La tradizione diffusa in tutto il Sannio di accendere i falò nella serata del 16 gennaio è rimasta in voga fino a qualche anno fa, dopodiché questa usanza si è andata purtroppo attenuando. L’iniziativa popolare, abbastanza comune in quasi tutti i piccoli centri abitati dell’Italia meridionale (ma anche altrove), avveniva solitamente sul sagrato delle chiese o in prossimità di slarghi e piazze del centro storico. Talvolta veniva anticipata nel pomeriggio dal suono delle campane che richiamava alla distribuzione del pane ai poveri, dono delle famiglie facoltose: altra consuetudine che col tempo è andata perduta.
I falò erano dedicati a sant’Antonio, la cui festa onomastica, secondo il calendario cristiano, cade il 17 gennaio, giorno del dies natalis.1Il cristianesimo celebra il “dies natalis” cioè il giorno della morte terrena di un santo, che coincide con la nascita alla nuova vita eterna.
Il legame tra il fuoco e sant’Antonio nacque nel Medioevo cristiano quando il santo divenne patrono e protettore delle malattie derivanti dal “sacro fuoco”, le cui principali erano due: l’ergotismo e l’herpes zoster. Ma ce n’erano altre, quali il carbonchio, l’erisipela.2Il termine herpes origina dal greco herpein, che significa “strisciare”; un termine che per i latini divenne “serpere”. L’attributo zoster, dal greco zostrix, è affine al latino “zona”. Apparentemente, svariate lesioni cutanee rientrano sotto questo termine ed è per questo motivo che la letteratura medica classica latina e greca utilizzava il termine zoster per indicare una variegata sequenza di malattie della pelle: lupus, erisipela, tigna, eczema, vaiolo e perfino i tumori cutanei.

Falò di sant’Antuono
Ergotismo ossia il “male degli ardenti”

Oggi sappiamo che l’ergotismo (dal francese ergot=segale) è un’intossicazione causata da un fungo parassita di alcune graminacee come il frumento e la segale cornuta.3Il fungo è la claviceps purpurea, un ascomicete composto da sottili filamenti che, attaccando i cereali produce alcaloidi estremamente velenosi.  I segni dell’infestazione sono riconoscibili ad occhio nudo per la presenza di alcuni sclerozi che sembrano piccole corna (da qui il termine di “segale cornuta”) e che spuntano dalla spiga. 
L’infestazione di questo fungo produce numerosi alcaloidi (ergotossine) che hanno effetti tossici sul corpo. (Gli alcaloidi responsabili dell’ergotismo sono derivati dell’acido lisergico, meglio conosciuto con l’acronimo LSD). Le sostanze tossiche sono resistenti al calore, mantengono la loro tossicità anche dopo la cottura del pane e non vengono inattivate neppure durante la conservazione a lungo termine. Esistono tre forme di ergotismo; convulsivo (convulsivo), cancrenoso e misto. Ai tempi di oggi si tratta di una malattia ormai rara ma nel corso dei secoli ha creato non pochi problemi alle comunità. La storia è molto antica. I Romani l’avevano battezzato «ignis sacer» (sacro fuoco), una malattia per la quale non c’erano rimedi, che iniziava con formicolii, bruciore ed arrossamento cutaneo fino alla formazione di lesioni crostose e nerastre, come se il corpo fosse stato bruciato da carboni ardenti. Di questa malattia c’era un’altra variante, con sintomi prevalentemente neurologici (allucinazioni e convulsioni).
La malattia assunse notevole rilevanza in epoca medievale quando diverse epidemie colpirono larghi strati della popolazione europea divenendo una vera e propria emergenza sanitaria che attraversò l’intera Europa fino all’Italia meridionale ed al Sannio.
In considerazione dei sintomi, la malattia fu detta il “male degli ardenti”. Già la medicina romana aveva ben compreso che c’erano forme diverse di ignis sacer. Il grande Celso, nel suo “De Arte Medica”, fece una descrizione abbastanza particolareggiata dell’ignis sacer che distingueva in due tipi: nel primo si potrebbe riconoscere l’herpes zoster mentre nel secondo si può riconoscere l’odierna erisipela.
In epoca medievale il male degli ardenti finì per comprendere una serie di patologie che hanno in comune la formazione di lesioni nerastre simili a bruciature (ergotismo, herpes zoster, erisipela, carbonchio) anche se, col passar del tempo, il sacro fuoco si identificò con la patologia più diffusa: quella che oggi chiamiamo herpes zoster.4La malattia ha origine per la riattivazione di un virus, quello della varicella, che colpisce le cellule nervose manifestandosi con fenomeni cutanei localizzati lungo il decorso dei nervi dove compaiono, a gettata ed in modo irregolare, gruppi di vescicole simili a quelle della varicella, accompagnate da dolore vivo ed alterata sensibilità.
Tale assimilazione è ancora contemplata nella letteratura anglo-americana in cui l’eponimo “Saint Anthony’s Fire” è utilizzato per entrambe le malattie.
Nel Medioevo per queste malattie non c’erano rimedi per cui la religiosità popolare – in mancanza di efficaci rimedi farmacologici e di cognizioni concrete sulle cause della patologia, si rivolse all’intercessione di un patrono, depositario della cura e promotore della guarigione.
Bastò che un giovane, colpito dal male ardente, trascinato quasi morente, sulla tomba di sant’Antonio Abate nei pressi di Vienne, in Francia, vide guarire miracolosamente le sue lesioni, che si individuò subito il santo protettore della terribile malattia.
Così il fuoco sacro fu ribattezzato «fuoco di sant’Antonio» anche perché nel frattempo, mediante l’intercessione del patrono, si notarono anche altre guarigioni, ritenute altrettanto prodigiose.

