Lโ€™Abbazia benedettina del Santo Salvatore ospita un Antiquarium dove sono esposte alcune lapidi dell’antica cittร  romana di Telesia. Tra queste, una in particolare รจ particolarmente interessante perchรฉ ci consente di conoscere alcuni aspetti della vita politica e sociale della cittร . Si tratta di un frammento di iscrizione risalente alla seconda metร  del I sec. a.C. che purtroppo ci รจ giunto monco.

Lโ€™iscrizione riportata dal Mommsen

Per fortuna il Mommsen, durante il suo soggiorno-studio a Telesia, ebbe lโ€™opportunitร  di visionare la lapide nella sua interezza. Allโ€™epoca essa era custodita in Ortis Pacellianis (cioรจ nei giardini della famiglia Pacelli, in via Villa) e ne descrisse il contenuto nel suo Corpus Inscriptionum Latinarum pubblicato nel 1888. Giร  allora perรฒ lโ€™iscrizione era frantumata in tre parti, oggi invece ne rimane solo la parte sinistra. La traduzione letterale รจ la seguente:

A Lucio Manlio Rufo morto a 77 anni. Nominato Seviro, organizzรฒ a proprie spese un banchetto per i coloni telesini, per i loro figli e per tutti gli abitanti della cittร , uno spettacolo teatrale e un banchetto con vino e crostini. Per i suoi meriti, coloni e abitanti raccolsero una somma per realizzare un suo ritratto in clipeo per onorarlo. Questo monumento sepolcrale non รจ trasmesso allโ€™erede

Lapide di Telesia

Chi era Manlio Rufo?

Apprendiamo cosรฌ che in occasione della sua morte, i cittadini di Telesia dedicarono a Lucio Manlio Rufo, un imponente monumento sepolcrale.
Ma chi era questo personaggio? Purtroppo non ne sappiamo molto.
La famiglia Rufo, insieme a quella di Ponzio, Minucio ed Ennio, รจ ampiamente citata tra le piรน importanti famiglie telesine. Si tratta quindi di una famiglia del luogo e il personaggio, per essere il destinatario di unโ€™iscrizione, dovette essere sicuramente un benefattore, una persona di notevole popolaritร  o qualcuno particolarmente influente nella societร  telesina. La lapide descritta dal Mommsen ci svela qualche altro particolare in piรน: Lucio Manlio Rufo era un liberto, cioรจ un ex servo che aveva avuto la possibilitร  di riscattare il suo stato di schiavitรน. Nella societร  romana, infatti, oltre allโ€™aristocrazia e agli uomini liberi, cโ€™era unโ€™ulteriore categoria, quella dei liberti, schiavi emancipati che riuscivano a liberarsi dalla loro condizione di inferioritร . Succedeva agli schiavi dotati di particolari attitudini capaci di gestire i beni dei loro proprietari con particolare profitto. Essi finivano cosรฌ per arricchirsi grazie ad una percentuale sugli affari o a regalie fatte dal proprio padrone.
In questi casi il padrone li liberava dallโ€™originario stato di schiavitรน in segno di gratitudine o, piรน frequentemente, in cambio di una consistente cifra in denaro. Per riconoscenza il liberto conservava il cognome del padrone che lo aveva liberato. รˆ probabile dunque che Rufo non fosse il cognome originale di questo personaggio ma che lo avesse acquisito a seguito dellโ€™emancipazione sociale.
In ogni caso il Lucio Manlio Rufo in questione, doveva essere stato certamente un personaggio intraprendente, capace di farsi apprezzare nella vita cittadina per le sue doti e per le sue qualitร . Si spiega cosรฌ il motivo per cui i suoi concittadini lo elessero Seviro, un titolo che nella societร  romana aveva prevalentemente un valore onorifico ma con un forte significato convenzionale poichรฉ testimoniava la sua ascesa sociale e gli consentiva di entrare in societร .

