Il 13 dicembre 1250 moriva, nel castello di Fiorentino in Puglia, l’imperatore Federico II di Svevia. L’erede designato dell’Impero, del Regno di Sicilia e di Gerusalemme fu il figlio Corrado IV. A Manfredi, figlio naturale, avuto dalla nobile piemontese Bianca Lancia, spettò la reggenza in Italia e Sicilia. Manfredi molto simile al padre: poeta, amante delle lettere e della musica ma anche valoroso cavaliere, per adempiere al mandato paterno di conservare il regno al fratello Corrado, cercò in tutti i modi di far fronte alla difficile situazione venutasi a creare nell’Italia meridionale alla morte di Federico. Tanto zelo fece sorgere il sospetto che la pacificazione del regno, fatta in nome di Corrado, dovesse servire alla sua aspirazione alla corona. Questo sospetto sembrò venir meno quando Corrado, raccolto un piccolo esercito, arrivò in Italia e nel gennaio del 1252 sbarcò a Siponto. Appena giunto volle da subito il fratello al suo fianco per dimostrare a tutti la piena approvazione e gratitudine per l’opera da lui svolta. Tuttavia, questo suo atteggiamento cambiò repentinamente e, infatti, Manfredi venne privato di tutti i suoi poteri, ma, nonostante ciò, accettò la nuova situazione senza ribellarsi.
Il 21 maggio 1254 Corrado morì a Lavello lasciando come suo unico erede, in Germania, il figlio Corradino di appena due anni. Sparsasi, successivamente, la falsa notizia della morte di Corradino, Manfredi, nonostante la scomunica del papa, il 10 agosto 1258, nel duomo di Palermo, si faceva proclamare re, diventando da subito il riferimento di tutte le forze ghibelline in Italia, sostenendo tutte le città del nord e centro contrarie al partito guelfo. Cercò di allargare il raggio delle alleanze anche al di fuori dei confini dell’Italia con il matrimonio della giovane figlia, Costanza, con Pietro III d’Aragona e sposando egli stesso la figlia del re dell’Epiro, Elena.
La sorte di Manfredi fu segnata quando, alla morte di Urbano IV, ascese al soglio pontificio Clemente IV. Già precedentemente Urbano IV aveva stretto un accordo con Carlo d’Angiò, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX, che prevedeva l’investitura del francese al regno di Sicilia. Clemente IV confermò tale accordo invitando Carlo d’Angiò a venire in Italia per cacciare Manfredi.
Carlo accettò l’invito e, via mare, con un piccolo seguito giunse a Roma dove, il 28 giugno 1265, quattro cardinali gli consegnarono l’atto d’investitura e lo proclamarono re di Sicilia. 
Nel novembre 1265 l’esercito angioino si mosse dalla Provenza e attraversate le Alpi, entrò in Italia. Dopo qualche debole resistenza nel nord della penisola si diresse verso Roma. Lungo il percorso venne ingrossato da contingenti guelfi invogliati dal papa, il quale inneggiava alla crociata contro Manfredi.    

