Lโ€™epidemia di peste del 1656-1657 colpรฌ in particolar modo il Regno di Napoli provocando per alcuni studiosi la morte di 900mila persone su una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, mentre per altri con oltre 600mila vittime su circa 3 milioni di abitanti. Nonostante le autoritร  fossero al corrente del morbo presente giร  da diversi anni in Catalogna (dal 1650) e Sardegna (dal 1652), tardarono a chiudere i contatti per via mare con grave sottovalutazione del pericolo.

E fatale, infatti, si rivelรฒ lโ€™attracco nel porto di Napoli, capitale del Regno, di un bastimento da guerra con a bordo soldati spagnoli appestati provenienti dalla Sardegna e quando in cittร  nel gennaio del 1656 si registrarono nei quartieri poveri ed affollati i primi isolati episodi di peste, i governanti tennero la notizia segreta per tutto il tempo che fu possibile. Inoltre da gennaio alla seconda decade di maggio lโ€™enorme esodo da Napoli, in assenza di un divieto legislativo, di almeno un terzo dei suoi abitanti (circa 350mila vivevano in cittร  ed altri 100mila nei suoi Casali), contribuรฌ a diffondere la peste in tutte le dodici province del Regno anche se con livelli di contagio differenti. Al termine dellโ€™epidemia nella sola cittร  di Napoli si conteranno circa 150mila vittime. I sintomi pestilenziali erano solitamente mal di testa, delirio, vomito, febbre alta, sete inesorabile, ghiandole ingrossate, bubboni inguinali e sotto le ascelle, pustole alle cosce. In assenza di un qualsiasi rimedio efficace sia medico (salassi, incisione dei bubboni, fumigazioni, ecc.) che religioso (processioni, culti di immagini, ex voto ai santi guaritori, ecc.), le persone con gravi sintomatologie di contagio avevano pochi giorni di vita. Per quanto riguarda la Campania le terre maggiormente afflitte dal morbo furono oltre Napoli e Casali, la valle del Sarno, Salerno e dintorni, la regione dei Monti Picentini e lโ€™Appennino Sannita, tanto che in molte Universitร  la popolazione si dimezzรฒ.

Ed รจ quello che accadde per il borgo medioevale della Cerreto antica, capoluogo di contea dei Carafa di Maddaloni, che risulta nellโ€™elenco dei centri maggiormente colpiti dal contagio nel biennio 1656-1657 dellโ€™intero Mezzogiorno dโ€™Italia (nei dintorni altre cittadine furono Benevento con allโ€™incirca 13990 deceduti su 19680 abitanti, Maddaloni, Piedimonte dโ€™Alife, Avellino, Teano, Aversa, Sessa Aurunca). Infatti se la Cerreto ante Contagium contava una popolazione di octo mille animae et ultra, in seguito attingit medietatem e cioรจ ยซraggiunge la metร ยป.
La pestilenza entrรฒ nel borgo cintato di mura e nei suoi sobborghi contigui extra moenia di Raino e del Capo da Fora abbastanza tardi nel mese di ottobre del 1656 causando, perรฒ, subito strage della popolazione. Invece nella vicina San Lorenzello il morbo stava giร  mietendo vittime a partire dal 4 giugno del 1656 (per il suo periodo di incubazione tra i 2 e i 12 giorni verosimilmente circolava in paese dal mese di maggio) dando a questo casale feudale anche il triste primato come prima parrocchia della Diocesi Telesina ad essere colpita.
Ed anche qui, come a Cerreto, si verificรฒ il dimezzamento della popolazione che ante-peste ascendeva pressappoco a millecinquecento anime.
Cosรฌ a Cerreto nel Libro dei Morti della Collegiata di San Martino dal mese di novembre del 1656 non verranno piรน registrati defunti, mentre nel Libro dei Battezzati, dopo la dicitura ยซTempore Pestis 1656 Morbus Contagiosaยป, si ricominceranno a trascrivere i battesimi dallโ€™aprile del 1657. Quindi dopo diversi mesi funesti la fase epidemica cominciรฒ a declinare spontaneamente non prima di aver portato alla morte ogni genere di persone, ma in particolare i soggetti piรน deboli maggiormente a rischio come i bambini, le donne incinte e gli anziani. Per la popolazione credente, invece, un evento miracoloso era venuto in soccorso della comunitร  scongiurando che lโ€™ecatombe giร  in atto assumesse proporzioni ancora maggiori, cosรฌ come riportato da Serafino Montorio dei Padri Predicatori nello Zodiaco di Maria pubblicato a Napoli nel 1715:

Era nulladimeno la Chiesa assai angusta, e vi si adorava una statua della Vergine scolpita in legno colorito, ed il suo titolo era Santa Maria della Libera. Durรฒ questo culto fino allโ€™anno 1656, quando dilatatosi per tutto il regno il male epidemico, attaccossi anche Cerreto. Intimoriti i Cerretani in vedere tanti portati al sepolcro in pochi giorni, come devotissimi di quellโ€™antica Effigie, per averla piรน da vicino la portarono alla chiesa delle monache di S. Chiara, dove incessanti suppliche livossero a ciรฒ che il Signore, mediante la intercessione della Santissima Madre, placando il suo sdegno, liberasse quel popolo dal pestifero male. Non furono vane le loro suppliche, perchรฉ dopo alcune settimane cessรฒ il contagio; onde quei cittadini memori di tanto beneficio e grati alla loro sovrana Benefattrice, le donarono tantโ€™oro, argento, denaro ed animali che, cavandone la somma di settemila e piรน scudi, con essa demolita lโ€™antica, edificarono la nuova chiesa, cosรฌ magnifica e riguardevole, che degnamente dirsi unica in questi paesi.

Cerreto Sannita. Chiesa della Madonna della Libera

Per quanto concerne la collocazione delle vittime di peste si puรฒ presumere inizialmente, quando i numeri erano ancora contenuti, una loro sepoltura esterna nei terreni adiacenti le maggiori chiese del borgo (San Martino, Santโ€™Antonio, Santa Maria di Costantinopoli, Santissima Trinitร  (Cattedrale reggente) con annesso lโ€™Ospedale di San Leonardo che costituito da un paio di cameroni era custodito da un hospitalario e dove vi esercitavano un medico ed un barbiere cirurgo e sanguettaro, mentre la cura spirituale era affidata ai Padri Cappuccini del Convento di Santa Maria della Gratia. Lโ€™Ospedale per la sua funzione di assistenza ai poveri e di cura agli ammalati, oltre allโ€™ottimale ubicazione fuori le mura proprio allโ€™inizio del sobborgo del Capo da Fora, probabilmente venne scelto dallโ€™Universitร  come sede naturale di un lazzaretto). In tali limitate fosse comuni i cadaveri, le cui esalazioni mantenevano un insopportabile e pericoloso fetore, prima di essere ricoperti bene di terra, venivano cosparsi di calce viva dalle proprietร  disinfettanti oppure in mancanza di questa di cenere. Poi colmati questi spazi, quando i morti cominciarono ad aggirarsi sullโ€™ordine delle migliaia di unitร , si scavarono grandi fosse comuni lontane dal centro abitato. Al riguardo fra le genti della localitร  Cerquelle/Ciarleglio e contrada Montrino, da generazioni si รจ tramandata oralmente lโ€™indicazione che in loco sulle pendici del versante torrentizio di un โ€œtoppoโ€ boschivo chiamato โ€œDente dellโ€™Orsoโ€, una delle tre antiche radure presenti denominata โ€œPiana del Camposantoโ€ (le altre due sono la Piana di San Tommaso e la Piana della Corticella, rispettivamente di maggiore e minore estensione), sarebbe proprio lo spiazzo scelto per le sepolture dei morti di peste di metร  seicento. Dโ€™altronde la posizione geografica di tale luogo garantiva la preservazione della salubritร  delle falde acquifere in quanto si trovava distante dalle sorgenti di Pantano, Chiolli di Cristo e Montrino, le cui acque ยซincanalate in โ€œformaliโ€ di fabbrica coperti da lastroni di pietra, qualche volta anche in tubi di creta โ€ฆ alimentavano le fontane pubbliche (fons in capite foris, fons plateae Cerriti, fons in planitiis turris, fons Turgidi prope hortum Domini), le gualchiere ed i mulini di proprietร  del conteยป.

