Ricordo, fin da studente a Piedimonte, a Cerreto e, da universitario, a Napoli, la tradizione secondo la quale sarebbe diventato “faccia gialluta” o “gialluteco” chi, arrabbiatura e spavento a parte, avesse urinato contro il sole o contro l’iride o lo avesse guardato fisso o mostrato col dito; questo modo di intendere, allora vivo nella memoria comune, risulta, allo stato di questa ricerca, appena confortato da qualche rara conferma di persona come me molto avanti negli anni.
Di seguito ad un precedente articolo sul tema concernente in generale l’Evo Moderno1R. Di Lello, Quando s’urina di faccia all’arcobaleno … Dall’Abruzzo alla Calabria, in “Quattro passi nella storia”, Casertasera.it (12-5-2020). e per l’occasione riveduto e ampliato, ho svolto, spinto dalla curiosità, una seconda indagine che tratta del celeste fenomeno cromatico, l’arcobaleno o iride – dal greco e dal latino “iris” – beninteso non malato, ma concausa di malattia, al fine di vedere, sempre procedendo cronologicamente a ritroso, a quando avrei potuto ricondurre questa credenza giunta fino a noi. 
Nell’esporne i risultati ritengo opportuno premettere che, come molti sanno, itterizia ittero è, per la medicina ufficiale odierna, il colorito sintomatico che assumono pelle e mucose in rapporto a differenti stati patologici e, a seconda della intensità, si presenta nelle gradazioni di ittero flavo, color oro, rubinico, rossastro, verdinico, verdognolo, melanico, brunastro. È notorio, altresì, che non poche persone, in maggioranza non più giovani, rimangono suggestionate, pur conoscendo l’origine di quella che sembra la magica apparizione del fenomeno celeste tra cielo e terra; l’arco multicolore, perciò, possiede tuttora un fascino tanto particolare da provocare, alla vista, una considerevole impressione e qualche istantanea reminiscenza.
E allora? Per l’Evo Moderno, il Pizza ha pubblicato che nel mezzogiorno d’Italia la cultura popolare ammette nessi tra il sole, la manifestazione variopinta e l’itterizia; intanto, l’infermità, il sintomo e la denominazione palesano, nelle forme dialettali, attinenze al fenomeno ottico.2Cfr. G. PizzaDiagnosi popolare dell’itterizia, in “Storia e medicina popolare”, Roma (1986) IV, 2, pp. 51-64. 
Secondo il Finamore, infatti, in Abruzzo la “rìzie” – da itterizia ? – cioè il “male de jj’arche” – ossia il male dell’arcobaleno – rivendica tra altre cause, e più comunemente, quella di aver urinato verso l’arco variopinto. Tra le differenti terapie annovera un rituale da praticare, nella contrada San Fele e presso i ruderi della chiesetta, con del vino, tre pezzetti di pane, cinque fili di seta, giallarossaverdenera e bianca e una invocazione a “Sande Fèle”, san Fele.3Cfr. G. FinamoreTradizioni popolari abruzzesi, Torino, 1894- Palermo, 1981, pp. 158-161. G. Pizza,cit.,p. 55.
