Rileggendo di frate Paolo da Pietraroia, in un mio articolo pubblicato di recente,1Cfr. Rosario Di Lello, Il “Servo di Dio” Paolo di Pietraroia frate laico nel XVI secolo, in “Annuario 2019”, San Salvatore Telesino, Associazione Storica Valle Telesina, IV, 2020, pp. 129-155. ho ripensato anche a Giovanni Stefano de Urbieta, vescovo telesino, quantomeno insolito, vissuto in diocesi a quel tempo, quando parte del clero non brillava, cosi come altrove, per vita integerrima e cultura;2Cfr. Pietraroia, Archivio Parrocchiale, Memorie, Manoscritto, pp. 119-122. Rosario Di Lello, La biografia di tredici vescovi telesini in una lettera di C. Petrillo, Piedimonte Matese, Associazione Storica Medio Volturno, 1978. pertanto, dato che il soggetto ha di nuovo stimolato la mia curiosità, ho deciso, finalmente, di trattarne un aspetto non superfluo, anche se in questo breve articolo. 
Nel primo quarto del ‘700, l’abate Ughelli in una sua opera enciclopedica, ma in modo quanto mai succinto ha annotato che – traduco dal latino – Fra Giovanni Stefano de Orbita, spagnolo, dell’Ordine dei Predicatori, fu eletto alla Chiesa telesina il giorno 12 dicembre 1584, vi rimase tre anni e poi rinunciò a quest’ onere.3Ferdinando  Ughelli, Italia sacra, Venezia, Coleti, 1721, Telesini Episcopi, XXXI, 30, col 371.

Nel secondo quarto del secolo successivo, il canonico Rossi, altro autorevole storico, ne ha sostenuto, in un suo catalogo e in maniera più ampia, che Fra Giovanni Stefano De Orbita ossia de Urbieta, vescovo Telesino, eletto sotto Gregorio XIII, era nato a Urbieta, ossia Obeda, città di Spagna, nella provincia di Jaén. Era stato prima capitano di fanteria nelle armate di Filippo II e sotto il di lui regno venne promosso a questa diocesi mentre era viceré di Napoli il duca di Ossuna. Per qualche tempo era stato frate dell’Ordine dei Predicatori. Fece residenza a Faicchio. Dopo tre anni, nel 1586, rinunciò al vescovado, “quia timebat deponi” – ossia, perché temeva d’esser deposto –, come sta annotato nella Cronaca dei vescovi, nel Libro Magno. Ritornato in patria, vi morì.4Giovanni Rossi, Catalogo de’ Vescovi di Telese, Napoli 1827, ristampa a c.d. Nicola Vigliotti, Puglianello, Media Press, 2008, p. 134. 

Nella seconda metà dello stesso secolo, l’arcidiacono Rotondi ha scritto circa la storia di Cerreto e vescovi della diocesi, tuttavia di Giovanni Stefano da Urbieta non ha aggiunto altro sottolineando, però, che eletto vescovo nel 1584, reputò opportuno dimettersi dopo tre anni, ma se ne ignora la cagione; temendo giustamente di essere deposto.5Nicola Rotondi, Memorie storiche di Cerreto Sannita, 1869, a c. d. Antonello Santagata, S. Salvatore Telesino, Istituto Storico Sannio Telesino, 2019, I, p. 104.