Il percorso verso Benevento

Il 20 gennaio 1266, dopo aver ricevuto l’incoronazione (6 gennaio), Carlo alla testa dell’esercito partì da Roma e, attraverso l’antica via Latina, si diresse verso il Liri che segnava il confine tra il Regno della Chiesa e il Regno di Sicilia. Il passaggio del fiume era difeso dalle fortezze di Ceprano e San Germano (Cassino). La prima, presidiata da ingenti forze al comando del conte di Caserta, Riccardo d’Aquino, cognato di Manfredi per averne sposato la sorella Violante, non oppose nessuna resistenza e come narra un cronista al seguito dell’esercito francese “il ponte fu trovato sgombro”.1La facilità con cui i francesi presero la fortezza di Ceprano è alquanto strana ed inesplicabile. Si è sempre sospettato di un tradimento del conte di Caserta, il sospetto è avvalorato dal fatto che Carlo, subito dopo la vittoria, chiamò Riccardo suo fedele amico e successivamente lo stesso fu ammesso alla corte angioina conservando il suo titolo e i suoi feudi. Morto Riccardo nel 1267 gli successe il figlio Corrado che essendo di minore età fu affidato alla tutela della nonna paterna di nome Siffredina o Manfredina. Con la discesa in Italia di Corradino di Svevia il giovane conte con l’accordo della nonna parteggio subito per lo Svevo venendo nominato capitano generale di Terra di Lavoro facendo ribellare parecchie città che aderirono alla causa di Corradino. Dopo la sconfitta di Tagliacozzo fu privato dei suoi titoli e feudi e rinchiuso prima nel Castello di Canosa e poi, dopo nove anni, nel 1277, nelle prigioni del Castello del Monte dove erano tenuti prigionieri anche i cugini, figli di Manfredi. Fu liberato solo nel 1304, dopo trentasei anni di dura prigionia, morendo tre anni dopo nel 1307.
La fortezza di San Germano, comandata dal conte Giordano d’Anglano, fedelissimo di Manfredi, oppose una strenua resistenza ma essendo presidiata da forze notevolmente inferiori, fu sopraffatta.2Giordano d’Anglano, rimasto fedele a Manfredi, fu fatto prigioniero e trasferito in Provenza dove l’anno successivo venne giustiziato dopo un tentativo di fuga.
Manfredi, che aveva attestato il grosso dell’esercito presso Capua, visto cadere questi due capisaldi, per evitare un possibile aggiramento, decise di ripiegare su Benevento, facilmente raggiungibile dalla Puglia e dall’Abruzzo da dove attendeva aiuti dai baroni rimastigli fedeli.
Nel frattempo, a seguito di questi avvenimenti, ben 32 castelli si arresero agli Angioini, facilitando la marcia dell’esercito francese. Il percorso seguito da Carlo d’Angiò nella sua marcia verso Benevento è descritto da alcuni documenti dell’epoca.
Il primo è una lettera scritta da Ugo del Balzo, un nobile provenzale al seguito di Carlo d’Angiò, con la quale fa partecipe i nobili d’Angiò e di Tours, dei particolari della battaglia e della vittoria riportata contro Manfredi. Egli racconta che Carlo d’Angiò, espugnato San Germano, parti di lì il lunedì 22 febbraio del 1266, e dopo aver preso le città di Alife e di Telese, il giovedì 25, festa di San Matteo Apostolo, si accampò in un bosco distante quindici miglia da Benevento “…die Iovis post festum Matthiae Apostoli, castramentatus est in quadam selva prope Beneventum ad quindecim milliaria…”.3Minieri-RicciAlcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino, Napoli ,1850, pag. 71.
Tale affermazione è ulteriormente avvalorata da una lettera che lo stesso Carlo d’Angiò inviò al papa Clemente IV la sera stessa della battaglia per comunicargli la vittoria riportata contro Manfredi. Con la lettera comunica che saputo che il nemico, con il resto delle forze che erano riuscite a scampare da S. Germano, attraverso Terra di Lavoro, si era diretto a Benevento, aveva deciso di condurvi anche il suo esercito attraverso il territorio di Alife e Telese. Continua definendo, il percorso seguito come aspro e difficile “Accepi quod idem hostis, cum suarum reliquis virium, que de Sancto Germano per fugam evaserant, profugus per Terram Laboris, se transulit Beneventum. Ego autem, meas continuando dietas, per Aliphanos et Telesinos campos contra ipsum hostes duxi… desiderio perveniendi citius Beneventum, meum, meorumque animos stimulante, ac viarum et passuum multorum difficultatibus, et asperitatibus quales vix transveramus, antea superatis, ad quendam montem perveni…”.4Minieri-RicciAlcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino, Napoli ,1850, pag. 73.
Oltre a questi due importanti documenti, nell’Archivio Segreto Vaticano, se ne conserva un altro, datato al 1272, che registra un processo voluto e svolto dalla curia romana per appurare i confini tra il territorio pontificio (di Benevento) e l’ex regno normanno-svevo. Il documento oltre a descrivere i confini dello Stato Pontificio dà anche l’idea delle località attraversate dall’esercito angioino in marcia verso Benevento “… et directe territorium beneventanum descendit usque ad vallonem, qui dicitur de Rubenta; et directe descendit per ipsum vallonem usque ad pontem qui dicitur de Larobente; deinde revolvendo ascendit ad startiam que dicitur startia sancti Andree, que est coniuncta casali Turris Palatii; deinde descendit per viam parvulam usque ad Pontem Fenuculi, qui est supra fluviam Caloris…”.5L. MaioLa battaglia di re Manfredi e la fine del dominio svevo sul territorio beneventano. In Rivista Storica del Sannio n. 2, 1995, pagg. 4-28.
Dai documenti citati si desume chiaramente che l’esercito francese segui il diverticolo della via Latina che attraverso la Valle Telesina e Ponte, dopo aver oltrepassato il ponte sul torrente Reventa, portava a Benevento.
Dalla lettera di Ugo del Balzo si apprende, inoltre, che la notte prima della battaglia l’esercito francese si accampò in un bosco distante quindici miglia da Benevento. 
Il luogo è da identificarsi, molto verosimilmente la zona intorno al castello di Limata. Infatti, se si tiene conto che 15 miglia equivalevano a 22 chilometri si deduce che il luogo non può essere altro. Inoltre, come si apprende dalla citata lettera di Ugo del Balzo l’esercito angioino, partito all’alba (di venerdì 26 febbraio 1266) pervenne su di un colle di fronte a Benevento, da dove si vedeva una bellissima pianura con l’esercito di Manfredi schierato, a mezzogiorno.
Tenendo conto che il 26 febbraio albeggia intorno alle sei, è presumibile che l’esercito angioino per percorrere le circa 15 miglia abbia impiegato tra le 5/7 ore e quindi sia arrivato in vista dell’esercito svevo nella tarda mattinato o al massimo nel primo pomeriggio. Carlo d’Angiò attraversato il territorio del castello di Ponte S. Anastasia e oltrepassato il ponte sul torrente Reventa si portò, come dice il manoscritto vaticano, presso l’antica Starza di S. Andrea prossima a Torrepalazzo. 

Monumento a Manfredi di Svevia. La lastra d bronzo, realizzata dallo scultore Bruno Mistrangelo, rappresenta l’immaginario incontro, in Purgatorio, tra Dante e Manfredi.