I fili di seta alludono, è verosimile, ai colori dell’iride e ai quattro, citati, dell’ittero, mentre la preghiera richiama alla mente il potere di certi taumaturghi, “specialisti”, connesso all’assonanza tra nome del santo guaritore e infermità:4Cfr. R. Di LelloSanti guaritori nella cultura popolare campana, in “Il Sannio”, Benevento, X, 91 (2005) p. 21. san Fele, appunto, ha la facoltà di guarire, una condizione morbosa in cui il sintomo più evidente è determinato dai differenti colori del “fèle”, ovvero del fiele cioè della bile, la quale produce, secondo i casi, giallore di diverse gradazioni,  sopra una pelle bianca
Il Gioielli, il Colabella, il Cirese e il Baccari hanno reso noto che, in Molise, superstizioni su questo stato patologico vennero segnalate nel Settecento da Andrea Tria vescovo di Larino; inoltre, secondo la credenza popolare più diffusa contrae il male de l’arche” e diventa giallo colui il quale urina verso il fenomeno celeste o lo guarda in modo intenso e una cura  consiste nell’effettuare tre passate sotto tre arcate di pietra e la successiva deposizione della infermità urinando sopra una pianta di sambuco o di ortica.5Cfr. rispettivamente: M. ColabellaDocumenti folklorici del Sinodo di Larino del 1728, in “L’Arcobaleno” n. 7 (1999) pp. 45-51; E. CireseI canti popolari nel Molise, Rieti, 1953, pp. 150-151 e P. BaccariAppunti di folklore molisano, Napoli, 1930, pass. e p. 49, citati in M. GioielliLa Passata Arborea. Un rito sacro magico, in “L’Arcolaio”, n. 8 (luglio 1999) pp. 7-18. Id., Il Male dell’Arco, in “Il Quotidiano del Molise” (5-3-2018) p. 15. Il guardare l’arco dai molti colori in modo intenso giustificherebbe anche il colorito giallo dei bulbi oculari; le tre passate costituirebbero un’ammissione di colpevolezza con conseguente sottomissione alla manifestazione variopinta e l’acquisito perdono con deposito del morbo e guarigione.
Lo Zeppa ha divulgato che in Campania rimangono valide la definizione dialettale “’nzularcàtu” e, nel mingere in quel modo impudico, la cagione consueta della malattia; per giunta, nel Fortore, si ritiene che l’infermità insorga in chi abbia urinato su della cenere nella quale vi sia un chiodo arrugginito, quando c’è il fenomeno ottico in cielo.6R. ZeppaLa demoiatrica nel Valfortore, in “Valfortore”, Montefalcone Valfortore (1950) pp. 1-8.
In questo caso,sembra poter cogliere un rapporto con l’anomala pigmentazione cutanea dell’itterico, dal grigio cenere al rosso ruggine, nonché con la patogenesi tradizionale: l’atto spudorato nei confronti dell’arcobaleno, notoriamente disegnato dal sole. E non è tutto, pare sussista relazione tra il chiodo arrugginito, altra componente patologica, la malattia e il sintomo colore rosso ruggine dell’ittero – dal latino “aurugo”, itterizia, pallore –. Nel rammentare poi, sempre per la Campania, gli altri moventi ai quali s’è fatto cenno subito all’inizio, vien da ipotizzare che l’offensivo indicare l’iride, alluda, nel dito, all’ irriverente organo urinario.
Il De Martino e il Pizza hanno evidenziato che in Lucania, il “male dell’arche” viene reputato conseguenza dell’aver urinato di faccia al fenomeno celeste7E. De Martino, Sud e Magia, Milano, 1981, pp. 28-29. e che l’invocazione: “Arche, Sante Arche” entra in una formula terapeutica.8G. Pizza, cit., pp. 54-55.
In Calabria, si crede che il “mali ri l’arcu” o “lierìa” – da lie(nte)rìa? Mal della milza – colpisce chi ha osato mirare l’arco dai molti colori o guardandolo si è permesso additarlo ad altri.9G. Pizza, cit., p. 55.
I dati per le due regioni appena sopra citate, possono esser stimati validi anche per la Puglia.10Id., ibid,p. 56. Quanto alla etimologia e a prescindere dall’inequivocabile Malattia dell’arco(baleno), l’Alinei ha sostenuto che nel dialetto meridionale antico il termine è presente come “sodarcato e spiega nzularcato come solis arcus”,11M. Alinei , 1981-1984, in G. Pizza, cit., p. 53. cioè, dallatino, arco di o del  sole.   L’Andreoli, ha precisato, semplicemente: “Nzularchia, Itterizia. Nzularcato, Itterico”,12R. AndreoliVocabolario Napoletano-Italiano, Torino, 1889 – Napoli, 1993, p. 270. aggettivo o anche sostantivocosì pure leggiamo che il Forcellini, a proposito del termine “Arquatus”, ha scritto che a Napoli, il morbo itterico era definito ancòra solartato”.13E. ForcelliniLexicon, 1864, in G. Pizza, cit., p.53.