Seviri augustales

I liberti non divenivano mai cittadini a pieno titolo. A loro erano interdette cariche politiche ordinarie; potevano perรฒ aspirare alla nomina di Seviro, una carica prevalentemente simbolica ma che soddisfaceva lโ€™ambizione di un riconoscimento sociale. I Seviri erano adibiti al culto dellโ€™Imperatore (Seviri Augustales) ed entravano a far parte della vita sociale, avendo il privilegio di poter presenziare a pubbliche iniziative e cerimonie. Per la veritร , proprio in queste occasioni essi venivano frequentemente dileggiati e trattati come dei parvenu in quanto la loro condotta spesso non appariva consona allo status che avevano appena acquisito. Il motivo รจ facilmente comprensibile: costoro, partendo da unโ€™umile condizione sociale, non conoscevano le regole delle buone maniere ed avevano atteggiamenti poco eleganti, talvolta sopra le righe, comportamenti tipici degli zoticoni arricchiti. Pare che questa condizione abbia dato origine ad un attributo che ancora oggi viene definito libertino.

Il sontuoso banchetto

Nel caso di Lucio Manlio Rufo, la nomina a Seviro cittadino deve averlo sicuramente gratificato oltre ogni aspettativa tantโ€™รจ vero che, per esprimere la sua profonda riconoscenza, decise di organizzare un grande evento di ringraziamento. Un festino, di quelli indimenticabili e strabilianti. Non cโ€™รจ dubbio che egli avesse a disposizione una notevole quantitร  di denaro poichรฉ per celebrare lโ€™ambito riconoscimento non badรฒ a spese. Lโ€™iscrizione specifica che per lโ€™occasione fu invitata lโ€™intera cittadinanza: tutti gli abitanti (coloni), i loro figli e finanche gli stranieri presenti in cittร  anche senza cittadinanza (incolis). Tutti poterono assistere ad un magnifico spettacolo teatrale (ludos scaenicos) che si concluse con un ricco e sontuoso banchetto (epulum). Per lโ€™abbondanza delle libagioni, la cerimonia risultรฒ memorabile negli anni a venire per cui i suoi conterranei, in occasione della morte dellโ€™illustre concittadino avvenuta allโ€™etร  di 77 anni, raccolsero con una pubblica colletta i fondi necessari per realizzare un ritratto in marmo del benefattore inserito allโ€™interno di una cornice circolare (clipeum). Il mausoleo venne esposto in una pubblica piazza della cittร .

Vino bianco o rosso?

Lโ€™iscrizione ritrovata dal Mommsen ci dร  indicazioni riguardanti anche il menรน offerto durante il memorabile banchetto. Esso era costituito da mulsum e crustulum.
Il mulsum era una bevanda a base di vino, particolarmente apprezzata dai romani. Per la sua realizzazione veniva usato indifferentemente il vino bianco (vinum candidum) o rosso, che i romani chiamavano nero (vinum atrum). Nella Campania felix il vitigno piรน celebre e piรน apprezzato era il Falerno, una sorta di Brunello di Montalcino dei nostri tempi, anche se non aveva nulla a che vedere col vino di oggi.
Nellโ€™antichitร  i rudimentali processi di vinificazione non consentivano di bere vino in purezza. Aspro e grossolano, di bassa gradazione alcoolica inacidiva facilmente (acetum) e lasciava nelle coppe una notevole quantitร  di feccia. Esso era destinato agli schiavi. Per renderlo piรน gradevole al palato, i romani ovviavano a questi inconvenienti preparando il mulsum, ovvero una bevanda liquorosa resa gradevole dalla mescolanza con delle spezie aromatiche. La sua ricetta piรน comune prevedeva lโ€™utilizzo in un litro di vino di quattro cucchiai di miele e di un cucchiaino di pepe macinato. Ma non mancavano alternative particolarmente bizzarre.