Il luogo della battaglia

Presumibilmente nei pressi dell’attuale località Torrepalazzzo vi era il colle, menzionato da Carlo nella citata lettera, inviata a Clemente IV, da dove poté vedere la pianura con l’esercito di Manfredi schierato “… ad quendam montem perveni, unde subjectus et admodum patens campus ordinatus jam hostium acies ostendebat”. La lettera di Ugo del Balzo inviata ai nobili d’Angiò e di Tours, precedentemente citata, è ancora più chiara “…de quodam monte discendentes vidimus in quodam planitia pulcherrima, Manfridum quondam principem cum toto exercitu suo …”. Secondo alcuni storici il colle in questione sarebbe quello detto di Caprara con relativa Masseria che ancora esiste con questo nome ed è ubicata a quota 354 s.l.m. tra le località Vallereccia e Francavilla.6Notizie del castrum di Caprara si hanno già in un atto di donazione del 1121 con il quale Ugo di Feniculum concede al monastero di Montecassino sei chiese tra cui S. Angelo in pertinenza di Capraria. Inoltre, nel manoscritto dell’A.S.V., precedentemente citato, si legge “Item dixit quod sic audivit dici quod olim extendebatur territorium Beneventi usque ad vallonem de Rubenta, sed nunc tenet dicti Beneventani usque ad Ecclesiam Sancte Marie in Grandellis. Item dixit quod nunc extenditur Caprariam usque ad vallonem de Rubenta; de causa scientie dixit quod Capraria est Sancti Iohannis Ierosolimitani“.
La convinzione che il colle sia proprio quello della Caprara nasce dalla “Descriptio victoriae …” di Andrea Ungaro, il quale dice testualmente “… cum ad quendam montem Capraria vocatum, distantem a Benevento circiter quatuor miliaria, pervenissent …”7Andrea Ungaro, Descriptio victoriae Beneventi, a cura di F. Delle Donne, Roma, 2014
La bellissima pianura che si dominava da questa altura è quella che si estendeva da S. Maria della Grandella8Il nome di “S. Maria delle Grandelle” oramai scomparso, indicava il territorio ricompreso tra le     attuali contrade Mascambruni e Masseria del Ponte. La località ha origini antichissime e si trova citata in un atto di permuta del 1144 con il quale Ugo Infante signore del castello di Feniculo cedeva all’abate di S. Modesto una sua terra in cambio beni simili siti presso la chiesa di S. Maria della Grandella (nei pressi del suo castello). Sempre il citato manoscritto dell’A.S.V. riferisce che il territorio di S. Maria della Grandella è al di qua del torrente Roventa e non distante dal fiume Calore. a Roseto9La località Roseto conserva ancora oggi l’antico toponimo e si estende dal torrente Malecagna, situato alla periferia nord della città, fino alla contrada Olivola dove, come riportato dal cronista Ricordano Malespini (1220-1290) e confermato da Giovanni Villani (1276-1348).10G. VillaniNuova cronica, a cura di G. Porta, Parma, 2007 e da molti storici successivi, sarebbe avvenuta la battaglia.11Per completezza di informazione c’è da dire che vi sono anche storici autorevoli come Petroccia, Borgia, Meomartini ed altri che spostano di qualche chilometro il luogo della battaglia identificandolo con la piana che va dall’attuale località Pezza Piana a ponte Valentino.

La battaglia

La battaglia avvenne nel pomeriggio del 26 febbraio 1266. Lo schieramento dei due eserciti fu quello tradizionale, con la cavalleria divisa in tre schiere per parte. La fanteria sveva era posta in avanguardia, mentre quella angioina era ai lati. La fanteria sveva, composta prevalentemente da arcieri saraceni, attaccò subito, senza attendere ordini, sbaragliando la fanteria angioina ma venne travolta dalla cavalleria che in questo modo venne a diretto contatto con i cavalieri tedeschi. Questi prima sostennero l’urto poi contrattaccarono respingendo il nemico infliggendo loro gravi perdite. Carlo, visto che lo sbandamento del suo esercito stava per mutarsi in rotta, ordinò ai suoi cavalieri di limitarsi ad abbattere i cavalli nemici senza curarsi dei cavalieri che una volta disarcionati furono facile preda deli mazzieri francesi. Manfredi, per bloccare questa manovra, diede ordine ai cavalieri del regno che aveva come riserva di entrare in battaglia. Ma questi abbandonarono il campo fuggendo verso Benevento.
Manfredi compreso che la battaglia era perduta, per non abbandonare coloro che non lo avevano tradito e ancora combattevano per lui, montato a cavallo, con pochi fedeli, si lanciò nel punto dove la mischia era più furiosa, rimanendo ucciso. Qualcuno dei soldati francesi lo aveva ucciso senza riconoscerlo. Lo stesso Carlo nella lettera che subito dopo la vittoria scrive al papa per narrargli gli avvenimenti, dice “Quanto a Manfredi, ignoro se sia caduto nella battaglia, se si trova tra i prigionieri oppure sia riuscito a fuggire“.Per due giorni, dietro suo ordine, non si poté dare sepoltura alle migliaia di cadaveri fino a quando la domenica mattina (28 febbraio 1266) il corpo fu finalmente ritrovato. Il re Carlo, che non lo aveva mai conosciuto, per essere sicuro che si trattasse di Manfredi ordinò che si cercassero tra i prigionieri quelli che gli erano stati più vicini affinché lo riconoscessero.  In una lettera che l’Angioino inviò al papa Clemente IV in data 1° marzo 1266 è scritto: “Domenica 28 febbraio 1266 fu trovato fra gli uccisi il cadavere nudo di Manfredi. Per allontanare ogni errore o dubbio in cosa di sì gran rilievo, feci mostrare il cadavere al conte Riccardo di Caserta, mio fedele, ai conti di una volta Girolamo e Bartolomeo (Semplice) ed ai fratelli loro, come ad altre persone che con Manfredi ebbero legami e relazioni personali. Tutti costoro lo riconobbero e dichiararono essere quello indubbiamente il cadavere di Manfredi. Spintovi dal sentimento di natura ho fatto quindi seppellire il morto con onore, ma senza cerimonie ecclesiastiche”.12Minieri-RicciAlcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino, Napoli ,1850, pag. 78.