Stemma di Giovanni Stefano da Urbieta

Agli inizi del ‘900, anche il vescovo diocesano, Iannacchino, non ha detto di più, in un suo volume sulla storia della diocesi, per quanto abbia indirizzato il lettore, mi pare, verso la causa della dimissione, sostenendo che di Giovanni Stefano di  Ubeda il parroco di Pietraroia ne parla con disdoro “et quia timebat deponi” – poiché temeva d’esser deposto – rinunciò al vescovado dopo tre anni di sgoverno con domicilio a Faicchio,6Angelo Michele Iannacchino, Storia di Telesia. Sua Diocesi e Pastori, Benevento, D’Alessandro, 1900, pp. 269-270. nonostante il suo predecessore avesse stabilito a Cerreto residenza e cattedra.
A prescindere da genealogia, luogo di nascita, vita monastica nell’Ordine dei Frati predicatori – o domenicani, in quanto fondato nel 1215 dal religioso spagnolo Domenico di Guzman,7Cfr. Fabio Fiore, Fede e Tolleranza […] in Europa fra XVI-XVII secolo, Paravia, 2000, p. 22. poi santo – e attività militare, il tutto da approfondire, adesso mi sta a cuore almeno il tentare di porre in evidenza i motivi per i quali Giovanni Stefano dopo tre anni rinunciò all’onere di vescovotemeva d’essere depostogiustamente e il parroco di Pietraroia ne parlò male  e in che modo.
Allo stato della ricerca m’è possibile dire, prima di tutto, che il citato parroco di Pietraroia, Crescenzo De Petrillis, nato nel 1403, ne diventò arciprete nel 1551. Nell’aprile del 1606, in una lettera di auguri a mons. Cattaneo, per l’elezione a vescovo, fece riferimento, come in una relazione, alla vita, all’economia, alla cultura, alla moralità del tempo e ai ben 13 vescovi succedutisi nel corso della sua lunga vita, fino a quell’anno. Nel 1613 rinunciò alla carica. Morì nel 1617 a 124 anni.8R. Di Lello, 1978, cit.

Nella missiva, circa il presule Giovanni Stefano, ma senza farne il nome a differenza degli altri, così si espresse: 

In questo ordine veggo uno spagnolo fatto vescovo di Telese. Fu persona di fanteria, in vita, di Filippo secondo, di assai slacciati piedi, et di lascivi pensieri, dedito tuttavia alli libidinosi esecitij, attento piuttosto a martiali scherzi, che a pastorale scettro; diede mal esempio, et scandalo di sua vita; resse tre anni, infra li quali ritrovandosi in Visita in questa Patriagiocando a carte una notte fu fulminato da Giove, sebbene  riuscì a salute, e cacciando fuori la spada, che cingeva, fe’ voto mai più quà venire, il quale fin’ hora sta in osservanza. […] Da Pietraroja nel di’ 6 Aprile 1606.9Crescenzo De Petrillis, in Memorie, cit., p. 121. Cfr. pure R. Di Lello, 1978, cit., p. 11. 

I particolari al riguardo, uno di estrema gravità, riportati ancor prima in una relazione dell’epoca e sottaciuti, pare ovvio, dai cinque ecclesiastici successivi, dal De Petrillis allo Iannacchino, sono stati resi noti, da Mancino e Romeo, in una pubblicazione di alcuni anni or sono.10Per i dodici abusi – dei quali l’ultimo gravissimo – riportati in una  relazione del 15 maggio 1587, conseguente a indagine promossa sul conto del de Nogueras, cfr. Michele Mancino, Giovanni Romeo, Clero criminale. L’onore  della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell’ Italia della Controriforma, Napoli, FedOAPress,  2014, pp. 72 -77. Del pari importante, benché non dell’argomento, ma sempre attinente a irregolarità commesse da taluni ecclesiastici in quegli anni, è la relazione che segue alle pp. 77-79. Sembra utile rilevare, comunque, che, o di famiglia nobile o di gente umile, non mancarono religiosi di stimabile cultura e di santa vita.11Cfr. C. De Petrillis, cit. R. Di Lello, 1978 e 2019, cit.
In conclusione, v’è da mettere in rilievo che il de Urbieta, già militare di re Filippo II, era stato eletto vescovo, sotto il di lui regno, da Gregorio XIII (1572-1585) il quale, con un passato da laico non proprio di un santo, avendo avuto finanche un figlio, era stato fatto papa per mezzo del favorevole intervento del sovrano; non solo, il vescovo aveva posto termine alla propria missione quando era pontefice Sisto V (1585-1590) il quale, di umili origini, entrato già fanciullo alla scuola dei Frati Minori, poi inquisitore, presule di Sant’Agata de’Goti e cardinale, da sommo pontefice  aveva, oltretutto, instaurato la pulizia tra laici ed ecclesiastici, e s’era comportato in modo tanto severo da essere  definito dal Belli  “un papa tosto” che “non la perdonò neppure a Cristo”.12Cfr. Claudio Rendina, I papi. Storia e segreti, Roma, Newton & Compton, 1996, pp. 535-540.
Sembra plausibile, dunque, ritenere che, a cagione del vivere non proprio esemplare del vescovo Giovanni Stefano, qualche iniziale rapporto con conseguente avvertimento e, a seguire, qualche denunzia con iniziativa giudiziaria avrebbero convinto l’inquisito a evitare la deposizione e quanto altro di peggio, rassegnando le dimissioni e tornandosene in patria. 