Sant’Antuono

Il personaggio che la credenza popolare identifica con sant’Antonio non ha nulla a che vedere con sant’Antonio di Padova.5Sant’Antonio di Padova (1195-1231), originario di Lisbona, è il santo col giglio, presbitero dell’Ordine francescano, morì a Padova dove si conservano le sue spoglie.Si tratta di sant’Antonio Abate che in Italia meridionale, e anche nel Sannio, viene comunemente chiamato Sant’Antuono, proprio per distinguerlo dall’altro. La sua storia riguarda i primordi del cristianesimo ed i primi monaci asceti convertiti alla nuova religione. La sua vita, tra storia e leggenda, è presente nella raccolta bollandista: Antonio nacque intorno al 251 nel Medio Egitto da una famiglia benestante; alla morte dei genitori, abbandonò le prospettive di ricchezza per iniziare una vita di rinunce, preghiera e penitenza seguendo l’esempio di un monaco anacoreta che viveva ai margini di un villaggio nei pressi della sua casa paterna. Continuamente tormentato dal demonio che, con ogni mezzo, tentava di trascinarlo sulla strada del peccato, Antonio riuscì, con la forza della fede, a resistere agli attacchi del diavolo superando tutte le prove con inaudita fermezza. Cominciò a consolare gli afflitti ottenendo guarigioni prodigiose e liberando gli indemoniati. Al tempo delle persecuzioni di Diocleziano trascorse un breve periodo ad Alessandria d’Egitto ma si rifugiò ben presto in un luogo solitario dove affluivano persone per chiedergli miracoli e profezie. Il 17 gennaio 356, all’età di 105 anni, restituì l’anima a Dio chiedendo una sepoltura in un luogo segreto, secondo l’antica usanza egizia. Nel 561 il suo sepolcro venne scoperto e le reliquie cominciarono una lunga peregrinazione conclusasi in Francia nell’XI secolo.6A. CattabianiSanti d’Italia, BUR, Milano, 1990, vol. I, pag. 170.
Così la sua tomba divenne il principale punto di riferimento delle persone ammalate che chiedevano una pronta guarigione a cui il santo spesso non si sottrasse.