Il ritrovamento del corpo di Manfredi – dipinto di Giuseppe Bezzuoli (Museo del Sannio)

La sepoltura

Il corpo di Manfredi, secondo il racconto dei cronisti dell’epoca, poi ripreso da Dante, ebbe sepoltura “in cò del ponte, presso a Benevento” e coperto da un cumulo di pietre (la grave mora) che vi furono gettate sopra dai soldati dell’esercito francese. Sul fatto che, come scrive Carlo d’Angiò, il morto fu seppellito con onore, molti storici non concordano. È risaputo che nei pressi dei ponti (in sobre pontis) venivano seppelliti i morti di infima condizione, abbandonati dai loro familiari. Su quale fosse il ponte dove fu seppellito Manfredi ad oggi non vi sono certezze ma solo opinioni discordanti. Tuttavia, negli ultimi anni, lo storico, don Laureato Maio ha avanzato una suggestiva ipotesi sul luogo della sepoltura del corpo di Manfredi.13L. Maio, “La battaglia di re Manfredi e la fine del dominio svevo sul territorio beneventano” Rivista Storica del Sannio, n. 2, 1995. Egli ha sempre sostenuto che il ponte dove fu sepolto inizialmente Manfredi sia il Pons Feniculi oggi detto ponte Finocchio.14G. CorboCastel Feniculuswww.Istitutostoricosanniotelesino
Scrive don Laureato Maio che Manfredi, dopo la caduta delle fortezze di Ceprano e S. Germano, arretrò l’esercito su Benevento per attestarsi verso un avamposto sicuro, dove poter fermare l’avanzata del re angioino. Il territorio più adatto era senz’altro la zona della baronia di Feniculo il cui castello era stato affidato allo zio materno Manfredi Lancia. Il fortilizio, che si ergeva su una prominenza rocciosa, a controllo del sottostante ponte su cui passava un ramo della via Latina. Visto che la battaglia si era svolta tra le località di Roseto e S. Maria della Grandella, dove avvenne anche la conseguente morte di Manfredi, il ponte presso cui fu inumato il cadavere dello Svevo, verosimilmente potrebbe essere quello di Feniculo, il più vicino alle località suddette. Per quanto riguarda poi la successiva traslazione continua dicendo: “Secondo una tradizione accolta da Dante e riportata anche da altri, poiché Manfredi era stato scomunicato, il suo corpo fu esumato, e dal vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli sarebbe stato portato a lumi spenti nei pressi del fiume Garigliano, fuori dal regno. Molti critici hanno messo in dubbio l’esecuzione di questo macabro rito; comunque, qualora esso sia stato eseguito ci sembra strano che la salma sia stata portata in terra così lontana. In realtà il confine del territorio pontificio, ritenuto sacro e da cui semmai doveva essere dissepolto lo svevo, era segnato dal non lontano torrente Rubenta, affluente del Calore; oltre questo torrente, oggi detto Reventa, potrebbe essere stato deposto il cadavere del re svevo; ci potrebbe essere stato uno scambio sul nome del colore da Rubens (rosseggiante) a Verde, da parte dei cronisti. Tuttavia, il dubbio resta e questa proposta è soltanto opinabile”.
Da questo si potrebbe dedurre che per “terra di Chiesa” si intendesse il territorio dello stato Pontificio e nello specifico il territorio pontificio della città di Benevento, il cui confine a nord (non lontano dal presunto campo di battaglia) era appunto nei pressi del torrente Reventa. Immediatamente a destra del torrente Reventa si estende una pianura ancora oggi denominata localmente “Chianella”. In questa pianura, a poca distanza dal torrente Reventa, vi era la chiesa di Santa Maria in Arventa del X-XI secolo.15La chiesa è citata in un atto di donazione, del 1089, con il quale Baldovino il Normanno, signore del castello di Ponte, la dona, insieme ad altre sei chiese, all’Abbazia Benedettina di Montecassino.
Verosimilmente nel 1266 questa chiesa era ancora attiva e funzionante, come attesta un documento del 1227 di Papa Gregorio IX che la elenca tra i possedimenti dell’Abbazia Cistercense di Santa Maria della Ferraria di Vairano.16L.R. CieloAlcune dipendenze dell’abbazia cistercense di S. Maria della Ferraria in territorio beneventano, in Terra Laboris Felix Terra, Alife, 2011. F. UghelliItalia Sacra, vol. VI, pag. 566, Venezia 1721.
Quindi, secondo don Laureato Maio, il corpo di Manfredi una volta esumato dalla prima sepoltura potrebbe essere stato sepolto definitivamente nei pressi di questa chiesa di Santa Maria in Arventa che, come visto, era appena al di là dei confini dell’enclave pontificia di Benevento. Anche perché se si vuol dar credito al cronista fiorentino Giovanni Villani17G. VillaniNuova cronica, a cura di G. Porta, Parma, 2007 appare strano che il corpo di Manfredi venisse disseppellito, perché scomunicato e non degno di stare in terra di Chiesa, quale era il territorio Beneventano, per essere portato fuori dal regno (inteso come Regno di Sicilia) e al di là del fiume Garigliano, e quindi all’interno dei confini dello Stato Pontificio che era pur sempre terra di Chiesa.  Vi è un documento che potrebbe avallare ulteriormente questa ipotesi è che dimostrerebbe che il corpo di Manfredi sia stato portato sì fuori dal Regno della Chiesa (inteso come territorio della pontificia città di Benevento) ma comunque all’interno del regno angioino. Si tratta di una lettera scritta da papa Clemente IV al cardinale di Sant’Adriano in data 8 maggio 1266.18Cardinale Ottobono Fieschi eletto papa l’11 luglio 1276 con il nome di Adriano V.
Con la stessa il Pontefice informa che il “Carissimus Carolus Rex Siciliae illustris tenet pacifice totum Regnum, illius hominis pestilentis cadaver putridum, uxorem, liberos obtinens et thesaurum. Datum Viterbi VIII idus Maii”.19Il carissimo Carlo, l’illustre re di Sicilia, possiede pacificamente tutto il regno, incluso il putrido cadavere di quell’uomo pestilenziale (Manfredi), sua moglie, i suoi figli e il suo tesoro. Datato Viterbo VIII Maggio1266. E.G. LeonardGli Angioini di Napoli, Milano 1967, p. 62.
Inoltre, anche se molti scrittori e storici danno credito a quanto scritto da Dante, di contro, ve ne sono molti altri che nutrono seri dubbi su quanto affermato dal sommo poeta, negando che il corpo dello sventurato Manfredi sia stato in un secondo tempo esumato e traslato dalla sua prima sepoltura.