Il Galiani ha riferito nel dettaglio: «Nzolarcato, e nsolarcato, itterico, donde Nzolarcamiento, che dicesi quando uno per timore, od altro diventa pallido, e sbigottito. […] Giallesce, e nzolarcheja ll’erve, e lo Sole. Come l’etimologia di questa voce vien dal sole, il di cui auro colore prende l’itterico, meglio scriversi colla s, che colla z».14F. GalianiVocabolario delle parole del dialetto napoletano, Napoli, MDCCLXXXIX1976, 2 voll. I,  pp. 277-278.
E l’arcuato, mi si giustifichi il termine, sarà stato preso in considerazione, non di rado altresì nella cultura popolare dei secoli XVII e XVI.

A questo punto si è portati almeno a pensare, quanto alle origini, che le componenti basilari della tradizione al riguardo vengano, così come quelle di altre locali, da molto, molto lontano, nel tempo e nello spazio. Non va dimenticata, del resto, la leggenda secondo cui la celeberrima Scuola Medica Salernitana è stata fondata nell’Alto Medioevo da un arabo, da un ebreo, da un greco e da un latino,15Cfr. S. De Renzi, Storia documentata della Scuola Medica di Salerno, Napoli, Nobile, 1857-Milano, Ferro, 1967, pp. 121-128. ecco perché molte antiche opinioni sarebbero passate nel Medioevo e quindi nell’Età Moderna per mezzo della letteratura e della cultura medica ufficiale; ma pure attraverso la demoiatria e la tradizione. Vediamo.
Nel XII secolo del Medioevo, (476-1492) per la medicina ufficiale Giovanni Plateario definì l’itterizia: “yctericia”, “morbus regius” – ne vedremo il perché – e “morbus aurigeus dall’anomalo colore aureo della pelle; Bartolomeo Salernitano ritenne derivasse “ex felle”, cioè –volto dal latino, come per altre frasi in seguito – per mezzo del fiele, “ab epate” o “a felle”, ossia dal fegato o dalla cistifellea; Ildegarda la reputò dovuta  a  “superfluitate fellis”  ovvero a  sovrabbondanza di bile.16Cfr. G. PensoLa Medicina medioevale, s.l., Ciba-Geigy, 1991, pp. 262-263.
L’ittero, “foedatio faciei” vale a dire insozzamento della faccia, venne denominato, in un codice cassinese, morbus arcuaticus”; anzi, sant’Isidoro di Siviglia, (560-636) prefigurando nel colorito itterico non il sintomo, bensì la malattia, aveva spiegato, facendo ancor più esplicitamente riferimento all’arcobaleno: «Hunc morbum latini arcuatum appellant / ad similitudinem celestis arcus»,17Cfr. G. Pizza, cit. p. 57. cioè questo morbo i latini chiamano arcuato / a somiglianza con l’arco celeste, se non altro a motivo dei diversi colori dell’ittero; e tanto induce anche a pensare che, in quel periodo, la minzione offensiva sia stata di frequente ritenuta, nella cultura popolare, cagione d’itterizia.
Nell’Evo Antico non mancarono riferimenti all’oggetto. Per quel che attiene a forme e a patogenesi, secondo Areteo (II sec. d.C.) l’ittero o itterizia, affezione grave e pericolosa, si aveva quando la bile, gialla di color zafferano o mista nerastra e verde, si spandeva sulla superficie del corpo, mentre una bile dal giallo intenso rendeva tipico il “morbus regius”; Plinio (I sec. d.C.), parlò di “iecineris  vitia”, malattie del fegato; Celso (I sec. a.C – I d.C.), sostenne che malattia assai nota era l’ “arcuatus morbus o morbus regius”, caratterizzato dalla trasformazione del  colore “albo” in “luteo” a carico degli  occhi.18Cfr.  G. Penso,La medicina romana L’arte di Esculapio nell’antica Roma,  s.l ., Ciba-Geigy, 1989, pp. 333-334.
