioni fondamentali. 

In primo luogo, questa ricerca permette di decostruire in modo definitivo la fallace e pericolosa retorica dello ‘Scontro di Civiltà’¹⁹. Il discorso politico attuale e la saggistica divulgativa tendono spesso a semplificare i processi storici, proiettando in modo retroattivo nel Medioevo l’immagine ideologica di un Occidente cristiano compatto o monolitico, perennemente in contrapposizione a un Oriente islamico visto come un blocco omogeneo ed eterno nemico. Le vere vicende del Sannio dimostrano l’esatto contrario: la storia reale è sempre stata governata dalle leggi della necessità e dell’opportunismo politico. 
Il fatto che principi longobardi ‘detti cristianissimi’ abbiano ingaggiato al loro servizio soldati musulmani per distruggere altri cristiani la dice lunga su come le relazioni medievali fossero fluide, basate sulla negoziazione, sullo scambio e sul pragmatismo economico -riducendo al minimo lo spazio per le moderne letture confessionali del passato.
In secondo luogo, riconoscere questi eventi significa valorizzare la pluralità identitaria che caratterizza storicamente il Mezzogiorno d’Italia²⁰. Il Sud della penisola possiede un’identità culturale stratificata, complessa e multilineare. 
Accanto alla fondamentale matrice romano-italica, alla precoce cristianizzazione e alla successiva impronta istituzionale germanica, l’elemento islamico ha rappresentato per secoli un potente fattore di stimolo, di confronto e di scambio commerciale. 
Anche laddove il rapporto si è espresso attraverso la durezza dello scontro bellico o del saccheggio — come nel caso di Telesia — l’interazione costante ha modificato la cultura antropologica, l’agricoltura, la lingua e la stessa geografia degli insediamenti nel territorio. Il Sud Italia non è mai stato una periferia isolata dell’Europa continentale, bensì il vero ‘ombelico del Mediterraneo’, uno spazio culturale in cui civiltà diverse si sono contaminate e fecondate a vicenda per generazioni.
In terzo luogo, la riscoperta di questi avvenimenti favorisce la valorizzazione della memoria collettiva e lo sviluppo del turismo culturale nelle aree interne della Campania²¹. 

Il Sannio e la Valle Telesina sono custodi di un patrimonio archeologico e documentario immenso che rischia di rimanere confinato negli studi specialistici per pochi addetti ai lavori. Divulgare le ricerche sulle incursioni saracene, mappare le antiche vie fluviali di penetrazione e connettere i resti monumentali di Telesia alle grandi dinamiche geopolitiche del bacino mediterraneo significa arricchire l’offerta culturale del territorio. 
Questo approccio scientifico offre nuove opportunità per lo sviluppo di un turismo storico-archeologico ecosostenibile, capace di attrarre visitatori desiderosi di scoprire una Campania interna insolita e strettamente connessa alla grande storia dei tempi.
Infine, trattare questo tema è di fondamentale importanza per educare le nuove generazioni al pluralismo religioso nella società contemporanea²². 
Nel XXI secolo, l’Italia e l’Europa affrontano quotidianamente le complesse sfide sociali, giuridiche e culturali legate all’integrazione (meglio se inclusione) e alla convivenza con le comunità islamiche stabilmente radicate sul territorio. 
Comprendere che l’Islam non costituisce un corpo estraneo piombato improvvisamente in Italia solo negli ultimi decenni a causa dei moderni flussi migratori globali, ma che rappresenta una realtà storica che ha lambito, influenzato, modificato le strutture profonde della penisola fin dal IX secolo, muta radicalmente la prospettiva analitica. Questa consapevolezza storica offre alla comunità civile una solida base culturale, permettendo di affrontare i nodi e i conflitti della moderna società multietnica con rigore scientifico, maturità intellettuale e con una drastica, salutare riduzione dell’emotività nella propaganda ideologica.