Resti del Ponte Feniculo

La famiglia

Alla notizia della sconfitta e morte di Manfredi la moglie Elena che si trovava, insieme ai figli e alla sorella di Manfredi, di nome Costanza,20Costanza figlia di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, sorella di Manfredi aveva sposato Giovanni III Vatatze imperatore di Nicea. nella fortezza di Lucera pensò di fuggire e raggiungere il porto di Trani dove imbarcarsi per cercare rifugio in Epiro presso i suoi congiunti. Abbandonata da tutti, fu accompagnata solo da messer Monualdo di Trani, da sua moglie Amundilla e da messer Amerusio, gli unici che gli erano restati fedeli. Purtroppo, una volta raggiunta Trani, i venti contrari impedirono l’uscita dal porto, della sua imbarcazione. Il castellano del posto, prima gli offrì ospitalità ma poi, istigato e convinto da alcuni monaci, la tradì’ consegnandola, insieme ai suoi figli, agli emissari di Carlo d’Angiò.21Anonimo di Trani in Dissertazioni sulla seconda moglie di Manfredi, D. Forges-Davanzati, Napoli 1791.
I quattro figli che furono catturati insieme a lei erano: Beatrice di sei anni, Enrico di quattro e Federico ed Enzo di tre e due anni. È molto probabile che Elena fosse da subito separata dai figli, infatti, come risulta da un diploma angioino del 28 marzo 1266, Carlo ordinava che fosse portata alla sua presenza, nel castello di Lagopesole.22G. Del Giudice, Codice Diplomatico Angioino, vol. I, p. 213. Dopo il colloquio con Carlo, Elena non tornò più nel castello di Trani, ma fu portata nel castello di Nocera. Infatti, il 14 marzo 1267, Carlo, da Capua, nominava signore del castello di Nocera Rodolfo de la Faye affidandogli anche la custodia della vedova di Manfredi, senza menzionare i figli.23G. Del GiudiceCodice Diplomatico Angioino, vol. I, p. 296
Elena rimase in questo castello, senza poter più vedere i figli, fino alla sua morte, avvenuta i primi giorni del marzo 1271, quando aveva trent’anni ed era prigioniera da cinque anni.24La notizia e la data della morte si desumono da un diploma angioino dell’11 marzo 1271, con il quale si ordina al castellano di Nocera di far uscire liberamente, con le loro cose, le damigelle che erano al servizio della defunta Elena. G. Del GiudiceApologia al Cod. Dipl. Ang. Le prime notizie dei figli di Manfredi si hanno solo il 5 marzo 1272 quando in un elenco dei prigionieri di Castel dell’Ovo di Napoli compare il nome di Beatrice che a quella data aveva 12 anni.25Minieri-RiccioSaggio di Codice Diplomatico, Napoli 1880.
Nel 1282 a seguito dei Vespri Siciliani, gli angioini furo cacciati dall’isola, e sul trono di Sicilia salì Pietro III d’Aragona e la moglie Costanza, figlia di Manfredi e della sua prima moglie Beatrice di Savoia. Due anni dopo, il 5 giugno 1284, l’ammiraglio della flotta aragonese, Ruggero di Lauria, sconfisse la flotta angioina nel golfo di Napoli catturando Carlo II principe di Salerno e figlio di Carlo I d’Angiò, che successivamente fu scambiato con Beatrice. La figlia di Manfredi all’età di ventiquattro anni e dopo diciotto anni di prigionia riacquistò finalmente la libertà e fu portata trionfalmente in Sicilia, alla corte della sorella maggiore Costanza.26Beatrice, nel 1287, sposò Manfredo IV, marchese di Saluzzo, dal quale ebbe due figli, Federico e Caterina. 
Sul perché, in quella favorevole circostanza, non si sia chiesto anche la liberazione dei figli maschi di Manfredi, gli storici successivi hanno avanzato due ipotesi. Alcuni pensano che re Pietro d’Aragona non volle chiedere la loro libertà perché essi potevano vantare, sul regno di Sicilia, un diritto migliore di sua moglie Costanza. Altri ritengono che essi non fossero creduti più in vita, avendo Carlo fatto spargere, ad arte, la falsa notizia della loro morte. Prime notizie dei figli maschi di Manfredi si hanno durante il regno di Carlo II, succeduto al padre nel 1285. Da un documento del 1291 si legge che il re Carlo II dispone che ad Enrico, Federico e Anselmo (Enzo) figli del principe Manfredi, detenuti nel castello di Santa Maria del Monte, siano assegnati tre tarì al giorno per il vitto.27Grande Archivio di Napoli, Vol. III, n. 9, pag. 99, Sempre lo stesso sovrano con atto emesso in Barletta in data 13 giugno 1294 ordina che si dia a ciascuno dei figli di Manfredi, prigionieri in Santa Maria del Monte, un tari d’oro al giorno per il vitto e due once d’oro per i loro vestiti.28E. Merra, Castel del Monte presso Andria, cap. XI, I figli di Manfredi prigionieri in Castel del Monte, Molfetta, 1964. Il 18 giugno 1295 Carlo II comandava e dava mandato al figlio Carlo Martello, re d’Ungheria e suo vicario nel regno, di liberare Enrico, Federico ed Enzio figli di Manfredi ed inviarglieli sotto scorta.29Registro Angioino, N. 73, A. 1294-95, Fgl. 178. G. Del GiudiceCod. Diplomatico, vol. I, nota 17.