Molto prima, con Ippocrate (455, ca. – 377 a.C.), stimato tuttora padre e simbolo della scienza medica, all’empirismo assoluto di medici precedenti era subentrata la conoscenza dei fatti mediante ragionamento ed egli aveva formulato la Teoria degli umori: il sangue proviene dal cuore, il flegma dal cervello, la bile gialla dal fegato, la bile nera dalla milza; l’uomo era del tutto sano quando i quattro elementi si trovavano in giusto rapporto di crasi, forza e quantità, altrimenti v’è malattia.19Cfr. L. SterpelloneDagli dei al DNA, l’affascinante cammino della medicina nei secoli, Roma, 1988-1994, 8 voll., II, pp. 197 e 208-209. E. BoveIl potere misterioso della bile nera, Valtelesina, 2006, p. 10.
Tuttavia, mi si passi il concetto, in merito alla causa dello stato patologico e all’osservanza di certe misure preventive e terapeutiche, la tradizione, seguendo sempre principi della empirica medicina religiosa20Al riguardo cfr. C. D’Amato, Vita e costumi dei Romani antichi, La medicina, Roma, 1993, pp. 9-23. e non solo, teneva le divinità, nel particolare Iride e il Sole,21Cfr. D. CintiDizionario Mitologico, Milano, 1990, pp. 157 e276.in non trascurabile considerazione, finanche nella poesia. Virgilio, (70-19 a.C.) ad esempio, descrisse “Iris” – Iride – “umida di rugiada, dalle piume giallo-zafferano, decoro del cielo la quale,“messaggera degli dei, scende giù dalle nubi sulla terra” e, riverita finanche dai bellicosi Latini, dopo aver parlato “se ne va in cielo ad ali tese, segnando sotto le nubi un immenso arco dai mille colori tratto via, via dal sole”.22Verg., Aen., I, 693-702, V, 606-610, IX, 1-20 et pass.
Omero, secoli prima, aveva narrato di “Iri la vergine” che i Greci idolatravano, nella quale vedevano la veloce messaggera degli dei, dalle “ali dorate”, e che identificavano con l’arcobaleno, il “porporino arco” che Giove mostrava ai mortali “in previsione del tempo”.23Hom., Il., VIII, 153-156, XI,33-34; 255-256 e pass., XVIII, 691-695.
E allora? Ammiano Marcellino (IV d.C.) rese noto che, già, i Persiani, al bisogno –  è il caso di dire – molto di rado rimanevano in piedi.24Amm., Hist., XXII, 6, 75. Cfr. pure in Plinio Storianaturale, Torino, 1982-1988, 5 voll., IV, 69, a c.d.,  U. Capitani – I. Garofalo, pp. 77-78, nt. 3-5.
Diogene Laerzio (II-III sec.) e Plinio scrissero che i Magi vietavano di urinare, nudi, in posizione eretta, “contro il sole e la luna” o – se di spalle, parrebbe – “di bagnare l’ombra del proprio corpo” con l’urina.25D.L., Vit., VIII, 1, 17 in  Plin., Nat., XXVIII, 69 (19).Cfr. anche U. Capitani – I Garofalo, cit.

Esiodo (VIII-VII sec. a.C.)

Esiodo aveva tramandato che, per i Greci, l’uomo pio e saggio avrebbe urinato giammai “in piedi, rivolto al sole e camminando … ma accosciato o ben accosto a un muro di un atrio concluso”, per non offendere qualche dio.26Hes.,  Erg., 727, segg. – in Plinio, Nat., XXVIII, 69, (19), Cfr. altresì U. Capitani – I. Garofalo, cit. Questo, per quanto concerne i pagani.