Note bibliografiche

  1. E. Bove, Islam a Telesia. Incursioni arabe e saracene nel Sannio longobardo, ed. ABE Napoli, Napoli, 2005, pp. 15-28.
  2. M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, vol. I, ed. Le Monnier, Firenze, 1854, pp. 312-325.
  3. N. Cilento, Italia meridionale longobarda, ed. Ricciardi, Milano-Napoli, 1971, pp. 45-62.
  4. G. Cassandro, La ‘Divisio Ducatus Beneventani’, in Archivio Storico per le Province Napoletane, vol. LXIX, Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, 1949, pp. 23-41.
  5. U. Rizzitano, Storia degli Arabi in Italia, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1966, pp. 78-91.
  6. M. Amari, op. cit., pp. 340-355.
  7. A. Iamalio, Il Sannio storico e geografico, Tipografia Aradia, Benevento, 1913, pp. 89-94.
  8. Erchemperto, Historiola mutationis regni Beneventani, a cura di U. Westerbergh, ed. Almqvist & Wiksell, Stockholm, 1956, pp. 34-45; si veda anche Chronicon Salernitanum, a cura di U. Westerbergh, ed. Almqvist & Wiksell, Stockholm, 1956, pp. 112-118.
  9. E. Bove, op. cit., pp. 54-57.
  10. F. Coletti, Le diocesi della Valle Telesina e le incursioni saracene, ed. Tipografia Pontificia, Benevento, 1982, pp. 104-115.
  11. G. Musca, L’Emirato di Bari (847-871), ed. Dedalo, Bari, 1964, pp. 51-68.
  12. F. Coletti, op. cit., p. 118.
  13. V. Cuozzo, Terremoti e mutamenti demografici nel Sannio altomedievale, ed. Sapiens, Salerno, 1998, pp. 73-86.
  14. F. Gabrieli, Maometto in Italia, in Miscellanea Storica Ligure, Vol. IV, ed. Istituto di Storia Patria, Genova, 1963, pp. 201-215.
  15. G. Musca, op. cit., pp. 115-130.
  16. G. De Blasiis, Le incursioni dei Saraceni nell’Italia meridionale, vol. II, ed. Detken & Rocholl, Napoli, 1874, pp. 142-155.
  17. L. Tosti, Storia della Badia di Montecassino, vol. I, ed. Stabilimento Tipografico Cenniniano, Napoli, 1842, pp. 165-178.
  18. P. Fedele, La battaglia del Garigliano dell’anno 915 e i monumenti che la ricordano, in Archivio della Reale Società Romana di Storia Patria, vol. XXII, Roma, 1899, pp. 181-211; si veda anche O. Vehse, Das Bündnis von 915 gegen die Sarazenen, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken, vol. XIX, ed. Karl W. Hiersemann, Leipzig, 1927, pp. 181-204.
  19. F. Cardini, Europa e Islam: Storia di un malinteso, ed. Laterza, Roma-Bari, 1999, pp. 67-82.
  20. N. Cilento, op. cit., pp. 110-125.
  21. S. Tramontana, Il Mezzogiorno medievale. Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi nei secoli XI-XV, ed. Carocci, Roma, 2000, pp. 41-55.
  22. A. Ventura, Islam in Italia. I nodi storici e la realtà contemporanea, ed. Il Mulino, Bologna, 2001, pp. 19-34.

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Giovanni Giletta

Nasce a Telese Terme nel 1970. Allievo del filosofo Massimo Achille Bonfantini, si laurea in Semiotica e Filosofia del Linguaggio presso l'Università degli Studi l'Orientale di Napoli. Ha poi conseguito la Scuola di Specializzazione post laurea in Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione presso il Consorzio For.Com. La Sapienza. Dedica le sue ricerche allo studio della filosofia e della psicologia dell'inconscio. Ha pubblicato "Cento petali e una rosa" (Natan, 2016), "Filosofia hegeliana e religione. Osservazioni su Sebastiano Maturi" (Natan, 2017) e "Nel gioco di un'incerta reciprocità: Gregory Bateson e la teoria del doppio legame" (Ed. del Faro, 2020).