Questo ordine non fu mai eseguito, infatti da due documenti, del 26 aprile e del 1° giugno del 1297, si rileva che essi erano ancora prigionieri e con le catene ai piedi in Castel del Monte. Infatti, Roberto, duca di Calabria, figlio e poi successore di Carlo II, su preghiere di Costanza regina di Sicilia e sorella dei prigionieri, il 26 aprile 1297 indirizzò al castellano di Santa Maria del Monte il seguente ordine: “E’ nostra volontà, e ti comandiamo, che Enrico, Federico, ed Azzolino, i quali in codeste carceri sono tenuti stretti in catene, immantinente dai ceppi siano sciolti, e trattati onorevolmente come si conviene. E siccome dicesi che uno di essi trovasi infermo, fa che alcuno venga a visitarlo e curarlo”.30G. Del Giudice, Cod. Dipl., vol. 1, p. 81. Sempre il duca Roberto, siccome aveva ricevuto notizia che per mancanza di fondi si lasciava languire di fame i prigionieri, con lettera del 6 maggio 1298, indirizzata ad Enrico d’Ervilla, segretario e procuratore della Puglia, scriveva: “E’ cosa indecorosa per il regio onore far perire per mancanza di alimenti, che da te per ordine della Curia devono ricevere i figli di Manfredi ed il conte di Caserta, imprigionati in Castel del Monte. Pertanto, ordiniamo e severamente comandiamo che si diano subito gli alimenti loro assegnati, secondo gli ordini sovrani”.31G. Del Giudice, Cod. Dipl., vol. 1, p. 127.
A distanza di due anni, in data 25 giugno 1299, sempre il principe Roberto, emise due mandati. Il primo diretto a Giovanni Picicco, castellano di Santa Maria del Monte, con il quale ordinava: “Vogliamo ed espressamente ti comandiamo che dietro richiesta del milite Guglielmo di Ponziaco, maestro della nostra Magna Curia, nostro diletto tesoriere, e familiare e fedele, Enrico, Federico ed Azzolino, figli del fu Manfredi già principe di Taranto, i quali sono carcerati nel detto nostro Castello, subito senza perder tempo, senza alcun ostacolo o difficoltà, siano liberati e consegnati al sopraddetto Gugliemo, perché li meni a noi, come gli è stato comandato per mezzo di nostre speciali lettere”.32G. Del Giudice, Cod. Dipl., vol. 1, p. 128.
Il secondo mandato, diretto al cavaliere Guglielmo di Ponziaco, ordinava: “Con altro rescritto abbiamo comandato al cavaliere Giovanni Picicco, nostro castellano a Santa Maria del Monte, di liberare, dietro tua requisizione, i figli del fu Manfredi, incarcerati nel detto castello, e di consegnarli a te. A ciascuno di essi farai fare un vestito conveniente, e poi sotto la scorta d’un milite, li manderai a noi, dopo averli forniti di cavalli e provvisti del denaro necessario, perché giungano sino a noi, qui in Napoli”.33E. MerraCastel del Monte presso Andria, cap. XI, I figli di Manfredi prigionieri in Castel del Monte, Molfetta 1964
Nonostante questi provvedimenti la liberazione dei prigionieri non avvenne subito. Infatti, un mese dopo, il 25 luglio, re Carlo II scrive al milite Giovanni Picicco “… ti mandiamo il nostro milite Giovanni di Nonno, il quale ti esibirà le presenti lettere per ricevere da te i figli del fu principe Manfredi, che sono rinchiusi nel nostro carcere, e menarli prigionieri alla nostra presenza”.34G. Del Giudice, La famiglia di re Manfredi, pag. 303, nota 2.
Inoltre, con un proclama del 30 luglio rendeva noto che egli inviava Giovanni di Nonno a Castel del Monte per ricevere da quel castellano i figli del fu principe Manfredi e condurli prigionieri alla sua presenza. Fatti uscire, dopo oltre trenta anni di prigionia, dal carcere di Castel del Monte, furono portati a Napoli. Purtroppo, la loro condizione non cambiò perché arrivati a Napoli furono consegnati a Goffredo de Rumiliaco, castellano di Castel dell’Ovo, che li fece rinchiudere nei sotterranei di quella fortezza e la loro custodia fu affidata a tale Pagano de Vitro. Il più giovane dei fratelli di nome Enzo è probabile che sia morto dopo pochi mesi e comunque prima del 10 ottobre del 1301 perché un documento di Carlo II, che porta quella data, menziona un solo figlio di Manfredi prigioniero in Castel dell’Ovo.35Reg. Ang. N. 119, 1300-1301, in G. Del Giudice, La famiglia di re Manfredi, pag. 306 L’altro fratello di nome Federico, pare che sia riuscito ad evadere nello stesso periodo. Vi è una lettera di Eduardo II, re d’Inghilterra, del 17 luglio 1308, diretta al papa Clemente V, con la quale chiedeva un interessamento del pontefice per la sorte di questo suo sventurato congiunto il quale dopo aver vagato per varie corti europee morì poi in Egitto.36E. Merra, Castel del Monte presso Andria, cap. XI, I figli di Manfredi prigionieri in Castel del Monte, Molfetta 1964.
Nel carcere di Castel dell’Ovo rimase solo il primogenito Enrico che nel frattempo, essendo stato privato della luce per tanti anni, era diventato cieco. Il 31 ottobre 1318 dopo cinquantadue anni di carcere Enrico moriva nelle prigioni del medesimo castello dove, per tragica coincidenza, era nato il 30 aprile 1262. 