Il sole e l’arcobaleno coi suoi colori compaiono anche nello ZoharLibro dello splendore, testo ebraico della cabbala, nei secoli stimato sacro e rispettato al pari del Talmud e della Bibbia; e proprio avendo attinto dal Vecchio Testamento che Dio disse d’aver posto il suo arco nelle nubi quale segno dell’alleanza con la terra, (Cfr. Gen. 9:13) e poiché l’immagine dell’arcobaleno era come il fulgore divino, (Cfr. Ez, 1:28) ne impose il rispetto nel non contemplare lo spettacolo solare.27Cfr. S. Cecchini, a c.d., Zohar Il libro dello splendore, Parole d’Argento Edizioni, Parte I, pp. 80-81.
A proposito della Bibbia, infatti, vi si legge: in Ezechiele, (VII-VI sec a.C.) che “sarà l’aspetto dell’arco(baleno) nella nube in un giorno di pioggia, come l’aspetto dello splendore intorno” a Dio28Ez 1: 26-28. e, in Genesi, (XIII-V sec a. C.) che dopo il diluvio, ai sopravvissuti Dio disse

«Ecco il segno del patto che do tra me e voi e ad ogni essere vivente che è con voi, per generazioni sempiterne. / Il mio arco porrò nelle nuvole, e sarà il segno del patto fra me e la terra. / E quando oscurerò di nuvole il cielo apparirà il mio arco tra le nuvole / E mi ricorderò del mio patto con voi […] e non vi saranno più acque di diluvio a distruggere tutti i viventi. / E l’arco sarà sulle nubi, e lo vedrò, e mi ricorderò del patto sempiterno, il quale patto è tra Dio ed ogni essere vivente che sta sulla terra/ E disse Dio a Noè: Questo sarà il segno del patto […]».29Gn 9: 12-17.

Insomma, quel segno, l’arco tra le nubi, posto dal Signore e perciò degno di rispetto, soltanto Dio avrebbe potuto guardarlo, al fine di ricordare il patto sempiterno.
Circa le denominazioni, lo Pseudo Apuleio, (V sec d.C.), definì l’itterizia “aurugo (o aurigo)”, a somiglianza della malattia del grano,30Cfr. F. CalonghiVocabolarioLatino-Italiano, Torino, 1987, col. 312, alla voce. colore ruggine del bronzo. Sereno Sammonico (II-III sec. d.C.) aveva scritto che l’affezione era “regius morbus” – come è stato accennato per il Medioevo – “in quanto doveva tanto nome all’esser piacevolmente curato nelle corti”.31S.S., Med, LVII, 1024-1025. Giovenale (I-II sec. d. C.) aveva utilizzato – dal greco – il termine “ictericus” che voleva dire itterico.32Iuv.,Saturae, II, 6, 565.
Scribonio Largo (I sec. d.C.), probabilmente originario della Campania33Sulle origini di Scribonio, cfr. R. Di Lello, Il vino campano nella Medicina di Scribonio Largo, in  “Rivista Storica del Sannio”, Napoli,  Ed. Arte Tipografica, XII, 1 (2005) pp. 55-63. aveva riferito che “quidam”, alcuni – chi mai? i Napoletani, forse? – definivano l’itterizia non già “morbo”, bensì “vizio”, cioè, sintomo: “vitium  arcuàtum”.34Scrib. Larg., Compositiones, CXXVII.