Possiamo dunque immaginare allโ€™epoca degli eventi i beccamorti, preannunciati dal suono di un campanello, girare per una desolata Cerreto con un carro tirato da buoi a recuperare i cadaveri maleodoranti degli appestati raccolti in alcune chiese ed Ospedale di San Leonardo, ma anche quelli abbandonati in mezzo alla strada. Quindi con i corpi ammucchiati sul carro uscire fuori le mura del borgo da Porta Santโ€™Antonio (a nord-est nella parte alta) e svoltando subito allโ€™altezza della chiesina campestre di Santa Maria del Soccorso, avviarsi lentamente per la via pastorale che portava fino al โ€œtratturelloโ€ nelle zone Cerro e Cese nei pressi della Leonessa. Cosรฌ pressappoco a metร  strada, appena attraversato il torrente Selvatico che confluisce a valle nel maggiore Cappuccini allora detto Vagno, scaricare dal carro i cadaveri per sistemarli piegati sul ventre uno o due per volta sulla groppa dei muli. Con questo carico di sventurati avviarsi lungo un sentiero costeggiante poco al di sopra il torrente, per arrivare quasi subito alla pianeggiante largura di sepoltura dalle discrete dimensioni avente unโ€™estremitร  lambita dal Selvatico mentre lโ€™altra addossata ad una rupe. A tale increscioso ufficio di sepoltura nulla toglie che dalle autoritร  cittadine fossero costretti ad eseguirlo anche gli stessi familiari cui apparteneva il morto. Essendo questo cimitero dei pestiferati posto in localitร  isolata e abbastanza lontana dal centro abitato, รจ plausibile che i cadaveri, anche in mancanza della disinfettante calce viva o di cenere, venissero interrati sistemati in diversi strati con poca terra sopra quasi fino alla sommitร  del suolo. Frontalmente sullโ€™altra sponda del torrente a filo dโ€™acqua si trova una grossa โ€œmorgiaโ€, mentre pochissimo piรน giรน una grande briglia oltre la quale, continuando a scendere incontrandone altre, si giunge allโ€™incantevole scenario lussureggiante della cascatella naturale su parete rocciosa chiamata scherzosamente โ€œPiscio di Cola Conteโ€ che alimenta con le sue acque una gora detta โ€œGorgo di Cola Conteโ€. Concludendo non รจ da escludere lโ€™eventualitร  che per la considerevole quantitร  di cadaveri da seppellire, siano stati occupati con fosse comuni anche altri appezzamenti di terreno demaniali del territorio feudale.

Negli anni appena successivi la peste nefaste furono pure le conseguenze in campo economico con lโ€™impoverimento dei cittadini sopravvissuti al contagio. Infatti si ebbe una stagnazione nel commercio, specie di quello dei tessuti a causa dellโ€™attivitร  ridotta nella filiera connessa allโ€™industria dei pannilana, mentre la Chiesa e le Congreghe si videro diminuire drasticamente le cospicue entrate legate sia allโ€™affitto di case restate oramai vuote per scarsezza di abitatori che alla vendita dei frutti di terreni rimasti in parte incolti per mancanza di coloni.



Giuseppe De Nicola

Cultore di storia locale e delle tradizioni del suo paese. Autore del saggio โ€œNotizie storiche ed urbanistiche di Cerreto anticaโ€ in cui ha ricostruito lโ€™antico borgo distrutto dal terremoto del 1688.