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Note:

[1] La facilità con cui i francesi presero la fortezza di Ceprano è alquanto strana ed inesplicabile. Si è sempre sospettato di un tradimento del conte di Caserta, il sospetto è avvalorato dal fatto che Carlo, subito dopo la vittoria, chiamò Riccardo suo fedele amico e successivamente lo stesso fu ammesso alla corte angioina conservando il suo titolo e i suoi feudi. Morto Riccardo nel 1267 gli successe il figlio Corrado che essendo di minore età fu affidato alla tutela della nonna paterna di nome Siffredina o Manfredina. Con la discesa in Italia di Corradino di Svevia il giovane conte con l’accordo della nonna parteggio subito per lo Svevo venendo nominato capitano generale di Terra di Lavoro facendo ribellare parecchie città che aderirono alla causa di Corradino. Dopo la sconfitta di Tagliacozzo fu privato dei suoi titoli e feudi e rinchiuso prima nel Castello di Canosa e poi, dopo nove anni, nel 1277, nelle prigioni del Castello del Monte dove erano tenuti prigionieri anche i cugini, figli di Manfredi. Fu liberato solo nel 1304, dopo trentasei anni di dura prigionia, morendo tre anni dopo nel 1307. 
[2] Giordano d’Anglano, rimasto fedele a Manfredi, fu fatto prigioniero e trasferito in Provenza dove l’anno successivo venne giustiziato dopo un tentativo di fuga.
[3] Minieri-Ricci, Alcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino, Napoli ,1850, pag. 71.
[4] Minieri-Ricci, Alcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino, Napoli ,1850, pag. 73.
[5] L. Maio, La battaglia di re Manfredi e la fine del dominio svevo sul territorio beneventano. In Rivista Storica del Sannio n. 2, 1995, pagg. 4-28.
[6] Notizie del castrum di Caprara si hanno già in un atto di donazione del 1121 con il quale Ugo di Feniculum concede al monastero di Montecassino sei chiese tra cui S. Angelo in pertinenza di Capraria. Inoltre, nel manoscritto dell’A.S.V., precedentemente citato, si legge “Item dixit quod sic audivit dici quod olim extendebatur territorium Beneventi usque ad vallonem de Rubenta, sed nunc tenet dicti Beneventani usque ad Ecclesiam Sancte Marie in Grandellis. Item dixit quod nunc extenditur Caprariam usque ad vallonem de Rubenta; de causa scientie dixit quod Capraria est Sancti Iohannis Ierosolimitani“.
[7] Andrea Ungaro, Descriptio victoriae Beneventi, a cura di F. Delle Donne, Roma, 2014.
[8] Il nome di “S. Maria delle Grandelle” oramai scomparso, indicava il territorio ricompreso tra le     attuali contrade Mascambruni e Masseria del Ponte. La località ha origini antichissime e si trova citata in un atto di permuta del 1144 con il quale Ugo Infante signore del castello di Feniculo cedeva all’abate di S. Modesto una sua terra in cambio beni simili siti presso la chiesa di S. Maria della Grandella (nei pressi del suo castello). Sempre il citato manoscritto dell’A.S.V. riferisce che il territorio di S. Maria della Grandella è al di qua del torrente Roventa e non distante dal fiume Calore.
[9] La località Roseto conserva ancora oggi l’antico toponimo e si estende dal torrente Malecagna, situato alla periferia nord della città, fino alla contrada Olivola.
[10] G. Villani, Nuova cronica, a cura di G. Porta, Parma, 2007.