   Tanto allo stato dell’indagine storica.

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[1] Cfr. Rosario Di Lello, Il “Servo di Dio” Paolo di Pietraroia frate laico nel XVI secolo, in “Annuario 2019”, San Salvatore Telesino, Associazione Storica Valle Telesina, IV, 2020, pp. 129-155. 
[2] Cfr. Pietraroia, Archivio Parrocchiale, Memorie, Manoscritto, pp. 119-122. Rosario Di Lello, La biografia di tredici vescovi telesini in una lettera di C. Petrillo, Piedimonte Matese, Associazione Storica Medio Volturno, 1978. 
[3] Ferdinando  Ughelli, Italia sacra, Venezia, Coleti, 1721, Telesini Episcopi, XXXI, 30, col 371. 
[4] Giovanni Rossi, Catalogo de’ Vescovi di Telese, Napoli 1827, ristampa a c.d. Nicola Vigliotti, Puglianello, Media Press, 2008, p. 134. 
[5] Nicola Rotondi, Memorie storiche di Cerreto Sannita, 1869, a c.d. Antonello Santagata, S. Salvatore Telesino, Istituto Storico Sannio Telesino, 2019, I, p. 104. 
[6] Angelo Michele Iannacchino, Storia di Telesia. Sua Diocesi e Pastori, Benevento, D’Alessandro, 1900, pp. 269-270. 
[7] Cfr. Fabio Fiore, Fede e Tolleranza […] in Europa fra XVI-XVII secolo, Paravia, 2000, p. 22. 
[8] R. Di Lello, 1978, cit. 
[9] Crescenzo De Petrillis, in Memorie, cit., p. 121. Cfr. pure R. Di Lello, 1978, cit., p. 11. 
[10] Per i dodici abusi – dei quali l’ultimo gravissimo – riportati in una  relazione del 15 maggio 1587, conseguente a indagine promossa sul conto del de Nogueras, cfr. Michele Mancino, Giovanni Romeo, Clero criminale. L’onore  della Chiesa e i delitti degli ecclesiastici nell’ Italia della Controriforma, Napoli, FedOAPress,  2014, pp. 72 -77. Del pari importante, benché non dell’argomento, ma sempre attinente a irregolarità commesse da taluni ecclesiastici in quegli anni, è la relazione che segue alle pp. 77-79. 
[11] Cfr. C. De Petrillis, cit. R. Di Lello, 1978 e 2019, cit. 
[12] Cfr. Claudio Rendina, I papi. Storia e segreti, Roma, Newton & Compton, 1996, pp. 535-540.



Rosario Di Lello

Rosario Di Lello è nato a Napoli il 9 dicembre 1936 ed è residente in Piedimonte Matese. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli e successiva specializzazione in Chirurgia generale all’Università di Modena è stato aiuto chirurgo presso l’ospedale civile di Piedimonte Matese e, dal maggio 1990, primario del reparto di Pronto Soccorso. Attualmente è pensionato. Dal 1° giugno 1978 è socio corrispondente dell’Associazione Culturale Italo Ispanica “C. Colombo – Madrid”. Negli anni 1972-73, in collaborazione con altri, ha pubblicato alcuni articoli specialistici su riviste mediche. Cultore di storia e tradizioni locali ha pubblicato studi su vari Annuari e collane dell’Associazione Storica del Medio Volturno (sodalizio del quale oltre che socio è stato in passato anche componente del consiglio direttivo) ed in altre riviste e quotidiani regionali.