Il crustulum della cucina romana

La cronaca vuole che i liberti, piรน di tutti, si lasciassero tentare dai piaceri della buona tavola e per tale motivo erano frequente oggetto di satira. Nella letteratura antica si ritrovano numerosi esempi di cui il piรน famoso รจ quello di Petronio che nel suo Satyricon narra le vicende di Trimalcione, uliberto arricchito, dedito in maniera smodata alla crapula e allโ€™ebbrezza alcoolica.
Il crustulum romano, che serviva per accompagnare il vino, appare di piรน difficile descrizione. Esso viene genericamente tradotto con il vocabolo italiano di biscotto. Tuttavia tale definizione non gli rende merito. Il termine biscotto appare piรน appropriato ad indicare il buccellatum, un dolce di orzo o frumento cosรฌ definito perchรจ veniva โ€œsbocconcellatoโ€ cioรจ ridotto a bocconi. Spesso il suo impasto era farcito con fichi secchi, mandorle tritate o zucca e, per conservarlo piรน a lungo, veniva cotto due volte (bis-cotto).
Piรน correttamente, invece, il crustulum preparato dai maestri pasticcieri romani (pistores dulciarii) sarebbe un pasticcino simile ad una mini-frittella, paragonabile a quella che oggi, in gergo anglo-sassone, viene definita plumcake. A questo punto รจ opportuno fare alcune considerazioni sulla pasticceria realizzata nel periodo romano. Essa aveva poco e niente di dolce ed era di gran lunga diversa da come noi oggi la intendiamo.
Nellโ€™antica Roma non cโ€™era lo zucchero, che abitualmente veniva sostituito nelle ricette dal miele. Non cโ€™era nemmeno la vaniglia e, di conseguenza, neanche la vanillina. La cannella (cinnamomo), pur essendo una spezia conosciuta fin dallโ€™antichitร , veniva usata prevalentemente per le imbalsamazioni e non trovava alcun utilizzo in gastronomia. Il burro era considerato di infimo impiego, poco gradito e usato prevalentemente dai โ€œbarbariโ€, mentre i romani preferivano lโ€™olio. La cioccolata era sconosciuta, cosรฌ come la fecola di patate, comparsa in Europa dopo la scoperta dellโ€™America.
Abitualmente il crustulum veniva fritto nellโ€™olio bollente per cui, piรน che assimilarlo ad un moderno biscotto, appare piรน verosimile il paragone con i crostini e le frittelle di oggi. Un testo della cucina francese risalente al primo Medioevo definisce i crostini di tradizione romana con il termine crout dorรฉe (dorati e fritti), realizzati talvolta con pane integrale, raffermo e indurito, immerso nellโ€™olio. Una volta fritte e bene asciugate dallโ€™olio residuo, le frittelle dorate venivano cosparse di miele e consumate calde.
Il famoso dizionario latino/italiano Calonghi-Badellino, riporta il termine crustum indicando con esso il pane ricoperto da una crosta dolce (ciambella). รˆ infine documentato come questa gustosa pietanza fosse di esclusiva pertinenza delle nostre zone e che lโ€™abbinamento con il mulsum fosse tipica del nostro territorio.
Studi sulle antiche tradizioni gastronomiche di epoca romana, infatti, ritengono la distribuzione di crustulum e mulsum una prerogativa dei banchetti dei municipi dellโ€™Italia centrale in etร  imperiale.
Col passar del tempo la ricetta originale si รจ arricchita con lโ€™aggiunta di nuovi ingredienti (uova) per cui lโ€™impasto, fritto in un recipiente con abbondante olio dโ€™oliva, ha assunto le caratteristiche dello struppolo, elemento tradizionale della cucina di San Salvatore.

Immagini dello struppolo

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Bibliografia:  
M. Gavio Apicio, De Re Coquinaria
T. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum.



Emilio Bove

Medico e scrittore. Ha allโ€™attivo numerose pubblicazioni tra cui una Vita di San Leucio, dal titolo ยซIl lungo viaggio del beato Leucioยป, edita nel 2000. Ha pubblicato nel 1990 ยซSan Salvatore Telesino: da Casale a Comuneยป in cui ripercorre lโ€™evoluzione del suo paese dalla nascita fino alla istituzione del Comune. Ha scritto il romanzo-storico ยซLโ€™Ultima notte di Bedรฒยป, vincitore del Premio Nazionale Olmo 2009: la storia di un eccidio nazista perpetrato nellโ€™ottobre 1943. Nel 2014 ha scritto la storia della Parrocchiale di Santa Maria Assunta con la cronotassi dei parroci. รˆ autore di un saggio sulla storia della depressione: ยซIl potere misterioso della bile nera, breve storia della depressione da Ippocrate a Charlie Brownยป. Ha partecipato al volume "Dieci Medici Raccontano", vincitore del Premio Letterario Lucio Rufolo 2019. Nel 2021 ha pubblicato ยซPolitica e affari nell'Italia del Risorgimento. Lo scontro in Valle telesina. Personaggi e vicende (1860-1882)ยป e nel 2024 i saggi ยซFu la peste: maghi, ciarlatani, taumaturghi, guaritori. Epidemie in Italia e nel Sannioยป e ยซIslam a Telesia, le incursioni arabe e saracene nel Sannio longobardoยป editi da ABE Napoli. Collabora con diverse riviste di storia. Presidente dellโ€™Istituto Storico Sannio Telesino รจ Direttore Editoriale della Casa editrice Fioridizucca.