[11] Per completezza di informazione c’è da dire che vi sono anche storici autorevoli come Petroccia, Borgia, Meomartini ed altri che spostano di qualche chilometro il luogo della battaglia identificandolo con la piana che va dall’attuale località Pezza Piana a ponte Valentino.
[12] Minieri-Ricci, Alcuni studi storici intorno a Manfredi e Corradino, Napoli ,1850, pag. 78.
[13] L. Maio, “La battaglia di re Manfredi e la fine del dominio svevo sul territorio beneventano” Rivista Storica del Sannio, n. 2, 1995.
[14] G. Corbo, Castel Feniculus, www.istitutostoricosanniotelesino.it
[15] La chiesa è citata in un atto di donazione, del 1089, con il quale Baldovino il Normanno, signore del castello di Ponte, la dona, insieme ad altre sei chiese, all’Abbazia Benedettina di Montecassino.
[16] L.R. Cielo, Alcune dipendenze dell’abbazia cistercense di S. Maria della Ferraria in territorio beneventano, in Terra Laboris Felix Terra, Alife, 2011. F. Ughelli, Italia Sacra, vol. VI, pag. 566, Venezia 1721.
[17] G. Villani, Nuova cronica, a cura di G. Porta, Parma, 2007.
[18] Cardinale Ottobono Fieschi eletto papa l’11 luglio 1276 con il nome di Adriano V.
[19] Il carissimo Carlo, l’illustre re di Sicilia, possiede pacificamente tutto il regno, incluso il putrido cadavere di quell’uomo pestilenziale (Manfredi), sua moglie, i suoi figli e il suo tesoro. Datato Viterbo VIII Maggio1266. E.G. Leonard, Gli Angioini di Napoli, Milano 1967, p. 62.
[20] Costanza figlia di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, sorella di Manfredi aveva sposato Giovanni III Vatatze imperatore di Nicea. 
[21] Anonimo di Trani in Dissertazioni sulla seconda moglie di Manfredi, D. Forges-Davanzati, Napoli 1791.
[22] G. Del Giudice, Codice Diplomatico Angioino, vol. I, p. 213.
[23] G. Del Giudice, Codice Diplomatico Angioino, vol. I, p. 296.
[24] La notizia e la data della morte si desumono da un diploma angioino dell’11 marzo 1271, con il quale si ordina al castellano di Nocera di far uscire liberamente, con le loro cose, le damigelle che erano al servizio della defunta Elena. G. Del Giudice, Apologia al Cod. Dipl. Ang.
[25] Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, Napoli 1880.
[26] Beatrice, nel 1287, sposò Manfredo IV, marchese di Saluzzo, dal quale ebbe due figli, Federico e Caterina.
[27] Grande Archivio di Napoli, Vol. III, n. 9, pag. 99.
[28] E. Merra, Castel del Monte presso Andria, cap. XI, I figli di Manfredi prigionieri in Castel del Monte, Molfetta 1964.
[29] Registro Angioino, N. 73, A. 1294-95, Fgl. 178. G. Del Giudice, Cod. Diplomatico, vol. I, nota 17.
[30] G. Del Giudice, Cod. Dipl., vol. 1, p. 81. 
[31] G. Del Giudice, Cod. Dipl., vol. 1, p. 127.
[32] G. Del Giudice, Cod. Dipl., vol. 1, p. 128.
[33] E. Merra, Castel del Monte presso Andria, cap. XI, I figli di Manfredi prigionieri in Castel del Monte, Molfetta 1964.
[34] G. Del Giudice, La famiglia di re Manfredi, pag. 303, nota 2.
[35] Reg. Ang. N. 119, 1300-1301, in G. Del Giudice, La famiglia di re Manfredi, pag. 306.
[36] E. Merra, Castel del Monte presso Andria, cap. XI, I figli di Manfredi prigionieri in Castel del Monte, Molfetta 1964.





Giuseppe Corbo

Nato a Ponte, dove risiede. Dipendente del gruppo Ferrovie dello Stato. Cultore di storia locale con particolare attenzione al periodo medievale. Ha pubblicato "Ponte tra Cronaca e Storia", "Domenico Ocone, quarant'anni di storia pontese...", "Le Vie di Ponte tra Storia e Leggenda". Collabora con varie associazioni culturali.