Non solo, sulla definizione “vitium  arcuàtum”, mi sembra lecito, quantomeno ipotizzare essersi avuto nel tempo, per contrazione e corruzione: (vi)zium arc(u)àtu(m) e – si ritorna al presente, come nel dialetto nostrano – ’ziumarcatu,nzularcàtu
Celso, più dettagliatamente, aveva chiamato l’itterizia “morbum interdum arcuatum, interdum regium”,35Cels., cit, III, 24. talvolta arcuatotalaltra regio
L’ “arcuatus” era, inoltre, per Sereno Sammonico, la policromia dell’arcobaleno, per Celso, il morbus, l’itterizia e per Plinio, Columella, (I sec. d.C.) Lucrezio (I sec. a C.) e Varrone (II-I sec a.C.) il malato,36Cfr. F. Calonghi, cit.,col. 232, a. v. a motivo dei differenti colori che caratterizzano la sindrome. Mi sembra non superfluo, infine, rammentare la convinzione, diffusa nell’antichità, secondo la quale il mare e i corsi d’acqua, essendo di natura divina, non dovessero essere contaminati da saliva, escrementi o urina, né i corpi celesti dovessero essere offesi col mostrare ad essi organi giudicati osceni;37Cfr. Plinio, Diogene Laerzio, Ammiano, Esiodo, in U. Capitani – I. Garofalo, cit. e tanto, così come altrove, anche nel Mezzogiorno della penisola.
In conclusione, da quanto è stato svolto pare si possa dedurre, che le credenze attuali circa la cagione dell’ittero poggiano anche su opinioni  antiche secondo le quali chi mai avesse osato insozzare con l’urina, sostanza dai possibili colori diversi, acque naturali e pure, od offendere, col gesto di una minzione impudica, nello specifico il sole e l’iride, avrebbe oltraggiato la divinità; pertanto sarebbe stato punito: segnato, insozzato, innanzitutto nella faccia, quasi per contrappasso, con i colori dell’ittero, assimilabili, dopotutto, alla scala cromatica dell’urina, della bile patologica e del fenomeno celeste opera del sole.
Comunque, allo stato della ricerca, risulta che la così detta Malattia dell’Arcobaleno, quella da causa indecente e, forse, da qualcuno ancora stimata valida, vada estinguendosi, dopo millenni, almeno nella memoria e nella tradizione orale delle regioni prese in esame.

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[1] R. Di Lello, Quando s’urina di faccia all’arcobaleno … Dall’Abruzzo alla Calabria, in “Quattro passi nella storia”, Casertasera.it (12-5-2020). 
[2] Cfr. G. Pizza, Diagnosi popolare dell’itterizia, in “Storia e medicina popolare”, Roma (1986) IV, 2, pp. 51-64.  
[3] Cfr. G. Finamore, Tradizioni popolari abruzzesi, Torino, 1894- Palermo, 1981, pp. 158-161. G. Pizza, cit., p. 55. 
[4] Cfr. R. Di lello, Santi guaritori nella cultura popolare campana, in “Il Sannio”, Benevento, X, 91 (2005) p. 21. 
[5] Cfr. rispettivamente: M. Colabella, Documenti folklorici del Sinodo di Larino del 1728, in “L’Arcobaleno” n. 7 (1999) pp. 45-51; E. Cirese, I canti popolari nel Molise, Rieti, 1953, pp. 150-151 e P. Baccari, Appunti di folklore molisano, Napoli, 1930, pass. e p. 49, citati in M. Gioielli, La Passata Arborea. Un rito sacro magico, in “L’Arcolaio”, n. 8 (luglio 1999) pp. 7-18. Id., Il Male dell’Arco, in “Il Quotidiano del Molise” (5-3-2018) p. 15. 
[6] R. Zeppa, La demoiatrica nel Valfortore, in “Valfortore”, Montefalcone Valfortore (1950) pp. 1-8. 
[7] E. De Martino, Sud e Magia, Milano, 1981, pp. 28-29. 
[8] G. Pizza, cit., pp. 54-55.  
[9] G. Pizza, cit., p. 55. 
[10] Id., ibid, p. 56. 
[11] M. Alinei , 1981-1984, in G. Pizza, cit., p. 53. 
[12] R. Andreoli, Vocabolario Napoletano-Italiano, Torino, 1889 – Napoli, 1993, p. 270. 
[13] E. Forcellini, Lexicon, 1864, in G. Pizza, cit., p. 53. 
[14] F. Galiani, Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, Napoli, MDCCLXXXIX1976, 2 voll. I,  pp. 277-278.  