Sant’Antonio Abate

In seguito a tanta popolarità, qualche benefattore propose una «Congregazione» con il proposito di curare gli ammalati colpiti dal fuoco di sant’Antonio, di ricoverarli e di assisterli per alleviare le sofferenze procurate dalle vescicole e dalle piaghe.7Le spoglie furono traslate a Motte-Saint-Didier dove fu costruita una chiesa in suo onore. Il notevole afflusso dei malati richiese la costruzione anche di un ospedale ed il villaggio prese il nome di Saint Antoine de Viennois.
L’iniziale Congregazione, inizialmente limitata al territorio francese, fece proseliti in tutt’Europa e promosse la realizzazione di ospedali riservati agli ammalati di herpes e, più in generale, di tutte le malattie dermatologiche. Bonifacio VIII trasformò la Congregazione in Ordine religioso ospitaliero. Nacquero così gli «Antoniani»; i loro adepti erano facilmente riconoscibili poiché indossavano un mantello nero con un Tau sul petto di colore azzurro. L’icona, corrispondente alla T dell’alfabeto latino, rappresentava idealmente la stampella con cui gli ammalati potevano reggersi.
Le case degli Antoniani, dove si curava la patologia erpetica, proliferarono a dismisura fino a superare in Italia 400 unità; anche perché a questi malati, ritenuti inguaribili, veniva infatti negato il ricovero ospedaliero e furono gli Antoniani a supplire a tale carenza. In questi luoghi di accoglienza si allevavano numerosi maiali che circolavano liberamente per le strade. L’allevamento dei maiali aveva una duplice finalità: quella di nutrire gli ammalati e quella di offrire, con il loro grasso (sugna) la preparazione di pomate, empiastri per curare le lesioni da ergotismo e per lenire i dolori provocati dal fuoco di sant’Antonio.
La devozione a sant’Antonio, ribattezzato «il Grande», continuò ad essere particolarmente viva nelle popolazioni meridionali e anche nel Sannio. Tale patronato, e le cerimonie ad esso legate, ripetevano antichi riti romani di lustrazione dei campi e purificazione degli animali, celebrati nel mese di gennaio e mantenendo legami profondi con i culti arcaici del fuoco, a loro volta connessi con il mito di Prometeo: il “ladro” del fuoco che Giove aveva negato agli umani.
Per tali ragioni, in occasione della festa di sant’Antuono, si rinnova il rito del fuoco e la tradizione di accendere i falò. Con l’affievolirsi delle grandi epidemie l’Ordine degli Antoniani si fuse con l’Ordine di Malta nel 1775 nonostante alcune confraternite persistettero fino al secolo scorso.8Gelmetti C.Il fuoco di Sant’Antonio: storia, tradizioni e medicina, Ed. Springer-Verlag, Milano, 2 pag. 6.

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[1] Il cristianesimo celebra il “dies natalis” cioè il giorno della morte terrena di un santo, che coincide con la nascita alla nuova vita eterna.
[2] Il termine herpes origina dal greco herpein, che significa “strisciare”; un termine che per i latini divenne “serpere”. L’attributo zoster, dal greco zostrix, è affine al latino “zona”. Apparentemente, svariate lesioni cutanee rientrano sotto questo termine ed è per questo motivo che la letteratura medica classica latina e greca utilizzava il termine zoster per indicare una variegata sequenza di malattie della pelle: lupus, erisipela, tigna, eczema, vaiolo e perfino i tumori cutanei.
[3] Il fungo è la claviceps purpurea, un ascomicete composto da sottili filamenti che, attaccando i cereali produce alcaloidi estremamente velenosi.  I segni dell’infestazione sono riconoscibili ad occhio nudo per la presenza di alcuni sclerozi che sembrano piccole corna (da qui il termine di “segale cornuta”) e che spuntano dalla spiga. 
[4] La malattia ha origine per la riattivazione di un virus, quello della varicella, che colpisce le cellule nervose manifestandosi con fenomeni cutanei localizzati lungo il decorso dei nervi dove compaiono, a gettata ed in modo irregolare, gruppi di vescicole simili a quelle della varicella, accompagnate da dolore vivo ed alterata sensibilità.
[5] Sant’Antonio di Padova (1195-1231), originario di Lisbona, è il santo col giglio, presbitero dell’Ordine francescano, morì a Padova dove si conservano le sue spoglie.
[6] A. Cattabiani, Santi d’Italia, BUR, Milano, 1990, vol. I, pag. 170.
[7] Le spoglie furono traslate a Motte-Saint-Didier dove fu costruita una chiesa in suo onore. Il notevole afflusso dei malati richiese la costruzione anche di un ospedale ed il villaggio prese il nome di Saint Antoine de Viennois.
[8] Gelmetti C., Il fuoco di Sant’Antonio: storia, tradizioni e medicina, Ed. Springer-Verlag, Milano, 2 pag. 6.



Emilio Bove

Medico e scrittore. Ha all’attivo numerose pubblicazioni tra cui una Vita di San Leucio, dal titolo «Il lungo viaggio del beato Leucio», edito nel 2000. Ha pubblicato nel 1990 «San Salvatore Telesino: da Casale a Comune» in cui ripercorre l’evoluzione del suo paese dalla nascita fino alla istituzione del Comune. Ha scritto il romanzo-storico «L’Ultima notte di Bedò», vincitore del Premio Nazionale Olmo 2009 che narra la storia di un eccidio nazista perpetrato nell’ottobre 1943. Nel 2014 ha dato alle stampe la storia della Parrocchiale di Santa Maria Assunta con la cronotassi dei parroci. È autore di un saggio sulla storia della depressione dal titolo: «Il potere misterioso della bile nera, breve storia della depressione da Ippocrate a Charlie Brown». Ha partecipato all'antologia "Dieci Medici Raccontano", vincitore del Premio Letterario Lucio Rufolo 2019. Ha collaborato con numerose riviste di storia. Socio fondatore dell’Istituto Storico Sannio Telesino è Direttore Editoriale della Casa editrice Fioridizucca.