[15] Cfr. S. De Renzi, Storia documentata della Scuola Medica di Salerno, Napoli, Nobile, 1857-Milano, Ferro, 1967, pp. 121-128.  
[16] Cfr. G. Penso, La Medicina medioevale, s.l., Ciba-Geigy, 1991, pp. 262-263. [17] Cfr. G. Pizza, cit. p. 57.  
[18] Cfr.  G. Penso, La medicina romana L’arte di Esculapio nell’antica Roma,  s.l ., Ciba-Geigy, 1989, pp. 333-334. 
[19] Cfr. L. Sterpellone, Dagli dei al DNA, l’affascinante cammino della medicina nei secoli, Roma, 1988-1994, 8 voll., II, pp. 197 e 208-209. E. Bove, Il potere misterioso della bile nera, Valtelesina, 2006, p. 10. 
[20] Al riguardo cfr. C. D’Amato, Vita e costumi dei Romani antichi, La medicina, Roma, 1993, pp. 9-23.  
[21] Cfr. D. Cinti, Dizionario Mitologico, Milano, 1990, pp. 157 e 276.  
[22] Verg., Aen., I, 693-702, V, 606-610, IX, 1-20 et pass 
[23] Hom., Il., VIII, 153-156, XI, 33-34; 255-256 e pass., XVIII, 691-695.  
[24] Amm., Hist., XXII, 6, 75. Cfr. pure in Plinio Storia naturale, Torino, 1982-1988, 5 voll., IV, 69, a c.d.,  U. Capitani – I. Garofalo, pp. 77-78, nt. 3-5. 
[25] D.L., Vit., VIII, 1, 17 in  Plin., Nat., XXVIII, 69 (19).  Cfr. anche U. Capitani – I Garofalo, cit. 
[26] Hes.,  Erg., 727, segg. – in Plinio, Nat., XXVIII, 69, (19), Cfr. altresì U. Capitani – I. Garofalo, cit. 
[27] Cfr. S. Cecchini, a c.d., Zohar Il libro dello splendore, Parole d’Argento Edizioni, Parte I, pp. 80-81. 
[28] Ez 1: 26-28. 
[29] Gn 9: 12-17. 
[30] Cfr. F. Calonghi, Vocabolario Latino-Italiano, Torino, 1987, col. 312, alla voce. 
[31] S.S., Med, LVII, 1024-1025. 
[32] Iuv., Saturae, II, 6, 565. 
[33] Sulle origini di Scribonio, cfr. R. Di Lello, Il vino campano nella Medicina di Scribonio Largo, in  “Rivista Storica del Sannio”, Napoli,  Ed. Arte Tipografica, XII, 1 (2005) pp. 55-63. 
[34] Scrib. Larg., Compositiones, CXXVII. 
[35] Cels., cit, III, 24. 36- Cfr. F. Calonghi, cit., col. 232, a. v.  37- Cfr. Plinio, Diogene Laerzio, Ammiano, Esiodo, in U. Capitani – I. Garofalo, cit.                                                                                                      



Rosario Di Lello

Rosario Di Lello è nato a Napoli il 9 dicembre 1936 ed è residente in Piedimonte Matese. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli e successiva specializzazione in Chirurgia generale all’Università di Modena è stato aiuto chirurgo presso l’ospedale civile di Piedimonte Matese e, dal maggio 1990, primario del reparto di Pronto Soccorso. Attualmente è pensionato. Dal 1° giugno 1978 è socio corrispondente dell’Associazione Culturale Italo Ispanica “C. Colombo – Madrid”. Negli anni 1972-73, in collaborazione con altri, ha pubblicato alcuni articoli specialistici su riviste mediche. Cultore di storia e tradizioni locali ha pubblicato studi su vari Annuari e collane dell’Associazione Storica del Medio Volturno (sodalizio del quale oltre che socio è stato in passato anche componente del consiglio direttivo) ed in altre riviste e quotidiani regionali.